Nel nord dell’Etiopia la ripresa dei combattimenti sta già producendo una nuova emergenza umanitaria. Le notizie di avanzate militari arrivano insieme a quelle delle famiglie in fuga: una fonte umanitaria citata da Africanews stima almeno 150mila sfollati nella regione di Afar, avvertendo che è impossibile stabilire un numero preciso.
È una valutazione provvisoria, non un censimento. Ma indica la dimensione del pericolo per una popolazione sulla quale rischiano di scaricarsi, ancora una volta, le conseguenze della guerra.
Gli scontri tra le forze del Fronte di liberazione popolare del Tigray, il TPLF, e l’esercito federale si sono intensificati negli ultimi giorni, estendendosi alle regioni confinanti. Già il 23 settembre António Guterres aveva denunciato il deterioramento della situazione e l’occupazione degli aeroporti di Mekelle, Axum e Shire.
Il segretario generale dell’Onu ha chiesto protezione per i civili, accesso agli aiuti e un ritorno al negoziato nel quadro dell’accordo di Pretoria.
L’aggiornamento diffuso il 28 settembre da Medici senza frontiere misura l’emergenza attraverso gli ospedali. Tra il 22 e il 25 settembre, Korem e Alamata hanno ricevuto oltre 420 feriti di guerra; a Suhul, nella città di Shire, ne erano arrivati più di 300 entro il 25 settembre.
L’organizzazione ha sospeso le proprie attività ad Alamata e gli interventi sanitari sul territorio per ragioni di sicurezza, rafforzando il sostegno agli ospedali ancora assistiti. Sono dati sanitari parziali: non consentono di ricostruire il bilancio complessivo delle vittime né di distinguere tutti i civili dai combattenti.
La sospensione delle cure ha conseguenze che vanno oltre i feriti. Soltanto in agosto MSF aveva annunciato il potenziamento del proprio intervento ad Alamata, con assistenza alla maternità, alle emergenze e alla terapia intensiva neonatale. A Korem lavorava già su un sistema sanitario colpito dall’instabilità, dalle epidemie e dalla malnutrizione. Quando questi servizi si fermano, anche un parto o una malattia curabile possono diventare un’emergenza senza risposta.
Nell’Afar le forze tigrine hanno conquistato Erebti, secondo testimonianze raccolte dall’Associated Press anche presso una formazione rivale alleata dell’esercito federale. L’avanzata interessa un’area strategica per i collegamenti con Gibuti, attraverso cui passa la quasi totalità del commercio internazionale etiope.
Mettere sotto pressione quel corridoio significa minacciare i rifornimenti, compreso il carburante. Le conseguenze di un’eventuale interruzione potrebbero quindi raggiungere anche chi vive lontano dai combattimenti, attraverso trasporti più difficili e merci più costose.
L’accesso umanitario è già compromesso. Nel briefing del 25 settembre le Nazioni Unite hanno riferito che un attacco con drone, avvenuto la domenica precedente nel Tigray nordoccidentale, aveva colpito un camion carico di alimenti destinati agli sfollati. È un episodio che mostra quanto sia fragile la separazione tra operazioni militari e sopravvivenza della popolazione.
Proteggere i convogli, i magazzini e chi distribuisce gli aiuti è una condizione essenziale per impedire che l’offensiva si trasformi anche in una crisi alimentare.

Alla violenza si aggiunge l’isolamento. Africanews riferisce gravi interruzioni telefoniche e di Internet nel Tigray da venerdì 25 settembre e un attacco con drone contro la sede di Tigrai TV a Mekelle domenica 27. Comunicazioni così limitate rendono più difficile verificare quanto accade, cercare familiari e organizzare soccorsi.
Torna il timore del blocco vissuto durante la guerra del 2020-2022, quando l’interruzione dei servizi e degli aiuti aggravò la catastrofe.
Il punto di rottura è una pace rimasta fragile. Firmato il 2 novembre 2022 con la mediazione dell’Unione africana, l’accordo di Pretoria prevedeva la cessazione permanente delle ostilità, il disarmo, il ripristino dei servizi e l’accesso umanitario. Non bastava far tacere le armi: occorreva ricostruire un rapporto politico tra il governo federale e il Tigray. I nuovi combattimenti mostrano quanto quel processo sia esposto al fallimento.
La crisi, del resto, non è cominciata questa settimana. Il 5 maggio Reuters aveva documentato la decisione del TPLF di ripristinare il consiglio regionale precedente alla guerra e di eleggere nuovamente Debretsion Gebremichael alla presidenza. Il provvedimento sfidava l’amministrazione transitoria prevista dal percorso di pace e creava autorità concorrenti.
Il TPLF accusava Addis Abeba di violare gli accordi, ma Reuters precisava di non poter verificare autonomamente quelle contestazioni. La disputa sul governo della regione aveva già eroso il terreno del negoziato.
Adesso il rischio è che lo scontro si allarghi oltre i confini etiopi. Il capo dell’esercito Birhanu Jula accusa Eritrea, Sudan ed Egitto di sostenere le forze ribelli. Il Sudan ha respinto le accuse come infondate; anche l’Eritrea ha contestato la ricostruzione etiope. Le dichiarazioni di Addis Abeba non costituiscono una prova indipendente di quel sostegno e vanno trattate come accuse di una parte in guerra.
Il rapporto con l’Eritrea aiuta però a comprendere la pericolosità del quadro. Nella guerra precedente Asmara combatteva al fianco dell’esercito federale contro il TPLF, ma non firmò l’accordo del 2022. I rapporti si sono poi deteriorati, anche per le rivendicazioni etiopi sull’accesso al Mar Rosso. Già a febbraio Addis Abeba accusava formalmente l’Eritrea di sostenere gruppi armati e occupare territorio etiope.
Le tensioni attuali si innestano dunque su una frattura precedente, non su una crisi diplomatica improvvisa.
Per i civili, tuttavia, la priorità non cambia con il mutare delle alleanze: poter restare nelle proprie case, raggiungere un ospedale, ricevere cibo, avere notizie dei familiari.
La mediazione africana richiamata dall’Onu deve misurarsi con queste necessità immediate. Ogni giorno senza una riduzione delle ostilità consuma ciò che resta della ricostruzione. E trasforma una pace incompiuta nella possibilità concreta di un’altra catastrofe.



