India, Bihar: milioni di elettori cancellati. Il metodo Modi

Nel Bihar, 130 milioni di abitanti, l’estate doveva servire a ripulire gli elenchi elettorali. Invece è diventata il promemoria di come una procedura amministrativa possa diventare leva politica. In poche settimane, fra raccolti, inondazioni e milioni di lavoratori in transito, agli addetti è stato chiesto di verificare l’identità di quasi 80 milioni di aventi diritto.

La Commissione elettorale ha imposto un modulo e 11 documenti “validi”, escludendo paradossalmente sia la tessera elettorale sia l’Aadhaar, il documento d’identità divenuto imprescindibile per aprire un conto o comprare un telefono.

Il risultato è stato confusione sul campo, pressioni a chiudere comunque, ricorsi incrociati. Quando poi alcune persone ufficialmente registrate come “morte” si sono presentate vive a Nuova Delhi, l’opposizione ha ottenuto l’immagine plastica di un’“operazione pulizia” capace di tagliare fuori elettori reali — soprattutto fra poveri, migranti interni e minoranze religiose.

La posta in gioco supera la contabilità delle cancellazioni (una bozza ha eliminato 6,5 milioni di nomi). Qui si vede un metodo. Prima si alzano barriere burocratiche dove prima c’era una prassi rodata: documenti esclusi, scadenze compresse, modulistica ambigua. Poi si scarica la colpa su “duplicati”, “morti” e soprattutto sugli “infiltrati” — parola che nei comizi del BJP combina migranti bengalesi e cittadini musulmani.

Infine si sposta il frame: chi contesta la revisione non difenderebbe la correttezza del voto, ma proverebbe a “salvare il bacino degli infiltrati”. È un’arma retorica che, intanto, legittima epurazioni su larga scala, con effetti potenzialmente superiori ai margini di vittoria in molti collegi.

La reazione istituzionale ha mostrato quanto il terreno sia scivoloso. La Corte Suprema è dovuta intervenire perché l’Aadhaar venisse accettato come documento d’identità, pur precisando che non prova la cittadinanza. Una toppa arrivata tardi e che non scioglie il nodo politico: se la revisione è davvero neutra, perché affidarla a criteri così mobili da richiedere un ordine del massimo organo giudiziario a ridosso delle urne?

“Narendra Modi at a BJP rally” by Al Jazeera English is licensed under CC BY-SA 2.0.

Il caso Bihar funziona da vetrino di laboratorio. Messo sotto luce, rivela una traiettoria più ampia dell’India di Narendra Modi: la compressione dello spazio civico non passa solo da grandi leggi, ma da una somma di pratiche — identificazione invasiva, discrezionalità centralizzata, opacità dei dati — che alzano il costo della partecipazione per i meno forti. Quando la Commissione elettorale rivendica piena “discrezione” su tempi e modalità delle revisioni, esercita un potere che, senza trasparenza radicale, può piegarsi alla convenienza del momento.

Dentro questo quadro pesano anche gli strumenti digitali. L’India è tra i Paesi che più spesso spengono internet per gestire proteste, ordine pubblico ed elezioni: un interruttore che interrompe organizzazione, monitoraggio indipendente, accesso a servizi e ricorsi. È l’ombra che cade sulle liste, sui seggi, sui conteggi.

Chi difende la stretta replica che ripulire gli elenchi è doveroso, che i “morti” e i “duplicati” vanno eliminati, che senza revisione si alimenta la frode. Ed è vero: ogni democrazia deve curare il proprio registro elettorale. Ma qui non si discute il principio: si discute il metodo. Perché escludere i documenti più usati e poi riammetterli su ordine del giudice?

Perché negare l’accesso a dataset leggibili da macchina e ai filmati dei seggi, indispensabili per verifiche indipendenti, salvo invocare la privacy quando conviene? Perché consentire a portavoce di governo di agitare lo spettro degli “infiltrati” mentre i tecnici richiamano al rigore delle procedure? L’effetto netto è asimmetrico: chi ha tempo, denaro e competenze digitali può correggere gli errori; gli altri, spesso, rinunciano.

Non è un episodio isolato. Da anni valutazioni indipendenti collocano l’India nella fascia “parzialmente libera”, segnalando il combinato di leggi penali riscritte senza reali garanzie, raid fiscali ai media, restrizioni alle ONG e uso disinvolto di strumenti amministrativi per disciplinare il dissenso. L’autoritarismo, qui, non appare come un colpo di mano: cresce per capillarità. La revisione degli elenchi elettorali è una delle sue forme più efficaci, perché agisce sul prerequisito di tutti gli altri diritti: poter votare.

Il paradosso finale è in una scena: cittadini del Bihar che scoprono di essere “morti” su carta, eppure vivi davanti alle telecamere. Quei volti dicono che la democrazia non muore quando qualcuno perde un’elezione, ma quando molti perdono la possibilità di parteciparvi.

Se l’India vuole restare fedele alla propria grande promessa, deve togliere la burocrazia dalla gola del suffragio, restituire i dati alla luce, smettere di chiamare “infiltrati” i cittadini che non piacciono al potere. Altrimenti, ogni stato chiamato al voto — oggi il Bihar, domani altri — diventerà un test di resistenza non per i partiti, ma per le istituzioni stesse.

“BJP and Shiv Sena flags” by Al Jazeera English is licensed under CC BY-SA 2.0.