L’India sfida Trump con il petrolio russo

Nel grande gioco globale del petrolio, l’India ha preso una posizione netta: non voltare le spalle alla Russia, ma anzi sostenerne l’economia energetica. Una decisione strategica, cinica per alcuni, inevitabile per altri. Fatto sta che, tre anni dopo l’invasione dell’Ucraina, Nuova Delhi è diventata il principale cliente del greggio russo, superando anche la Cina per volumi importati via mare.

Un rapporto commerciale consolidato, che negli ultimi mesi ha però scatenato tensioni con gli Stati Uniti. L’ex presidente Trump, tornato alla guida della Casa Bianca, ha accusato pubblicamente l’India di “finanziare indirettamente la guerra di Putin”, minacciando dazi “penali” del 25% su diversi beni indiani. Ma i dati parlano chiaro: l’India ha approfittato del vuoto lasciato dall’Occidente nei terminal petroliferi russi, comprando petrolio a prezzi scontati, raffinando e — in parte — rivendendo il surplus sotto forma di diesel anche ai Paesi europei.

Perché l’India compra (così tanto) petrolio russo? La scelta indiana ha ragioni semplici e solide. Il prezzo intanto: con il tetto imposto dall’UE a 60 dollari al barile, il greggio russo è venduto a sconti consistenti rispetto al Brent o all’Arab Light. C’è poi il bisogno interno: l’India importa circa l’85% del suo fabbisogno energetico. Per una popolazione di 1,4 miliardi, ogni punto risparmiato incide su bilancia commerciale, inflazione e stabilità monetaria. Infine la flessibilità di Mosca: Mosca ha accettato pagamenti in rupie, yuan o dirham, rendendo i contratti più accessibili in fase di sanzioni internazionali.

Il risultato? Nel solo 2024, l’India ha importato oltre 75 milioni di tonnellate di greggio russo, pari a quasi il 40% del totale delle sue importazioni. Raffinerie come quella di Reliance Industries, sulla costa occidentale, hanno tratto profitti record da questo afflusso di petrolio pesante russo, compatibile con la configurazione tecnica degli impianti locali. Il titolo di Reliance è salito del 34% da inizio guerra, a fronte della stagnazione di colossi americani come ExxonMobil.

“File:BPCL petrol filling station.JPG” by Nikhilb239 is licensed under CC BY-SA 4.0.

Il grande riorientamento di Mosca
L’invasione dell’Ucraina ha provocato una rivoluzione forzata nei flussi petroliferi globali. L’Europa, che nel 2021 acquistava oltre il 50% del petrolio russo, ha progressivamente ridotto le importazioni fino a bloccarle quasi del tutto nel 2023. In risposta, Mosca ha ripiegato sull’Asia, con due clienti strategici: Cina e India. La Cina continua a ricevere petrolio russo via oleodotto e via mare.

L’India invece ha assorbito la maggior parte del greggio trasportato dalle navi cisterna occidentali sotto “bandiere ombra”, spesso con rotte che evitano i canali tradizionali per sfuggire alle sanzioni e ai controlli sul tetto dei prezzi.

Secondo i dati del Centre for Research on Energy and Clean Air, le entrate russe da petrolio, gas e carbone hanno superato nel 2024 i 185 miliardi di dollari, con oltre il 60% generato grazie ai Paesi asiatici. Di questi, l’India è stata il partner più dinamico: flessibile nei pagamenti, silenziosa nelle dichiarazioni politiche, affidabile nei volumi.

Una neutralità strategica (ma costosa)
Per Nuova Delhi, questa posizione ha un prezzo. Trump ha promesso di colpire il commercio indiano con dazi mirati, chiedendo in cambio un maggior acquisto di gas e greggio americani. Ma le raffinerie indiane sono progettate per lavorare greggio pesante e solforoso, come quello russo: convertirle richiede tempo e milioni di dollari.

In più, Mosca offre margini di manovra geopolitica: non chiede all’India di prendere posizione sulla guerra in Ucraina, non interferisce nei suoi rapporti con la Cina, né nei delicati equilibri con il Pakistan. Per un Paese che punta a diventare una superpotenza autonoma, questo silenzio è un valore.

Tra sanzioni e opportunità: il nodo etico
Resta però il punto politico e morale: fino a che punto l’India può continuare ad approfittare della guerra? È giusto che, mentre l’Europa congela i contratti e gli Stati Uniti inaspriscono le pressioni, Nuova Delhi prosperi sullo sconto imposto dalle sanzioni?

Modi, al momento, evita lo scontro aperto. Ma il clima è cambiato. La “dottrina dell’equilibrio multipolare” che ha finora guidato la diplomazia energetica indiana rischia ora di trasformarsi in isolamento selettivo. E il petrolio, ancora una volta, si rivela più che una materia prima: è leva di potere, strumento di pressione, test per la credibilità globale.

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