Dalla Spagna alla Germania, dall’Italia a tutte le città europee: è il momento di scegliere da che parte stare. Il diritto all’abitare, al lavoro e alla dignità delle persone deve tornare al centro delle politiche pubbliche. Le città sono un bene comune, non un terreno di conquista per la finanza immobiliare internazionale.
C’è un’emergenza strutturale che attraversa l’Europa, entra nelle case, spezza le famiglie, allontana i giovani dalle città in cui sono nati e costringe migliaia di lavoratrici e lavoratori a destinare una parte insostenibile del proprio reddito all’affitto. È la crisi abitativa, una delle manifestazioni più evidenti delle disuguaglianze sociali del nostro tempo.
Eppure, mentre cresce il numero delle persone che non riescono a trovare una casa accessibile, interi quartieri vengono trasformati in occasioni di investimento, gli immobili diventano strumenti di rendita e il patrimonio pubblico rischia di essere sottratto alla sua funzione sociale per essere consegnato a operazioni finanziarie e immobiliari.
La domanda è semplice: a chi devono appartenere le città? A chi le abita, ci lavora e contribuisce alla loro vita quotidiana, oppure a chi le considera soltanto un’opportunità per accumulare profitti?
È su questa contraddizione che la politica europea, nazionale e locale è chiamata a pronunciarsi, senza ambiguità.
Un’emergenza sociale che riguarda milioni di persone
I numeri restituiscono la dimensione del problema. Secondo il rapporto Overview of Housing Exclusion in Europe 2024, realizzato da FEANTSA e dalla Fondation Abbé Pierre, in Europa circa 1,29 milioni di persone sono senza dimora, considerando chi vive in strada, nei dormitori e nelle sistemazioni temporanee destinate alle persone senza casa. Si tratta di una stima basata sulle statistiche nazionali disponibili, che non comprende necessariamente tutte le forme di esclusione abitativa.
A questo dramma si aggiungono le famiglie che rischiano di perdere l’alloggio, le persone costrette a vivere in abitazioni sovraffollate o inadeguate, i giovani che non riescono a emanciparsi e chi, pur lavorando, non dispone di un reddito sufficiente per sostenere il costo di un affitto.
I dati Eurostat mostrano che tra il 2010 e il 2024 i prezzi delle abitazioni nell’Unione europea sono aumentati complessivamente del 53% e gli affitti sono aumentati del 27%. La casa è diventata sempre più costosa, mentre, per una parte significativa della popolazione, salari e redditi non hanno consentito di sostenere la stessa crescita.
Non siamo di fronte a una semplice difficoltà del mercato. Siamo di fronte a un problema che investe i diritti fondamentali, la coesione sociale e la possibilità stessa di costruire un progetto di vita.
Una famiglia che non sa se potrà rinnovare il contratto di affitto, un lavoratore costretto a vivere lontano dal luogo di lavoro, una persona anziana che deve scegliere tra pagare le bollette e comprare i farmaci, uno studente che rinuncia all’università perché non può permettersi una stanza: sono tutte espressioni della stessa crisi.
E non possiamo accettare che la precarietà abitativa venga considerata una conseguenza inevitabile dell’economia contemporanea, oltretutto di guerra.
In Spagna la crisi abitativa è al centro del conflitto sociale
La Spagna è oggi uno dei Paesi in cui la questione abitativa è diventata un terreno centrale di mobilitazione sociale e di confronto politico.
Nelle grandi città, la pressione degli affitti, la difficoltà di accesso a un’abitazione e il conflitto tra le esigenze dei residenti e la redditività degli investimenti immobiliari alimentano proteste e richieste di intervento pubblico.
Le statistiche ufficiali spagnole registravano 28.552 persone senza dimora assistite da strutture di accoglienza e servizi di ristorazione nel 2022, il 24,5% in più rispetto al 2012. È una rilevazione che riguarda gli utenti dei servizi considerati e non rappresenta l’intera popolazione senza casa.
Anche il dato sugli sfratti è significativo. Nel 2024, secondo le statistiche del Consiglio generale della magistratura spagnola riportate da RTVE, sono stati eseguiti 20.558 provvedimenti di rilascio collegati alla mancata corresponsione dell’affitto. Il dato riguarda i provvedimenti eseguiti registrati dalla rilevazione giudiziaria e non tutte le famiglie esposte al rischio di perdere la casa.
Questi numeri raccontano una realtà che non può essere affrontata soltanto attraverso incentivi alla costruzione o nuove opportunità per gli investitori. Servono politiche capaci di proteggere gli inquilini, ampliare stabilmente l’offerta di alloggi pubblici e accessibili e impedire che la rendita immobiliare prevalga sistematicamente sui bisogni delle comunità.
Le mobilitazioni che attraversano la Spagna mostrano quanto la casa sia diventata una questione democratica. Le proteste non riguardano soltanto il livello degli affitti, ma anche il futuro dei quartieri, il diritto a restare nei luoghi in cui si è costruita la propria vita e la possibilità di non essere espulsi dalla città per ragioni economiche.
È una questione che riguarda tutta l’Europa. Perché ciò che accade a Madrid, Barcellona o in altre città spagnole parla anche alle famiglie di Berlino, Parigi, Roma, Milano e di ogni altro centro urbano in cui l’accessibilità della casa è diventata un problema sociale.
In Germania sono centinaia di migliaia le persone senza un alloggio stabile
Anche la Germania, una delle maggiori economie europee, mostra quanto la ricchezza di un Paese non sia sufficiente a garantire il diritto alla casa.
Secondo l’Ufficio federale di statistica tedesco, al 31 gennaio 2025 risultavano 474.700 persone senza dimora ospitate in sistemazioni temporanee o strutture di accoglienza, l’8% in più rispetto alle 439.500 registrate nel gennaio 2024. La rilevazione non comprende tutte le persone che dormono in strada o vivono in altre condizioni non intercettate dalla statistica.
Il dato più doloroso riguarda le famiglie: oltre 163.000 persone conteggiate nel gennaio 2025 appartenevano a nuclei formati da coppie con figli. La mancanza di una casa stabile non colpisce, quindi, soltanto persone sole, ma anche genitori e minori.
La questione investe inoltre la disponibilità di abitazioni a canone sociale. Alla fine del 2024, il patrimonio tedesco degli alloggi in affitto a canone sociale ammontava a circa 1,05 milioni di abitazioni, secondo il Ministero federale competente. Nello stesso quadro statistico, il censimento del 2022 aveva rilevato circa 1,9 milioni di abitazioni vuote in Germania: un dato che non significa, però, che tutti questi immobili siano immediatamente utilizzabili dove esiste maggiore domanda, né che siano disponibili a prezzi accessibili.
Questi elementi pongono una questione politica fondamentale: costruire nuove abitazioni non basta se una quota insufficiente è destinata stabilmente a soddisfare i bisogni sociali. Occorre chiedersi chi possa accedervi, a quali condizioni, con quali garanzie e per quanto tempo.
Il patrimonio pubblico non può diventare un’occasione di speculazione
La questione si fa ancora più delicata quando sono gli immobili pubblici a entrare in operazioni finanziarie presentate come interventi di rigenerazione urbana, valorizzazione o edilizia sociale.
La riqualificazione delle città è necessaria. Recuperare edifici degradati, rendere gli alloggi più efficienti e migliorare i quartieri può rispondere a esigenze collettive reali. Ma non basta attribuire a un progetto l’etichetta di sociale perché esso produca automaticamente un beneficio pubblico.
Bisogna guardare ai fatti: quali sono i prezzi finali? Quanti alloggi restano effettivamente accessibili alle famiglie a basso e medio reddito? Quali vincoli impediscono successive operazioni speculative? Quanto dura la destinazione sociale? Chi controlla il rispetto degli impegni? Quali garanzie hanno gli abitanti e quali vantaggi economici ottengono i soggetti privati coinvolti?
Quando un bene pubblico viene trasferito o affidato a operatori privati, la collettività ha diritto alla massima trasparenza. Se l’interesse pubblico viene invocato per giustificare un’operazione, deve essere verificabile nei suoi risultati, non soltanto dichiarato nei comunicati ufficiali.
Il problema non è attribuire indistintamente a ogni fondo immobiliare le stesse responsabilità. Il problema è impedire che il patrimonio collettivo venga sottratto alla sua funzione sociale senza garanzie adeguate, mentre famiglie, giovani e lavoratori vengono lasciati senza alternative concrete.
Un immobile pubblico non è soltanto un cespite da valorizzare: è una risorsa della collettività e deve rispondere a bisogni collettivi.
La politica deve avere il coraggio di stabilire regole chiare, rendere pubblici contratti e condizioni economiche, tutelare gli alloggi sociali nel lungo periodo e subordinare ogni intervento all’effettivo interesse delle comunità.

Diritto alla casa e diritto al lavoro sono inseparabili
La crisi abitativa non può essere separata dalla precarietà del lavoro.
Contratti instabili, bassi salari, lavoro povero e disoccupazione rendono difficile ottenere un affitto, fornire garanzie ai proprietari o sostenere spese impreviste. Allo stesso tempo, il costo eccessivo della casa assorbe una quota crescente del reddito, riducendo la possibilità di affrontare le altre necessità familiari.
Si produce così un circolo vizioso: il lavoro non garantisce sempre una vita dignitosa e una casa adeguata, mentre l’assenza di una casa stabile rende più difficile lavorare, studiare, prendersi cura dei figli e partecipare pienamente alla vita sociale.
Per questo la difesa del diritto all’abitare deve procedere insieme alla difesa del lavoro, dei salari, delle tutele sociali e dei servizi pubblici.
Non è accettabile che una persona che lavora regolarmente sia comunque costretta a vivere nell’incertezza abitativa. Non è accettabile che un licenziamento o una malattia possano trasformarsi rapidamente in un rischio di sfratto. Non è accettabile che bambini e adolescenti paghino con l’instabilità e l’esclusione le difficoltà economiche delle proprie famiglie.
Non è accettabile che la povertà sia uno stigma che porta all’esclusione sociale.
La dignità non può dipendere esclusivamente dalla capacità individuale di sostenere il costo del mercato.
L’Europa deve assumersi le proprie responsabilità
Per troppo tempo la questione abitativa è stata affrontata come un problema prevalentemente nazionale o locale, mentre i capitali, gli investimenti e gli operatori immobiliari si muovono su scala internazionale.
Questa asimmetria richiede una risposta europea. Non significa ignorare le differenze tra i sistemi abitativi dei singoli Paesi, ma riconoscere che la perdita di accessibilità delle città è una questione comune, con conseguenze sui diritti sociali, sulla mobilità dei lavoratori, sulle opportunità dei giovani e sulla coesione delle comunità.
L’Unione europea e i governi nazionali devono contribuire a un programma strutturale fondato su obiettivi verificabili:
Più edilizia pubblica e sociale, con investimenti stabili e alloggi sottratti alla logica della rendita.
Tutela degli inquilini, prevenzione degli sfratti e strumenti efficaci per affrontare la morosità incolpevole.
Regole trasparenti per le operazioni immobiliari, soprattutto quando coinvolgono beni pubblici, agevolazioni fiscali o finanziamenti collettivi.
Contrasto alla precarietà abitativa, con particolare attenzione a famiglie con figli, giovani, anziani, persone con disabilità e lavoratori a basso reddito.
Recupero degli immobili inutilizzati, quando concretamente idonei, per ampliare l’offerta di alloggi accessibili.
Partecipazione democratica, affinché residenti, sindacati, associazioni degli inquilini e comunità locali possano conoscere e discutere le trasformazioni urbanistiche che incidono sulla loro vita.
Gli investimenti privati possono avere un ruolo nella realizzazione e nel recupero delle abitazioni, ma non possono sostituire la responsabilità pubblica di garantire condizioni di accesso eque. Il criterio decisivo deve essere il beneficio sociale effettivo e durevole.
Una mobilitazione europea per il diritto alla casa e al lavoro
Di fronte a questa emergenza è necessario costruire una vasta mobilitazione popolare europea.
L’Unione Inquilini propone di portare la vertenza oltre i confini nazionali e di coinvolgere il movimento sindacale, le organizzazioni dei lavoratori, le associazioni per il diritto alla casa, i movimenti sociali, gli studenti e le amministrazioni locali disponibili a impegnarsi concretamente.
L’obiettivo deve essere una giornata europea di mobilitazione in tutte le città, con manifestazioni, assemblee pubbliche, iniziative territoriali e una piattaforma comune di rivendicazioni. In questo percorso, la proposta di promuovere uno sciopero generale europeo per il diritto alla casa e al lavoro merita di essere posta al centro del confronto tra le organizzazioni sindacali e sociali, attraverso un percorso di costruzione condiviso a livello continentale.
Una mobilitazione di questa portata deve dare voce a chi subisce gli sfratti, a chi vive in alloggi inadeguati, a chi è in lista d’attesa per una casa popolare, a chi non può permettersi un affitto e a chi teme di perdere il proprio lavoro.
Deve chiedere impegni precisi ai governi, alle istituzioni europee e alle amministrazioni locali. Deve trasformare un disagio diffuso in una vertenza collettiva, capace di ottenere risposte concrete e misurabili.
La mobilitazione non può limitarsi alla denuncia. Deve costruire un programma comune che unisca il diritto alla casa, il diritto al lavoro, la difesa del patrimonio pubblico e la partecipazione democratica alle scelte urbanistiche.
La politica deve decidere da che parte stare
La politica nazionale e locale non può continuare a rinviare le decisioni o a nascondersi dietro la complessità dei mercati.
Deve scegliere se mettere al primo posto il diritto delle persone ad abitare le città oppure lasciare che la capacità economica determini sempre più chi possa viverci. Deve dimostrare, attraverso atti concreti e bilanci pubblici, se considera la casa un diritto da garantire o soltanto un bene da valorizzare finanziariamente.
Questa scelta riguarda tutti: governi, parlamenti, regioni, comuni e istituzioni europee. Riguarda anche le forze sociali e sindacali, chiamate a costruire una risposta comune che superi la frammentazione delle vertenze nazionali.
Non servono dichiarazioni generiche sulla coesione sociale. Servono alloggi accessibili, risorse adeguate, protezioni contro gli sfratti, salari dignitosi, controlli effettivi e una gestione del patrimonio pubblico orientata all’interesse collettivo.
La casa non è un premio per chi può permettersela. È una condizione essenziale per esercitare gli altri diritti, costruire relazioni, crescere i figli e partecipare alla vita democratica.
Le città sono fatte di persone, di lavoro, di relazioni e di comunità. Senza chi le abita, diventano contenitori di investimenti, non luoghi di vita.
Per questo oggi, dalla Spagna a tutta Europa, è necessario unire le lotte e costruire una mobilitazione capace di mettere al centro la dignità umana e la giustizia sociale.
Basta sfratti. Basta licenziamenti. Basta sfruttamento. Basta speculazione immobiliare.
La casa è un diritto. Il lavoro è un diritto. Le città sono un bene comune.
È il momento di trasformare queste parole in una piattaforma europea, in una mobilitazione popolare e in impegni politici verificabili. Perché nessuna città può dirsi davvero giusta se espelle le famiglie che non possono più permettersi di abitarla.



