Con un voto unanime, il parlamento del Mozambico ha approvato una nuova legge che mira a promuovere il dialogo nazionale e la riconciliazione politica. Un passo importante in un paese lacerato da mesi di proteste, accuse di frodi elettorali e una crisi economica sempre più profonda. Il provvedimento, parte di un accordo di pace più ampio firmato il 5 marzo tra il Presidente Daniel Chapo e tutte le forze politiche, prevede anche una riforma costituzionale che toccherà i poteri presidenziali e la struttura dello Stato.
Un voto storico, ma non unanime nello spirito
Se il voto in aula ha mostrato una convergenza formale — con il sostegno dei quattro rami del parlamento — le letture politiche dell’iniziativa restano profondamente diverse. Il partito al potere, il Fronte di Liberazione del Mozambico (Frelimo), rivendica la legge come segno di maturità democratica. “Una storica opportunità di mettere al centro il bene del popolo”, ha dichiarato il leader del gruppo parlamentare.
Ma l’opposizione non si fa illusioni. Il Movimento Democratico del Mozambico (MDM), pur accogliendo con favore la svolta, non dimentica i mesi di repressione seguiti alle elezioni del 9 ottobre 2024, che hanno visto la vittoria controversa di Chapo con il 70,7% dei voti. “Abbiamo denunciato in tempo le frodi. Ci sono volute 360 morti in cinque mesi di proteste perché qualcuno al potere capisse che la democrazia non si impone con la forza”, ha dichiarato Fernando Bismarque, leader del MDM.
Podemos, seconda forza d’opposizione, parla di “gesto di riconciliazione” ma avverte: senza inclusività e decentralizzazione reale, l’accordo rischia di restare lettera morta. Il leader Sebastião Mussanhane chiede che i giovani diventino protagonisti politici, non solo strumenti elettorali.
Più netto il giudizio di Renamo, che accusa il regime di usare le riforme come manovra dilatoria. “Il potere ha storicamente ignorato ogni accordo di pace”, ha dichiarato Jerónimo Malagueta. Renamo chiede il rilascio immediato dei dimostranti arrestati e un serio impegno a smettere di usare le forze di sicurezza per reprimere il dissenso.

Riforma dello Stato, ma anche della fiducia
Il cuore della nuova legge è una riforma costituzionale su tre pilastri: ristrutturare lo Stato, depoliticizzare le istituzioni e decentralizzare il potere. Sul tavolo ci sono modifiche all’autorità presidenziale e al sistema di governance. Un tentativo di superare una lunga stagione di accentramento e opacità, aggravata da anni di conflitti, corruzione e violazioni dei diritti civili.
Ma il percorso è tutto in salita. Il paese resta segnato dalle manifestazioni organizzate dal leader di Podemos e candidato presidenziale Venâncio Mondlane, costretto all’esilio dopo un attentato. La sua presenza, ancora forte attraverso i social, mantiene alta la tensione nelle piazze, nonostante il primo incontro ufficiale con Chapo del 23 marzo abbia fatto sperare in un inizio di distensione.
Crisi economica e povertà diffusa: la pace sociale è anche una questione materiale
A peggiorare il quadro, una crisi economica che non lascia tregua. Il Mozambico è classificato tra i paesi più poveri del mondo: secondo gli ultimi dati, circa il 64% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà. L’economia nazionale è fragile, basata per l’80% su agricoltura di sussistenza, vulnerabile ai cicloni e ai cambiamenti climatici. Le prospettive di crescita legate al gas naturale sono state frenate dall’instabilità nel nord del paese, dove prosegue una guerriglia islamista.
Il debito pubblico è elevato e il Mozambico è considerato ad alto rischio di sovraindebitamento dal Fondo Monetario Internazionale. Il nuovo presidente ha promesso di affrontare questi nodi, ma finora le misure annunciate sembrano più mirate alla sopravvivenza politica che a un piano strutturale di sviluppo.
Un paese sospeso
La nuova legge votata all’unanimità in parlamento è, sulla carta, un passo avanti. Ma in un paese dove le promesse vengono spesso disattese, serviranno più fatti che parole per ricostruire la fiducia. Senza una vera riforma delle istituzioni, senza giustizia per le vittime della repressione e senza un piano per uscire dalla miseria, il rischio è che anche questa “riconciliazione” si dissolva come le precedenti: tra l’inerzia di chi governa e la disperazione di chi subisce.



