Mongolia, l’aria che uccide: carbone, povertà e inazione

Ogni inverno, in Mongolia, l’aria si fa più densa, la vita più fragile, e il silenzio più insopportabile. Nella capitale Ulaanbaatar, e in gran parte del Paese, il freddo non è più solo una condizione climatica, ma un moltiplicatore di morte. Il carbone, fonte primaria di riscaldamento per milioni di persone, si è trasformato nel nemico invisibile che scorre in ogni respiro.

Circa il 70% dell’energia del Paese deriva ancora dal carbone. Nei quartieri ger della capitale – insediamenti informali costruiti da ex pastori migrati in città – decine di migliaia di stufe domestiche bruciano giorno e notte, sprigionando fumi tossici che si mescolano al traffico e alle emissioni industriali. Il risultato è un inquinamento atmosferico tra i più gravi al mondo, con livelli di particolato PM2.5 che possono superare anche di 100 volte i limiti di sicurezza dell’Organizzazione Mondiale della Sanità nei mesi invernali.

Negli ultimi anni, il governo ha cercato di limitare l’uso di carbone grezzo nella capitale, introducendo una bricchetta “più pulita” e sovvenzionata. Ma i risultati sono stati drammaticamente contraddittori: oltre 800 persone sono morte negli ultimi sette anni per avvelenamento da monossido di carbonio, spesso causato dalla combustione di queste stesse bricchette in ambienti chiusi e privi di adeguata ventilazione.

L’inquinamento atmosferico è oggi una delle principali cause di morte in Mongolia, in particolare tra i bambini sotto i cinque anni. Polmoniti, bronchiti croniche, asma e tumori colpiscono sempre più duramente, mentre l’inquinamento interno – quello che si respira dentro casa – ha superato i livelli esterni in molte zone della capitale. Nei mesi più freddi, i reparti pediatrici registrano centinaia di nuovi casi al giorno, con ospedali al limite della capienza e personale sanitario sotto pressione costante.

Le conseguenze sanitarie sono solo una parte del problema. L’inverno del 2024, particolarmente rigido, ha causato la morte di oltre 10 milioni di capi di bestiame, spingendo decine di migliaia di famiglie di pastori a migrare dalle steppe verso Ulaanbaatar. Questo movimento interno ha accelerato l’espansione dei quartieri informali, aggravando la pressione su una città già incapace di garantire alloggi dignitosi, servizi igienici di base o energia pulita.

“Mongolia 2010 400” by Ssppeeeeddyy is licensed under CC BY-SA 2.0.

L’inquinamento colpisce l’intero paese, ma si concentra in modo diseguale sulle fasce più vulnerabili. L’aria avvelenata non distingue tra poveri e ricchi, ma è nei quartieri più marginali che uccide di più. Il riscaldamento a carbone è spesso l’unica opzione, nonostante le alternative esistano: isolare termicamente le abitazioni, investire in elettricità rinnovabile, migliorare le infrastrutture urbane e i trasporti pubblici.

Le autorità, però, hanno mostrato finora risposte frammentarie, poco coordinate e prive di continuità. In Parlamento si discute, ma gli sforzi rimangono disarticolati. Le responsabilità si rimbalzano da un’agenzia all’altra. L’inquinamento è trattato come una fatalità stagionale, anziché come un’emergenza strutturale. Il monitoraggio è affidato a poche persone e strumenti insufficienti, mentre mancano risorse e volontà per un intervento sistemico.

Il quadro è aggravato dai cambiamenti climatici. Inverni più lunghi e nevicate più intense contribuiscono al collasso del tradizionale stile di vita nomade, spingendo sempre più mongoli verso un’urbanizzazione forzata. La pressione demografica sulle città è destinata a crescere, e con essa la dipendenza dal carbone, se non verranno adottate soluzioni radicali.

La Mongolia è un paese vastissimo e scarsamente popolato, con risorse naturali enormi e un potenziale reale per lo sviluppo di energie rinnovabili. Ma oggi questo potenziale resta inespresso, soffocato da interessi industriali, inerzia politica e povertà diffusa. Una transizione ecologica è tecnicamente possibile, ma manca la volontà politica di guidarla.

La povertà in Mongolia resta diffusa e strutturale: secondo i dati della Banca Mondiale, oltre il 27% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà nazionale. Le disuguaglianze tra aree urbane e rurali sono marcate, e l’accesso a servizi essenziali come acqua, elettricità e assistenza sanitaria è limitato soprattutto nei quartieri ger e nelle province più remote. La vulnerabilità economica è aggravata dalla dipendenza dal clima e dall’estrazione mineraria, settori soggetti a shock estremi.

In un contesto in cui il carbone è ancora simbolo di sopravvivenza quotidiana, trasformarlo in energia pulita richiede molto più che incentivi tecnici: serve una visione collettiva, una mobilitazione sociale e, soprattutto, la convinzione che la salute pubblica valga più dei profitti a breve termine.

“51199-001: Ulaanbaatar Air Quality Improvement Program in Mongolia” by Asian Development Bank is licensed under CC BY-NC-ND 2.0.