Il 31,7% all’African National Congress (ANC), il 29% alla Democratic Alliance (DA), il 5,8% al partito dell’ex presidente Jacob Zuma. Sono i risultati provvisori delle elezioni amministrative sudafricane del 4 novembre, quando è stato scrutinato circa un quarto dei distretti elettorali. Il conteggio è ancora parziale e potrebbe modificare sensibilmente le percentuali, ma la tendenza politica che emerge si inserisce in un processo ormai consolidato: il partito che ha guidato la liberazione dall’apartheid continua a perdere il consenso che per decenni gli ha garantito il predominio sulla politica nazionale.
Alle amministrative del 2011 l’ANC superava il 62%, nel 2021 era sceso intorno al 46%. Alle elezioni politiche del 2024 aveva ottenuto il 40,2%, perdendo per la prima volta la maggioranza assoluta nell’Assemblea nazionale e dovendo formare un governo di coalizione. Se le proiezioni attuali, che collocano il partito intorno al 32%, saranno confermate, il ridimensionamento assumerà proporzioni ancora maggiori.
Per comprendere questo risultato bisogna osservare cosa è accaduto al rapporto tra l’ANC e le classi popolari sudafricane nei trentadue anni trascorsi dalle prime elezioni democratiche del 1994.
Nel 1994 l’ANC di Nelson Mandela conquistò il 62,7% dei voti, raccogliendo le aspettative della maggioranza nera dopo decenni di segregazione razziale. La fine dell’apartheid significò il riconoscimento dei diritti politici, la libertà di movimento e l’abolizione di un sistema istituzionale fondato sulla discriminazione. Ma il nuovo governo ereditò anche un’economia caratterizzata da una concentrazione estrema della proprietà, della terra e delle risorse produttive.
La trasformazione politica non fu accompagnata da una redistribuzione economica di portata paragonabile. Nel 1996, con l’adozione del programma Growth, Employment and Redistribution, il governo dell’ANC privilegiò stabilità macroeconomica, disciplina fiscale, liberalizzazione e attrazione degli investimenti privati. Una scelta che segnò un progressivo allontanamento dalle aspettative di trasformazione economica più radicale presenti nel movimento antiapartheid.
Il Sudafrica ha comunque registrato progressi sociali importanti. Secondo Statistics South Africa, tra il 2002 e il 2024 la quota di famiglie con accesso alla rete elettrica è salita dal 76,7% al 90,2%. Nello stesso periodo sono migliorate anche le condizioni abitative e l’accesso ai servizi igienici. Sono risultati che sarebbe scorretto cancellare dal bilancio storico dell’ANC.
Ma l’espansione delle infrastrutture non è stata accompagnata da una capacità adeguata di manutenzione e gestione. Il rapporto governativo Blue Drop ha rilevato che la percentuale dei sistemi idrici con qualità microbiologica dell’acqua insufficiente è passata dal 5% nel 2014 al 46% nel 2023. Il 47% dell’acqua immessa nelle reti municipali risultava disperso, non contabilizzato o non fatturato. Il 66% delle infrastrutture municipali per il trattamento delle acque reflue versava in condizioni scadenti o critiche.
Sono dati che spiegano concretamente perché acqua, elettricità e funzionamento delle amministrazioni locali siano diventati temi centrali della campagna elettorale. Il problema non è soltanto costruire nuove infrastrutture, ma garantire che quelle esistenti continuino a funzionare.
Ancora più evidente è il fallimento sul terreno dell’occupazione. Nel secondo trimestre del 2026, secondo Statistics South Africa, il tasso ufficiale di disoccupazione ha raggiunto il 33,6%, con 8,5 milioni di persone senza lavoro. Considerando anche quanti hanno rinunciato a cercare un’occupazione e altre forme di mancato utilizzo della forza lavoro, il quadro diventa ulteriormente grave.
A questi dati si aggiunge la persistente disuguaglianza economica. Il Sudafrica rimane uno dei Paesi con la distribuzione del reddito più squilibrata al mondo. La fine della discriminazione politica ha consentito l’emergere di una classe dirigente e imprenditoriale nera, ma non ha eliminato la concentrazione della ricchezza né modificato sufficientemente le condizioni economiche della maggioranza.
È in questa distanza tra emancipazione politica e trasformazione materiale che si colloca la crisi dell’ANC. Per una generazione il partito ha potuto contare sulla propria identificazione con la vittoria sull’apartheid. Per gli elettori più giovani, nati dopo il 1994, quel passato mantiene un valore storico, ma non può sostituire una prospettiva di lavoro, reddito e servizi pubblici efficienti.
La perdita di consenso non si traduce però automaticamente in uno spostamento verso un’alternativa progressista. Il sistema politico sudafricano si sta frammentando tra la Democratic Alliance, formazione liberale favorevole al mercato, gli Economic Freedom Fighters di Julius Malema, che propongono nazionalizzazioni e redistribuzione della terra, e uMkhonto weSizwe, il partito fondato da Jacob Zuma, particolarmente radicato nel KwaZulu-Natal.
La stessa alleanza storica tra ANC, sindacati del COSATU e South African Communist Party mostra segni di disgregazione. La decisione dei comunisti di presentarsi autonomamente alle amministrative del 2026 rappresenta un passaggio significativo nella crisi del blocco politico che aveva accompagnato la transizione democratica.
Le elezioni amministrative misurano soprattutto la qualità dei servizi locali, ma il loro risultato avrà inevitabilmente conseguenze nazionali. Un ulteriore arretramento dell’ANC indebolirebbe Cyril Ramaphosa in vista del congresso del partito del 2027 e renderebbe più incerta la prospettiva delle elezioni politiche del 2029.
Il dato più importante, tuttavia, riguarda il progressivo esaurimento del consenso costruito intorno alla liberazione nazionale. L’ANC ha garantito al Sudafrica una trasformazione democratica fondamentale, ma non è riuscito a tradurla in un modello economico capace di assicurare occupazione e servizi affidabili alla maggioranza della popolazione.


