Il risultato del primo turno delle presidenziali brasiliane contiene un apparente paradosso. Il Brasile arriva al voto dopo quattro anni nei quali diversi indicatori economici e sociali sono migliorati: sono diminuite povertà e disoccupazione, il reddito da lavoro è cresciuto e il Paese è uscito nuovamente dalla Mappa della fame della Fao. Eppure Flávio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente Jair, è riuscito a portare il bolsonarismo intorno al 47% dei voti, contendendo a Lula la presidenza e dimostrando che l’esperienza del governo Bolsonaro non è bastata a ridimensionare la destra radicale.
Per capire questa contraddizione bisogna partire dalla povertà, ma evitando una spiegazione troppo semplice. Non è vero, infatti, che i settori più poveri del Brasile si siano spostati in massa verso Bolsonaro. Alla vigilia del voto, Datafolha registrava ancora un netto vantaggio di Lula tra chi disponeva di un reddito familiare fino a due salari minimi: 46% contro il 29% di Flávio Bolsonaro. Tra chi riceveva il Bolsa Família, direttamente o attraverso un familiare convivente, Lula arrivava al 53% contro il 28% del candidato della destra. Bolsonaro risultava invece più forte nelle fasce superiori ai due salari minimi.
La questione, dunque, non è che la povertà produca automaticamente un voto di destra. Il problema è piuttosto ciò che accade immediatamente sopra la povertà: nel vasto territorio sociale composto da lavoratori precari, autonomi, piccoli imprenditori, famiglie indebitate, ceti medi impoveriti e persone che dispongono di un reddito ma non della sicurezza necessaria per progettare il proprio futuro.
Qui si manifesta una delle contraddizioni più profonde delle società contemporanee. Si può uscire statisticamente dalla povertà senza uscire dalla precarietà. Si può avere un lavoro e contemporaneamente temere di perderlo; guadagnare più di qualche anno prima e vedere una parte crescente del reddito assorbita da debiti, alimentazione, casa, sanità o credito. La Folha ha ricordato che nell’agosto 2026 l’82% delle famiglie brasiliane aveva qualche forma di debito e che, nonostante l’aumento del reddito reale, quasi metà degli intervistati dichiarava difficoltà nel far quadrare i conti.
È dentro questa insicurezza che la destra riesce a costruire consenso. La sinistra continua a essere più forte tra i poveri perché le politiche redistributive hanno conseguenze materiali visibili. Ma diventa più fragile quando deve parlare a chi non si considera povero e tuttavia vive costantemente sull’orlo della retrocessione sociale. A questa fascia la protezione sociale può apparire qualcosa destinato ad altri, mentre la promessa di mobilità individuale, sicurezza e ordine può risultare politicamente più attraente.
Il passaggio decisivo avviene quando l’insicurezza economica viene trasformata in insicurezza generale. Il problema non è più soltanto quanto si guadagna, ma se il quartiere è sicuro, se i figli avranno un futuro, se la criminalità viene controllata, se lo Stato funziona, se qualcuno sta ricevendo privilegi che “noi” non riceviamo. Una frustrazione originariamente sociale viene così tradotta in una domanda di ordine.
È un terreno sul quale il bolsonarismo dispone di un vantaggio importante. Già durante la campagna i sondaggi mostravano come sicurezza e criminalità fossero fra le principali preoccupazioni dell’elettorato. Datafolha rilevava inoltre che la sicurezza era indicata come uno dei maggiori problemi del Paese anche dagli elettori di Lula e di Bolsonaro.
La risposta della destra è semplice e immediata: pene più dure, più repressione, più autorità. Poco importa che la criminalità organizzata abbia cause economiche, territoriali e sociali enormemente più complesse. Sul piano politico il messaggio funziona perché promette di restituire controllo a persone che sentono di averlo perduto.
Lo stesso vale sul terreno culturale e religioso. Flávio Bolsonaro ha consolidato un forte vantaggio tra gli evangelici, mentre Lula continua a prevalere nettamente tra i cattolici e nei settori popolari del Nordeste. A settembre Datafolha dava Bolsonaro al 48% e Lula al 26% tra gli evangelici; nello stesso periodo Lula manteneva un largo vantaggio fra gli elettori a basso reddito.

Questa frattura mostra quanto sia insufficiente leggere il voto esclusivamente attraverso il reddito. Le persone non votano soltanto sulla base della propria posizione economica. Votano anche come credenti, genitori, lavoratori autonomi, abitanti di territori segnati dalla criminalità, membri di comunità e gruppi sociali. Il bolsonarismo ha dimostrato una grande capacità di organizzare politicamente queste identità.
C’è poi l’antipetismo, l’opposizione politica e culturale al Partido dos Trabalhadores di Lula. Una parte dell’elettorato di Bolsonaro non deve necessariamente considerare positiva ogni esperienza del governo di Jair Bolsonaro. Può semplicemente considerare il PT e Lula un pericolo maggiore. È il meccanismo del voto negativo: si vota non tanto per un candidato, quanto contro il campo politico avversario.
Flávio Bolsonaro ha saputo sfruttarlo attenuando, almeno nella forma, alcuni degli elementi più aggressivi dello stile paterno. Secondo osservatori e imprenditori ascoltati dalla Folha, la sua campagna è stata meno conflittuale e più concentrata su antipetismo, sicurezza ed economia. Il risultato è un bolsonarismo apparentemente più presentabile, capace di conservare la base radicalizzata e al tempo stesso di parlare a settori moderati della destra.
Ed è forse questo l’aspetto più preoccupante del voto brasiliano. Il bolsonarismo non è scomparso con Jair Bolsonaro. Ha dimostrato di poter sopravvivere al proprio fondatore, rinnovarsi generazionalmente e diventare una struttura politica più stabile.
L’esperienza degli anni di Jair Bolsonaro, gli attacchi alle istituzioni e lo scontro permanente con il sistema democratico non hanno prodotto quell’immunizzazione che molti si aspettavano. Non perché tutto sia stato dimenticato, ma perché per una parte significativa della società la difesa della democrazia non costituisce necessariamente la prima variabile attraverso cui scegliere il proprio voto.
Quando una famiglia è indebitata, teme la criminalità e vede il proprio futuro sociale bloccato, il richiamo astratto alle istituzioni democratiche rischia di essere meno potente della promessa di sicurezza, ordine e cambiamento. Ed è precisamente questo il terreno sul quale le destre autoritarie riescono a crescere.
Ciò affida al secondo turno delle presidenziali brasiliane qualcosa di più di una possibile e normale alternanza di governo. Il voto arriva mentre il bolsonarismo ha cercato di rafforzare anche la propria presenza parlamentare e mentre una parte della destra ha apertamente indicato nel controllo del Senato uno strumento per modificare i rapporti di forza con il Supremo Tribunale Federale e promuovere procedimenti contro suoi giudici.
La questione democratica, quindi, non può essere separata da quella sociale. Difendere la democrazia significa anche impedire che paura, precarietà e impoverimento diventino il combustibile permanente dell’autoritarismo. Significa offrire sicurezza economica, servizi pubblici, salari, lavoro stabile e prospettive di mobilità sociale. Ma significa anche ricostruire un’identità collettiva capace di spiegare che la precarietà non è un fallimento individuale e che la risposta alla paura non può essere la rinuncia ai diritti e alle garanzie democratiche.
Comunque si concluderà l’appuntamento elettorale, noi auspichiamo naturalmente la rimonta di Lula, il Brasile mostra adesso al mondo un problema che valica in realtà i suoi confini. La destra radicale non avanza necessariamente dove la povertà è maggiore. Avanza dove riesce a dare una risposta politica più efficace alla paura di diventare poveri, alla perdita di status, all’insicurezza e alla sensazione che il futuro sia fuori controllo. Una lezione su cui si dovrebbe riflettere anche fuori dal Brasile.



