La regione centrale della Nigeria è stata teatro di nuovi attacchi brutali che hanno lasciato dietro di sé un bilancio straziante: almeno 42 persone sono state uccise in una serie di assalti armati contro quattro villaggi dello stato di Benue. Le incursioni, attribuite a gruppi di pastori nomadi, si inseriscono in un contesto di violenze ricorrenti tra comunità di allevatori e agricoltori.
Secondo le autorità locali, il primo attacco è avvenuto sabato nei villaggi di Tyolaha e Tse-Ubiam, dove dieci persone hanno perso la vita. Il giorno successivo, altri 32 civili sono stati assassinati nei villaggi di Ahume e Aondona, in un’ondata di sangue che non sembra trovare fine. “È una scena straziante. Stiamo ancora recuperando i corpi dalle case e dai campi”, ha dichiarato il presidente dell’area di Gwer West, Victor Omnin.
Tra i feriti si conta anche un sacerdote cattolico, colpito durante l’assalto e attualmente ricoverato in gravi condizioni. Il governatore dello stato di Benue, Hyacinth Iormem Alia, egli stesso sacerdote, ha condannato l’accaduto e definito la situazione “intollerabile”.
Testimoni locali hanno riferito di violenze indiscriminate contro donne e bambini, alcuni dei quali di appena due anni. “Non hanno avuto pietà di nessuno”, ha raccontato un sopravvissuto, mentre molti abitanti fuggivano nella boscaglia per cercare scampo.

Il conflitto tra pastori e agricoltori ha radici complesse e antiche, ma negli ultimi anni è esploso con particolare ferocia. Le rivalità territoriali si sono aggravate con la crisi climatica e la crescita demografica: la scarsità di terra coltivabile e pascoli ha aumentato la competizione e trasformato la convivenza in una guerra silenziosa. A questo si sommano dinamiche religiose e identitarie: molti pastori nomadi appartengono all’etnia Fulani e professano l’Islam, mentre la maggior parte degli agricoltori della regione è cristiana.
Secondo il centro di ricerca Nextier, tra il 2020 e il 2024 si sono verificati almeno 359 episodi violenti legati a questo conflitto, con oltre 2.300 vittime registrate. Tuttavia, analisti e residenti locali ritengono che le cifre reali siano ben più alte, a causa della cronica assenza di dati ufficiali e della scarsa copertura mediatica nelle aree più remote.
Lo stato di Benue, considerato uno dei poli agricoli più produttivi della Nigeria, è ormai in ginocchio. L’instabilità ha paralizzato l’agricoltura, compromettendo la coltivazione di cereali e tuberi fondamentali per l’alimentazione del Paese. Le promesse di protezione e riforma, finora, si sono rivelate insufficienti.
Una legge del 2017 vieta ufficialmente il pascolo all’aperto in Benue, ma la sua applicazione resta debole e discontinua. “Senza sicurezza, non ci sarà futuro per i nostri agricoltori,” ha ammonito il parlamentare federale Asema Achado. “Non possiamo permettere che la paura diventi l’unica compagna di chi lavora la terra.”
Intanto, le comunità colpite continuano a seppellire i morti nel silenzio delle campagne. Un silenzio rotto solo dal pianto dei sopravvissuti e dalla domanda, sempre più angosciante: chi fermerà questa spirale di violenza?



