Somalia, 62mila persone in fuga dalla siccità

Sessantaduemila persone sfollate in cinque distretti. È un numero che sembra già enorme, ma rischia di essere solo l’inizio. L’Organizzazione internazionale per le migrazioni avverte che la siccità in Somalia sta producendo una nuova ondata di spostamenti forzati.

Nei distretti di Baidoa, Dayniile, Kahda, Diinsoor e Doolow la mancanza d’acqua è già responsabile di gran parte dei nuovi movimenti di popolazione, mentre le proiezioni indicano che centinaia di migliaia di persone potrebbero essere costrette a muoversi nei prossimi mesi.

La parola “sfollati” è corretta, ma non basta. Perché non dice cosa si perde quando una famiglia lascia la propria terra per la siccità. Non dice il campo che non produce più, gli animali morti, il pozzo secco, il debito che cresce, il cibo che costa troppo, la strada verso un campo già pieno, una madre che arriva in città non perché lì ci sia una vita, ma perché nel villaggio la vita non è più possibile.

La siccità viene spesso raccontata come un fenomeno naturale. Non piove, i raccolti falliscono, il bestiame muore, le persone partono. Ma questa sequenza è troppo semplice. La siccità diventa catastrofe quando incontra povertà, guerra, infrastrutture fragili, aiuti insufficienti, prezzi alimentari fuori controllo, istituzioni deboli, territori già spezzati da anni di crisi.

Non è l’acqua che manca da sola a produrre l’esodo. È tutto ciò che non c’è intorno all’acqua. In Somalia, questo “intorno” è devastato. Secondo l’analisi IPC, il sistema internazionale che classifica fame e malnutrizione, circa 6,5 milioni di persone erano previste in condizioni di insicurezza alimentare acuta di livello “crisi o peggiore” tra febbraio e marzo 2026, quasi il doppio rispetto al primo trimestre del 2025.

La stessa analisi stima per il 2026 1,84 milioni di casi di malnutrizione acuta tra i bambini sotto i cinque anni, inclusi 483 mila casi gravi che richiedono cure urgenti.

Questi numeri non raccontano una carestia improvvisa. Raccontano una società spinta progressivamente oltre il limite. Quando la fame cresce, la partenza non è più una decisione. È una conseguenza. Si parte perché il raccolto è fallito, perché l’acqua non basta, perché il bestiame è morto, perché i bambini cominciano a mostrare segni di malnutrizione, perché restare significa aspettare che la crisi arrivi dentro casa.

Molti si dirigono verso aree urbane come Mogadiscio e Baidoa o verso campi per sfollati già sovraffollati, dove rifugi, acqua e servizi essenziali sono insufficienti. L’OIM avverte che le strutture sanitarie nelle zone colpite stanno registrando un aumento dei casi di malnutrizione, soprattutto infantile.

È qui che la parola “clima” rischia di diventare comoda. Perché se diciamo solo “crisi climatica”, rischiamo di trasformare tutto in destino. Ma non tutti subiscono il clima allo stesso modo. La stessa mancanza di pioggia non produce gli stessi effetti in un Paese ricco e in un Paese povero, in una comunità protetta e in una comunità esposta, dove il lavoro dipende dalla terra, l’acqua da fonti fragili, il cibo dagli aiuti, la mobilità dalla necessità.

La siccità è naturale nella sua origine. La catastrofe è politica nella sua distribuzione. Un allevatore che perde gli animali non perde soltanto reddito. Perde capitale, identità, futuro, posizione sociale. Una famiglia che lascia un villaggio non perde soltanto una casa. Perde una rete, un equilibrio, un sapere, una possibilità di autonomia.

Quando arriva in un campo, entra in un’altra forma di povertà: non più la povertà di chi prova a resistere nel proprio luogo, ma quella di chi deve dipendere da una tenda, da una cisterna, da una distribuzione alimentare, da una lista umanitaria.

La siccità, allora, non sposta soltanto persone. Cambia la forma della loro vita. E mentre il bisogno aumenta, i fondi diminuiscono. Secondo l’OIM, le agenzie delle Nazioni Unite e le Ong partner hanno ricevuto solo una parte minima dei finanziamenti richiesti per la risposta umanitaria in Somalia.

Già a febbraio il World Food Programme aveva avvertito che gli aiuti alimentari nel Paese rischiavano di fermarsi entro poche settimane senza nuovi fondi: l’assistenza era stata ridotta da 2,2 milioni di persone a poco più di 600 mila, proprio mentre la fame peggiorava.

Questa è la parte più oscena delle crisi umanitarie contemporanee: sappiamo quasi tutto prima che accada, ma interveniamo come se fossimo sorpresi. Sappiamo quando le piogge sono insufficienti. Sappiamo quali distretti sono più esposti. Sappiamo dove il bestiame sta morendo. Sappiamo quali campi sono già sovraffollati. Sappiamo quanti bambini rischiano la malnutrizione. Sappiamo che senza fondi gli aiuti si riducono. Sappiamo che quando gli aiuti si riducono, le persone si spostano, vendono beni, indebitano le famiglie, ritirano i figli da scuola, tagliano i pasti.

“A woman in Somalia washes clothes with scarce water” by USAID_IMAGES is licensed under CC BY-NC 2.0.

Poi, quando il movimento comincia, lo chiamiamo emergenza. Ma l’emergenza era già scritta nei dati. Era nei sistemi di allerta, nei rapporti, negli appelli, nelle percentuali di finanziamento, nelle mappe della siccità, nei prezzi dei cereali, nei pozzi vuoti.

La Somalia è uno dei luoghi in cui si vede meglio la nuova povertà climatica: una povertà che non nasce solo dalla mancanza di denaro, ma dalla perdita delle condizioni materiali per vivere dove si è nati. Acqua, terra, animali, raccolti, salute, sicurezza, accesso agli aiuti. Quando questi elementi cedono insieme, la persona non è più semplicemente povera. È espulsa.

Non da un esercito, almeno non solo. Non da un confine. Non da una legge scritta. È espulsa da un ambiente che non regge più e da un sistema internazionale che promette assistenza ma non la finanzia abbastanza.

Questa è una delle forme più dure dell’ingiustizia climatica. Chi ha contribuito meno al riscaldamento globale ne paga spesso il prezzo più immediato. Chi vive di agricoltura e pastorizia in economie fragili non può difendersi con assicurazioni, infrastrutture, reti idriche solide, riserve alimentari, piani di adattamento finanziati. Quando la pioggia manca, manca tutto.

E quando manca tutto, la mobilità diventa l’ultima risorsa. Non è migrazione come scelta. È migrazione come resa obbligata. Si parte non perché altrove ci sia davvero una possibilità, ma perché restare è diventato più pericoloso che muoversi. E questa differenza è decisiva: lo sfollato climatico non fugge da una sola minaccia, ma da un’intera catena che si è spezzata.

Le immagini dei campi per sfollati rischiano di diventare sempre uguali: tende, taniche, file, bambini visitati per malnutrizione, donne in attesa, polvere. Ma dentro quella ripetizione c’è il fallimento più grande: abbiamo trasformato l’eccezione in paesaggio. Il campo non è più il segno di una crisi temporanea, ma una delle forme ordinarie con cui il mondo povero viene lasciato sopravvivere.

Sopravvivere, non vivere. Perché vivere significa poter restare senza morire di fame. Significa poter coltivare, allevare, studiare, curarsi, lavorare, progettare. Significa non dover scegliere tra un villaggio senza acqua e un campo senza futuro. Significa non dipendere dalla generosità instabile di donatori che finanziano il 14 per cento di un bisogno e poi chiedono alle agenzie umanitarie di fare miracoli con il resto.

La siccità somala dice questo: il clima è già una questione sociale. Non domani, non nel futuro, non quando le previsioni saranno peggiori. Adesso. E colpisce dove la povertà ha già ridotto ogni margine di difesa.

Per questo non basta parlare di “disastro naturale”. Non basta nemmeno parlare di “crisi umanitaria”, se la formula serve solo a commuovere per un giorno. La parola giusta è responsabilità.

Responsabilità di chi non finanzia gli aiuti dopo aver letto i rapporti. Responsabilità di chi tratta lo sfollamento climatico come un problema locale. Responsabilità di un ordine globale in cui alcune vite vengono protette con infrastrutture, tecnologie e assicurazioni, mentre altre vengono semplicemente contate quando si spostano.

La Somalia oggi non chiede pietà. Chiede di essere letta per ciò che è: uno dei luoghi in cui il futuro climatico è già presente, ma distribuito secondo le vecchie gerarchie della povertà.

Sessantaduemila sfollati in cinque distretti non sono solo il risultato della siccità. Sono il risultato di anni di fragilità accumulate, di aiuti insufficienti, di terre rese più vulnerabili, di comunità lasciate senza alternative. E se nei prossimi mesi il numero crescerà, non potremo dire che non lo sapevamo. La pioggia può mancare. Ma l’abbandono è una scelta umana.

“Drought Threatens Famine in Somalia” by United Nations Photo is licensed under CC BY-NC-ND 2.0.