Mentre il Governo Meloni continua a celebrare la presunta solidità dell’economia italiana e i risultati della propria politica economica, i bilanci delle famiglie raccontano una storia assai diversa.
Una storia fatta di rincari, perdita del potere d’acquisto, rinunce e crescente difficoltà a sostenere le spese indispensabili per vivere.
Incrociando i dati Istat sui consumi delle famiglie con le rilevazioni relative agli affitti, ai mutui e alla spesa sanitaria privata, emerge un quadro particolarmente significativo: gli italiani spendono complessivamente circa 260,5 miliardi di euro all’anno per alimentarsi, abitare e curarsi. Una cifra che equivale a circa l’11,5% del PIL nazionale.
Non siamo di fronte a un indicatore di maggiore benessere o di crescita dei consumi. Siamo di fronte alla fotografia di un Paese nel quale una quota consistente delle risorse familiari viene assorbita dalla necessità di soddisfare bisogni fondamentali, sottraendo disponibilità economiche ad altre esigenze, dalla cultura all’istruzione, dal tempo libero al risparmio.
Il cibo rappresenta una tassa occulta sulle famiglie
Secondo l’Istat, la spesa media mensile destinata ad alimentari e bevande analcoliche è arrivata a 552 euro per famiglia. Moltiplicando questo valore per i circa 26,6 milioni di nuclei familiari residenti, si ottiene una spesa complessiva stimata di circa 176,2 miliardi di euro all’anno, pari al 7,8% del PIL.
Il dato diventa ancora più significativo se osserviamo l’andamento degli ultimi quattro anni di Governo Meloni. La spesa alimentare media mensile è aumentata del 17,9%, mentre i prezzi dei prodotti alimentari hanno registrato un incremento cumulato vicino al 29%. Ciò significa che le famiglie spendono molto di più per acquistare quantità di prodotti che, in molti casi, sono rimaste invariate o si sono ridotte.
Il carrello della spesa si è trasformato, di fatto, in una tassa regressiva: colpisce tutti, ma pesa soprattutto su chi dispone di redditi più bassi.
Anche il confronto europeo è impietoso. La spesa alimentare domestica assorbe in Italia il 19,8% del budget familiare, contro una media europea del 16,4%. In Francia e Germania l’incidenza si attesta rispettivamente intorno al 12,1% e all’11,5%. Analogamente, il peso dei consumi alimentari sul PIL italiano, stimato al 7,8%, supera la media europea del 6,8%.
Non è un primato di cui vantarsi: significa che in Italia occorre destinare una quota maggiore delle risorse disponibili semplicemente per mangiare.
La distribuzione territoriale di questa spesa evidenzia un’altra grave disuguaglianza. Nel Mezzogiorno le famiglie destinano all’alimentazione il 25,4% del proprio budget, nelle Isole il 24,1%, mentre nel Nord-Ovest la percentuale scende al 17,7%.
La Campania registra il valore medio mensile più elevato, con 646 euro destinati al cibo per famiglia. Un dato che va letto insieme alla minore disponibilità economica media delle famiglie meridionali: spendere una quota maggiore del proprio bilancio per alimentarsi non significa necessariamente consumare di più, ma avere meno risorse da destinare ad altre necessità.
La situazione è aggravata dal fatto che, negli ultimi anni, la crescita della spesa alimentare è stata particolarmente marcata proprio al Sud: +6,9%, contro il +3,5% del Nord-Est.
Non sorprende, quindi, che il 29,4% delle famiglie dichiari di aver dovuto limitare la quantità o la qualità degli alimenti acquistati. Quando si arriva a risparmiare persino sul cibo, siamo ben oltre il problema del carovita: siamo di fronte a una condizione di impoverimento sociale.
Dopo l’alimentazione, è l’abitazione a rappresentare una delle voci più gravose nei bilanci familiari. Secondo le stime elaborate incrociando i dati disponibili, circa 4,8 milioni di famiglie vivono in affitto, con un canone medio mensile di 438 euro. La spesa complessiva per le locazioni raggiunge così circa 25,2 miliardi di euro all’anno.
A queste si aggiungono circa 3,4 milioni di famiglie che stanno pagando un mutuo per la prima casa. Con una rata media mensile di 565 euro, l’esborso complessivo annuo si aggira intorno ai 23 miliardi.
Gli aumenti dei tassi d’interesse degli ultimi anni hanno aggravato pesantemente la situazione di chi aveva sottoscritto un mutuo a tasso variabile, con incrementi delle rate che, per alcuni contratti, hanno raggiunto il 60-70%.
Sul fronte degli affitti, invece, continuano a mancare politiche pubbliche strutturali capaci di contenere i canoni, ampliare il patrimonio di edilizia residenziale pubblica e garantire un effettivo sostegno alle famiglie in difficoltà. Lo smantellamento del Fondo nazionale per il sostegno all’accesso alle abitazioni in locazione ha ulteriormente indebolito le tutele.
Per milioni di persone, soprattutto giovani, lavoratori precari e famiglie con redditi bassi, il diritto all’abitare rischia ormai di trasformarsi in un privilegio.
Il terzo elemento, forse il più inquietante, riguarda la salute
In Italia la spesa sanitaria sostenuta direttamente dalle famiglie rappresenta circa il 24% della spesa sanitaria complessiva, contro una media europea del 16%. Si tratta di una quota particolarmente elevata, che segnala quanto il Servizio sanitario nazionale non riesca più a garantire a tutti, in tempi adeguati, l’accesso alle prestazioni necessarie.
La spesa sanitaria privata delle famiglie viene stimata in circa 113,18 euro mensili per nucleo, per un totale annuo di circa 36,1 miliardi di euro.
Ma c’è un dato che merita particolare attenzione: la spesa media mensile è scesa rispetto ai 116,22 euro precedenti.
Sarebbe sbagliato interpretare questa diminuzione come un miglioramento della salute o come il risultato di una maggiore efficienza della sanità pubblica. In un contesto caratterizzato da liste d’attesa interminabili, difficoltà di accesso alle prestazioni e progressiva riduzione della capacità di risposta del servizio pubblico, la contrazione della spesa privata può essere anche il segnale di una crescente impossibilità economica di sostenere visite, esami diagnostici e cure.
Quando una famiglia deve scegliere tra pagare l’affitto, fare la spesa o acquistare una prestazione sanitaria, il diritto alla salute diventa inevitabilmente condizionato dalla disponibilità economica.
La distanza tra i proclami del Governo e la realtà
I numeri, considerati nel loro insieme, restituiscono una fotografia che contrasta nettamente con la narrazione governativa.
In quattro anni il costo dei beni alimentari è aumentato di quasi il 29%.
Di fronte a questa situazione, il Governo Meloni ha privilegiato interventi temporanei e misure di portata limitata, come il cosiddetto trimestre antinflazione e la Carta dedicata a te, senza affrontare le cause strutturali dell’impoverimento. Non si è costruita una risposta adeguata sul terreno del sostegno al reddito, delle politiche abitative e del rafforzamento della sanità pubblica.
Il risultato è che le famiglie sono lasciate sempre più sole di fronte al mercato, chiamate a sostenere privatamente costi crescenti per diritti e bisogni che dovrebbero trovare una risposta nelle politiche pubbliche.
Non basta vantare la tenuta dei conti pubblici se a non reggere sono i bilanci delle famiglie.
La vera misura della condizione economica di un Paese non può essere soltanto il PIL, l’andamento dei mercati o qualche indicatore macroeconomico da esibire nei comunicati di Palazzo Chigi. Bisogna guardare a quanto resta nelle tasche delle persone dopo aver pagato il cibo, la casa e le cure.
E soprattutto bisogna chiedersi quante persone siano costrette a rinunciare a qualcosa di essenziale per arrivare alla fine del mese.
Perché un Paese nel quale si spende sempre di più per mangiare, abitare e curarsi meno non è un Paese che sta diventando più ricco. È un Paese nel quale si sta progressivamente impoverendo la vita delle persone.
E su questo, al di là di tutti i proclami, il Governo Meloni dovrebbe essere chiamato a rispondere. Questo mentre la legge di bilancio presentata dal Governo non sembra affrontare le criticità sopra descritte.


