L’Italia terrà accese le centrali a carbone fino al 31 dicembre 2038. Non è più soltanto un’ipotesi di “riserva fredda” o di riaccensione straordinaria: un emendamento al decreto bollette approvato in Commissione alla Camera sposta ufficialmente il phase-out di tredici anni oltre la vecchia scadenza del 31 dicembre 2025.
Il testo parla in modo netto: “Entro il 31 dicembre 2038 cessa l’operatività delle centrali a carbone in esercizio per la produzione di energia elettrica”. La giustificazione del governo è la crisi energetica innescata dalla guerra in Medio Oriente, che ha colpito il gas del Golfo e in particolare il GNL del Qatar.
Il problema esiste davvero: l’Italia sta cercando forniture aggiuntive da Algeria, Stati Uniti e Azerbaigian dopo che gli attacchi iraniani hanno compromesso le esportazioni qatariote; Edison ha un contratto di lungo periodo da 6,4 miliardi di metri cubi l’anno, pari a quasi il 10% del consumo annuo italiano, mentre Snam quantifica il peso del Qatar in circa 7 miliardi di metri cubi, cioè attorno all’11% dei consumi nazionali.
Ma proprio qui sta il punto politico. Il ritorno del carbone non segnala soltanto una crisi esterna. Segnala soprattutto la fragilità della strategia energetica italiana. Perché il paradosso è evidente: il Paese rinvia l’addio al carbone proprio mentre il carbone, nel sistema elettrico italiano, pesa ormai pochissimo.
Terna scrive che nel 2024 e 2025 la produzione a carbone nel Continente si è praticamente azzerata per ragioni economiche, e che a fine 2025 restavano in esercizio impianti per circa 4,7 GW, di cui 3,7 GW sul Continente e circa 1 GW in Sardegna. Lo stesso rapporto osserva che le azioni già pianificate sarebbero sufficienti ad abilitare il phase-out sul Continente.
Questo significa che la proroga al 2038 non nasce da un “ritorno competitivo” del carbone, ma da una scelta di assicurazione fossile. Il governo non sta scommettendo sul carbone perché convenga. Lo sta tenendo in vita perché non si fida abbastanza della capacità del sistema di reggere nuovi shock sul gas.
E in effetti il ministro Pichetto Fratin ha spiegato che Brindisi e Civitavecchia potrebbero tornare operative “anche subito”, con un contributo fino a 10 TWh l’anno, ma solo se il prezzo del gas salisse stabilmente sopra i 70 euro/MWh. È la dimostrazione che il carbone resta una tecnologia di emergenza: costosa, inquinante e tenuta in piedi come ruota di scorta.
Il problema è che una ruota di scorta tenuta per tredici anni smette di essere una misura temporanea e diventa una scelta di politica industriale. Tanto più che nel frattempo il sistema elettrico italiano non è fermo.

Secondo Terna, nel 2025 la domanda elettrica è stata di 311 TWh e circa il 41% dei consumi è stato coperto da fonti rinnovabili; la nuova capacità installata è cresciuta di 7,2 GW, trainata dal fotovoltaico, che da solo è salito di 6,4 GW e ha coperto il 14,5% dei consumi elettrici con circa 44 TWh di produzione. In altre parole, l’Italia non è un Paese immobile: le rinnovabili crescono. Ma crescono ancora troppo poco o troppo male per consentire al governo di fidarsi davvero del phase-out fossile.
Il rinvio al 2038 non racconta la forza del sistema, ma il suo ritardo. Se dopo anni di dibattito sulla transizione, dopo la crisi del gas russo del 2022, dopo l’accelerazione sulle rinnovabili e dopo un PNIEC, Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima, che fissava il phase-out al 2025, la risposta finale resta “teniamo aperto il carbone fino al 2038”, allora significa che il problema non è solo la guerra di oggi. È la mancanza di una strategia abbastanza robusta da assorbire gli shock senza tornare alla fonte fossile peggiore.
La questione è ancora più evidente in Sardegna. Qui il rinvio era già stato sostanzialmente ammesso da tempo, perché il phase-out dipende da condizioni tecniche precise: Terna scrive che per l’isola sono indispensabili sia il completamento del Tyrrhenian Link sia lo sviluppo di sistemi di accumulo.
Il Tyrrhenian Link non è fermo: Terna ha già completato nel maggio 2025 la posa del primo cavo sottomarino della tratta Est e nel dicembre 2025 quella del primo cavo della tratta Ovest tra Sicilia e Sardegna. Ma il fatto stesso che l’isola continui a essere considerata non pronta dimostra quanto il phase-out dipenda da infrastrutture ancora incomplete.
Sul Continente, però, il discorso è più difficile da giustificare. Se la produzione a carbone è praticamente azzerata per ragioni di costo e gli impianti restano in piedi soprattutto come garanzia di emergenza, allora il rinvio al 2038 appare meno come una necessità tecnica e più come una scelta politica di massima cautela fossile.
Una cautela che ha un prezzo economico e climatico. Economico, perché il carbone resta penalizzato anche dal sistema ETS europeo, che rende particolarmente onerosa la generazione più emissiva. Climatico, perché spostare in avanti di tredici anni l’uscita dal carbone significa inviare al mercato e agli investitori un segnale ambiguo: l’Italia dice di voler accelerare la transizione, ma quando arriva la crisi vera preferisce ancora tenersi stretta la tecnologia più sporca.
Non è detto che le centrali lavoreranno davvero in modo continuo fino al 2038. Ma questo non assolve la scelta. In politica energetica, spesso conta quasi quanto la produzione reale anche il messaggio che si manda al sistema. E qui il messaggio è chiaro: l’Italia considera ancora il carbone una componente possibile del proprio orizzonte di sicurezza per un altro decennio abbondante. Non perché il carbone abbia un futuro, ma perché il Paese non è ancora riuscito a costruire un presente abbastanza solido senza di lui.
Il punto, allora, non è soltanto che le centrali resteranno accese più a lungo. Il punto è che il rinvio al 2038 certifica una verità più scomoda: l’Italia continua a inseguire la transizione energetica senza averne ancora costruito davvero le condizioni di affidabilità. E quando la politica energetica di un Paese dipende ancora dalla paura del prossimo shock sul gas, il carbone non torna perché conviene. Torna perché non si è fatto abbastanza per renderlo definitivamente inutile.



