L’America Latina sotto il dominio di Trump

Il progetto di Donald Trump per l’America Latina è ormai abbastanza chiaro: ricostruire un’area di influenza statunitense quasi esclusiva nel continente, usando la svolta a destra della regione e la nuova guerra ai cartelli come strumenti politici e militari.

Negli ultimi diciotto mesi la destra ha vinto sette elezioni presidenziali consecutive in America Latina. Il Brasile è rimasto il tassello più importante ancora fuori da questo riallineamento. Al primo turno delle presidenziali Flávio Bolsonaro ha superato Lula e il 25 ottobre affronterà il presidente uscente al ballottaggio. Contemporaneamente il Partito liberale bolsonarista ha conquistato la maggiore rappresentanza sia alla Camera sia al Senato.

Per Washington il risultato brasiliano ha quindi un significato che va molto oltre Brasilia. Il New York Times osserva che il Brasile, per popolazione, territorio ed economia, è il grande pezzo mancante nella rete di governi latinoamericani ormai disponibili a una collaborazione molto più stretta con Trump.

La strategia americana ha già una struttura precisa. Nel marzo scorso Trump ha formalizzato l’Americas Counter Cartel Coalition, annunciando che gli Stati Uniti avrebbero addestrato e mobilitato le forze armate dei Paesi alleati contro i cartelli e contro quelle che Washington definisce influenze straniere ostili nell’emisfero occidentale. A settembre, davanti ai leader della coalizione, Trump ha parlato apertamente di una “grande svolta a destra” nella regione e ha promesso l’appoggio della potenza militare americana.

È difficile non vedere in questa politica una versione aggiornata della Dottrina Monroe. La vecchia formula dell’Ottocento proclamava l’America Latina come zona sottratta all’ingerenza delle potenze europee e, nei fatti, subordinata agli Stati Uniti. Oggi la giustificazione non è più la difesa dall’Europa, ma la lotta al narcotraffico, alla criminalità organizzata, alle migrazioni incontrollate e all’influenza di potenze esterne.

Trump ha trasformato i cartelli in organizzazioni terroristiche, ha autorizzato attacchi militari contro imbarcazioni sospettate di traffico di droga e ha costruito una coalizione regionale che comprende ormai numerosi governi latinoamericani. Solo nelle operazioni contro le imbarcazioni, iniziate nel 2025, sono state uccise almeno 235 persone.

La sicurezza diventa così il grimaldello con cui Washington torna a entrare direttamente nella politica interna della regione. Cooperazione militare, intelligence, sanzioni, classificazione dei gruppi criminali come organizzazioni terroristiche e operazioni congiunte creano una dipendenza crescente dalle strutture statunitensi.

La differenza rispetto al passato è che questa volta Washington trova governi ideologicamente disponibili a partecipare al progetto. Flávio Bolsonaro ha già dichiarato di voler inserire il Brasile nella coalizione anti-cartello e rafforzare la cooperazione con gli Stati Uniti.

Non è soltanto una questione di sicurezza. Nella proclamazione con cui Trump ha istituito la coalizione compare esplicitamente l’obiettivo di contrastare “influenze straniere ostili provenienti dall’esterno dell’emisfero occidentale”. Il riferimento riguarda inevitabilmente soprattutto la crescente presenza cinese in America Latina, costruita negli ultimi vent’anni attraverso commercio, infrastrutture, credito e investimenti.

La posta in gioco è dunque molto più grande della guerra alla droga. Gli Stati Uniti stanno cercando di ricostruire un blocco politico, economico e militare continentale nel quale Washington torni a essere il centro incontestato.

Il Brasile può completare questa architettura. Lula ha difeso invece una politica estera autonoma, rafforzato i rapporti con Cina ed Europa e denunciato le pressioni americane come una minaccia alla sovranità del continente. Una presidenza Bolsonaro renderebbe assai più semplice il riallineamento della principale potenza latinoamericana agli Stati Uniti.

La nuova destra latinoamericana e Trump finiscono così per avere interessi convergenti. I governi conservatori ottengono sostegno politico, militare e tecnologico nella lotta alla criminalità; Washington ritrova alleati disposti a riconoscerne la leadership regionale.

La guerra ai cartelli fornisce la giustificazione. La svolta a destra fornisce i governi. Il risultato possibile è il ritorno dell’America Latina dentro una sfera d’influenza statunitense molto più rigida di quella degli ultimi decenni.

La vecchia Dottrina Monroe diceva, in sostanza, “l’America agli americani”. Quella di Trump sembra avere un significato assai meno ambiguo: l’America Latina agli Stati Uniti.

Foto White House Public Domain