I tribunali africani ultima diga per fermare Trump

La politica africana della nuova amministrazione Trump ha un tratto evidente: meno cooperazione tradizionale, più scambio diretto. Aiuti sanitari, deportazioni, basi logistiche, accesso ai minerali critici e accordi bilaterali vengono trattati come pezzi dello stesso tavolo negoziale.

Il principio è quello dell’“America First”: Washington aiuta, finanzia o collabora solo se ottiene in cambio vantaggi concreti per i propri interessi strategici.

In diversi Paesi africani, però, questa linea sta incontrando un ostacolo inatteso: i tribunali.

Kenya, Ghana e Zambia sono diventati tre casi simbolo di una tensione più ampia. Da una parte governi sotto pressione, spesso a corto di fondi e desiderosi di mantenere buoni rapporti con Washington. Dall’altra cittadini, avvocati, organizzazioni per i diritti umani e giudici che chiedono di sapere cosa venga firmato, a quali condizioni e con quali conseguenze sulla sovranità nazionale.

Il nodo non è solo diplomatico. È costituzionale. Può un governo accettare un accordo con gli Stati Uniti senza un vero dibattito pubblico? Può impegnare il Paese su salute, sicurezza, migrazioni o risorse naturali senza passare dal Parlamento? Può farlo quando quei patti incidono sui diritti delle persone, sulla salute collettiva o sul controllo delle materie prime?

Kenya: una struttura Ebola per cittadini americani

Il caso più esplosivo è quello del Kenya. Gli Stati Uniti hanno promosso la creazione di una struttura di quarantena presso la base aerea di Laikipia, a Nanyuki, destinata ad accogliere cittadini americani esposti all’Ebola nella Repubblica Democratica del Congo o in Uganda. Il progetto prevede un centro da 50 posti letto e personale statunitense.

Per il governo del presidente William Ruto si tratta di cooperazione sanitaria e di una scelta responsabile dentro una partnership di lungo periodo con Washington. Per molti cittadini kenioti, invece, è l’esatto contrario: il tentativo degli Stati Uniti di spostare il rischio sanitario fuori dal proprio territorio e di scaricarlo su una comunità locale che non è stata consultata.

Le proteste a Nanyuki sono state dure. Attivisti e residenti hanno manifestato con cartelli, tute protettive e slogan contro la struttura. La paura è semplice: perché cittadini americani potenzialmente esposti a un virus pericoloso dovrebbero essere portati in Kenya, e non curati o messi in isolamento negli Stati Uniti?

La questione è arrivata davanti all’Alta Corte keniota, che ha ordinato la sospensione temporanea del progetto e chiesto al governo di rendere pubblici i dettagli dell’accordo con Washington. Ma secondo fonti internazionali, attrezzature e personale statunitense sarebbero comunque arrivati nell’area della base, alimentando l’accusa di voler andare avanti nonostante i limiti imposti dai giudici.

Il caso ha assunto anche un risvolto tragico. Durante le proteste sono morte alcune persone, tra cui un ragazzo di 17 anni, Sylvester Muigai. Le versioni sulla sua morte divergono: secondo alcune testimonianze sarebbe stato colpito da un proiettile, mentre la polizia ha parlato di una ferita provocata da un lacrimogeno. In ogni caso, la vicenda ha trasformato un accordo sanitario in una crisi politica nazionale.

Il Kenya diventa così il primo fronte di una domanda più ampia: quando un’intesa con una potenza straniera tocca salute pubblica, sicurezza e territorio, può essere gestita come un semplice accordo amministrativo?

Ghana: deportati dagli Stati Uniti e rischio di respingimenti

Il secondo caso riguarda il Ghana e la politica migratoria di Trump. Accra ha accettato di ricevere persone deportate dagli Stati Uniti, in particolare cittadini dell’Africa occidentale espulsi nell’ambito della stretta americana sull’immigrazione. Anche qui l’accordo è stato contestato davanti ai tribunali.

Una parte della società civile sostiene che l’intesa sia incostituzionale perché non approvata dal Parlamento e perché potrebbe violare obblighi internazionali, a cominciare dal divieto di rimandare persone verso Paesi dove rischiano persecuzioni, torture o trattamenti inumani.

Il problema non è astratto. Secondo ricostruzioni di stampa, alcune persone deportate dagli Stati Uniti e arrivate in Ghana sarebbero poi state costrette a rientrare nei Paesi d’origine, nonostante in certi casi esistessero protezioni legali americane proprio contro quel rimpatrio. È il punto più delicato: usare un Paese terzo come stazione intermedia può diventare un modo per aggirare le garanzie riconosciute a chi teme persecuzioni.

La politica dei “third country deportation deals”, gli accordi con Paesi terzi per ricevere deportati, non riguarda solo il Ghana. Negli ultimi mesi sono emersi accordi o trattative con diversi Stati africani, tra cui Eswatini, Uganda, Rwanda, Sud Sudan, Camerun, Repubblica Democratica del Congo ed Equatorial Guinea. In molti casi i dettagli sono scarsi, le condizioni economiche poco trasparenti e i diritti dei deportati difficili da monitorare.

“Swearing in of Judges of the SADC Administrative Tribunal” by Southern Africa Development Community is licensed under CC BY-NC-ND 2.0.

Il Ghana, però, mostra il punto politico: se un governo accetta persone espulse dagli Stati Uniti, deve spiegare su quale base giuridica lo fa, quali garanzie offre e se il Parlamento sia stato coinvolto. Altrimenti l’accordo rischia di trasformarsi in un patto opaco, pagato sulla pelle di persone già vulnerabili.

Zambia: salute in cambio di minerali

Lo Zambia rappresenta un altro lato della politica “America First”: quello delle materie prime. Il Paese è ricco di rame, cobalto e altri minerali strategici, fondamentali per batterie, industria militare, tecnologie digitali e transizione energetica. Non a caso è entrato nel mirino della competizione tra Stati Uniti e Cina.

Secondo ricostruzioni internazionali, Washington avrebbe cercato di collegare un pacchetto di aiuti sanitari all’accesso preferenziale delle aziende americane alle risorse minerarie zambiane. Il governo di Lusaka ha respinto l’impostazione, sostenendo che gli accordi sulla salute e quelli sulle materie prime devono essere valutati separatamente e nel merito.

Il punto è enorme. Gli aiuti sanitari non sono una concessione qualunque: in Paesi come lo Zambia sostengono programmi fondamentali contro Hiv, Aids e altre emergenze. Legarli all’accesso a rame e cobalto significa trasformare la salute pubblica in leva negoziale.

In altre parole: se vuoi i fondi per curare, devi aprire le miniere. È questa la logica che molti osservatori africani leggono come un ritorno a rapporti sbilanciati, dove la cooperazione diventa pressione e l’aiuto diventa contropartita.

Lo Zambia ha reagito politicamente, più che giudiziariamente, ma il caso rientra nella stessa dinamica: accordi bilaterali costruiti in modo aggressivo, con condizioni che toccano settori vitali e che rischiano di ridurre lo spazio decisionale dei Paesi africani.

Non solo aiuti: la nuova diplomazia dello scambio

La seconda amministrazione Trump sembra aver archiviato gran parte del linguaggio tradizionale della cooperazione. La parola chiave non è più sviluppo, ma transazione. Gli Stati Uniti non si presentano soltanto come donatori, ma come acquirenti di vantaggi: minerali, dati sanitari, collaborazione migratoria, basi, logistica, influenza geopolitica.

Questa impostazione nasce anche dalla competizione con la Cina. Washington vuole ridurre il peso cinese nelle filiere delle materie prime critiche e recuperare terreno in Africa. Ma il metodo scelto apre un problema politico: se ogni aiuto diventa condizionato, ogni accordo rischia di produrre dipendenza invece che sovranità.

In Kenya il tema è la salute pubblica. In Ghana sono i diritti dei deportati. In Zambia sono i minerali. Ma la domanda è la stessa: chi decide? I governi, da soli, in trattative riservate? Oppure anche Parlamenti, tribunali, comunità locali e opinione pubblica?

I tribunali come ultima difesa democratica

Il dato più interessante è che la resistenza non passa soltanto dalla piazza. In Kenya e Ghana passa dai tribunali. Sono giudici, avvocati e organizzazioni civiche a chiedere che gli accordi vengano mostrati, discussi, verificati. Non sempre questo basta a fermarli. Ma costringe i governi a rispondere.

È una forma di controllo democratico essenziale. Perché gli accordi internazionali non sono neutri: possono cambiare la vita delle comunità, spostare rischi sanitari, condizionare la gestione delle risorse naturali, determinare il destino di persone deportate.

La questione, quindi, non è se i tribunali africani possano “battere Trump”. Il punto è se possano impedire ai propri governi di firmare al buio patti che incidono sulla sovranità nazionale e sui diritti fondamentali.

In questo senso, Kenya, Ghana e Zambia raccontano qualcosa che va oltre l’Africa. Raccontano il ritorno di una politica internazionale brutale, fondata sullo scambio immediato e sulla pressione economica. Ma raccontano anche l’esistenza di anticorpi democratici: società civili che non accettano di essere informate a cose fatte, giudici che chiedono documenti, cittadini che rivendicano il diritto di sapere.

L’America First di Trump tratta l’Africa come un terreno di contrattazione. I tribunali africani, dove riescono a intervenire, ricordano che gli Stati non sono proprietà dei governi e che la sovranità non può essere ceduta in silenzio.

Zambia, Corte Suprema, By Brian Dell – Own work, Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=5199328