Il Mozambico entra nella stagione più difficile con due emergenze che si alimentano a vicenda: quella climatica e quella sociale. Il 3 ottobre le Nazioni Unite hanno indicato il Paese tra i più vulnerabili dell’Africa di fronte al “super El Niño” del 2026. Secondo la relatrice speciale Onu sui cambiamenti climatici, Elisa Morgera, nei prossimi mesi sono attesi periodi prolungati di siccità, ma anche cicloni e inondazioni, in un territorio che ha già subito all’inizio dell’anno alluvioni catastrofiche. L’avvertimento arriva mentre 3,5 milioni di persone vivono già una condizione di grave insicurezza alimentare.
La fragilità è evidente. Il Mozambico contribuisce in misura minima alle emissioni globali ma paga un prezzo altissimo agli shock climatici. Il World Food Programme descrive il Paese come uno dei più esposti a siccità, cicloni e inondazioni ricorrenti; le alluvioni dei primi mesi del 2026 hanno colpito quasi 700 mila persone. La crisi climatica si somma a povertà, malnutrizione, conflitto armato e debolezza economica, riducendo ulteriormente la capacità delle famiglie di assorbire nuovi shock.
Per questo l’allarme di Morgera non riguarda soltanto il meteo. La relatrice Onu ha richiamato anche le multinazionali presenti nel Paese, in particolare quelle dei combustibili fossili, chiedendo obblighi chiari per prevenire danni ambientali e climatici prevedibili. È un passaggio politicamente rilevante in un Paese che punta molto sullo sfruttamento delle proprie risorse energetiche e minerarie, mentre una larga parte della popolazione resta esposta alla fame, alla disoccupazione e alla precarietà.
Ma nelle stesse settimane è emersa un’altra crisi che rende ancora più fragile il quadro: il Mozambico non è più soltanto un corridoio del narcotraffico internazionale. Sta diventando anche un mercato interno della droga.
Secondo dati governativi, i ricoveri ospedalieri legati al consumo di stupefacenti sono aumentati del 38% nell’ultimo anno, superando quota 32 mila. Le autorità considerano il dato soltanto una parte del fenomeno reale. Cannabis, crack ed eroina restano diffuse, ma cresce soprattutto la disponibilità di metanfetamina, mentre le autorità segnalano anche il passaggio di fentanyl.
La posizione geografica del Mozambico spiega una parte del problema. Con circa 2.500 chilometri di costa sull’Oceano Indiano e confini difficili da controllare, il Paese è da anni uno snodo delle rotte che collegano l’Asia ai mercati africani ed europei. Eroina e metanfetamine arrivano soprattutto dall’Asia, mentre la cocaina raggiunge il Paese anche attraverso la cosiddetta rotta lusofona, che collega il Brasile ai Paesi africani di lingua portoghese.

Il salto di qualità è avvenuto quando una quota crescente della droga in transito ha cominciato a rimanere nel Paese. È una dinamica nota nei grandi corridoi del narcotraffico: ciò che attraversa un territorio finisce spesso per creare anche un mercato locale. Il rappresentante dell’Unodc in Mozambico ha sottolineato che i Paesi poveri, con una popolazione molto giovane, sono particolarmente vulnerabili alla diffusione delle droghe sintetiche a basso costo.
Ci sono inoltre segnali di una maggiore presenza di reti criminali internazionali. Sei cittadini messicani sono stati recentemente estradati dal Botswana perché accusati di aver partecipato alla produzione di droga in un villaggio nei pressi di Maputo, dove sarebbero stati sequestrati metanfetamina, attrezzature e precursori chimici. Le autorità mozambicane lamentano carenza di scanner, unità cinofile e personale specializzato, mentre i trafficanti modificano continuamente le modalità di trasporto, nascondendo le sostanze in cosmetici, alimenti o materiali da costruzione.
Anche i numeri giudiziari indicano una crescita. Nella prima metà del 2026 il Central Office for the Prevention and Control of Drugs ha registrato 131 casi legati a traffico e consumo, contro 75 nello stesso periodo del 2025. Il servizio investigativo criminale ne ha registrati 418, contro 250 un anno prima, mentre la procura ne ha trattati 651 contro 418.
Clima e droga sembrano due emergenze diverse, ma condividono lo stesso terreno sociale. La siccità distrugge reddito agricolo, le alluvioni cancellano abitazioni e campi, il conflitto nel Nord produce sfollamento e impoverimento, mentre le opportunità di lavoro restano insufficienti per una popolazione molto giovane. In queste condizioni le economie illegali trovano spazio, sia come fonte di reddito sia come mercato di consumo.
Il rischio è che si consolidi un circolo vizioso: gli shock climatici aumentano la povertà e la vulnerabilità; la debolezza dello Stato riduce la capacità di prevenzione e controllo; il narcotraffico rafforza reti criminali e corruzione; il consumo interno produce nuovi costi sanitari e sociali. È un circuito particolarmente pericoloso nelle aree dove già operano gruppi armati, come Cabo Delgado, e dove la presenza dello Stato resta fragile.
La contraddizione del Mozambico sta tutta qui. Il Paese possiede grandi riserve di gas, risorse minerarie e una posizione strategica sull’Oceano Indiano, ma continua a essere uno dei più vulnerabili del continente. Mentre grandi investimenti internazionali guardano ai giacimenti e alle infrastrutture energetiche, milioni di persone affrontano fame, disastri climatici, insicurezza e ora anche una diffusione crescente delle dipendenze.
Le notizie delle ultime settimane non descrivono quindi crisi separate. Raccontano un unico problema: uno Stato esposto contemporaneamente agli shock climatici globali, alle reti del crimine transnazionale e a una fragilità sociale che trasforma ogni emergenza in un moltiplicatore delle altre.



