Almasri, la giustizia che l’Italia ha delegato a Tripoli

La condanna di Osama Najeem Almasri da parte del Tribunale di Tripoli non chiude il caso. Lo riapre dal punto più scomodo: quello delle vittime, dei detenuti, dei migranti, delle persone finite dentro il sistema opaco delle carceri libiche. Donne e uomini senza voce pubblica, spesso senza documenti, senza difesa reale, senza un luogo dove chiedere giustizia.

Il tribunale libico ha inflitto ad Almasri 7 anni e 4 mesi di reclusione per violazione dei diritti dei detenuti. Una pena che, sulla carta, riconosce l’esistenza di abusi.

Ma il punto politico e morale resta intatto: l’Italia, nel gennaio 2025, non consegnò Almasri alla Corte penale internazionale. Lo arrestò a Torino, poi lo lasciò uscire dal perimetro della giustizia dell’Aja e lo rimandò in Libia con un volo di Stato.

Da allora il caso è diventato una ferita istituzionale. Per il governo italiano, il rimpatrio fu una scelta di sicurezza nazionale. Per le opposizioni e per le organizzazioni per i diritti umani, fu una resa politica davanti alla Libia. Per la Corte penale internazionale, fu un problema di cooperazione mancata.

La sentenza di Tripoli consente oggi alla maggioranza di dire: avevamo ragione, la giustizia libica ha fatto il suo corso. Ma questa lettura è troppo comoda. Perché la giustizia non si misura soltanto con l’esistenza di una condanna. Si misura con l’indipendenza del processo, con l’ampiezza delle accuse, con la possibilità per le vittime di essere ascoltate, con la capacità di accertare responsabilità in un sistema dove sicurezza, milizie, carceri e potere politico spesso si sovrappongono.

Almasri non era un detenuto qualunque da restituire al suo Paese. Era un uomo destinatario di un mandato della Corte penale internazionale per presunti crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Le accuse riguardavano torture, omicidi, violenze sessuali e abusi nel carcere di Mitiga.

Cioè uno dei luoghi simbolo della detenzione libica, dentro quel sistema che l’Europa conosce bene e che l’Italia ha contribuito a sostenere, direttamente o indirettamente, in nome del controllo dei flussi migratori.

La povertà non è solo mancanza di reddito. È anche mancanza di diritti. È non avere un giudice credibile. È non poter denunciare chi ti tortura. È diventare invisibile dentro una prigione, in un centro di detenzione, in una trattativa tra Stati. La povertà estrema dei migranti detenuti in Libia è anche questa: essere corpi utili alla geopolitica e irrilevanti per la giustizia.

La condanna di Tripoli, dunque, non cancella la domanda sull’Italia. La rende più precisa. Se Almasri era così pericoloso da dover essere espulso con urgenza, perché non era abbastanza pericoloso da essere consegnato alla Corte penale internazionale?

Se la giustizia libica è oggi considerata sufficiente, perché il governo italiano non ha seguito una procedura trasparente di cooperazione giudiziaria? Se il problema era la sicurezza nazionale, chi ha deciso che quella sicurezza venisse prima degli obblighi internazionali?

La politica italiana proverà a trasformare la sentenza in una prova a favore o contro il governo. Ma la questione è più profonda dello scontro tra maggioranza e opposizione. Riguarda il modo in cui l’Italia tratta la giustizia quando incontra il confine sud del Mediterraneo. Riguarda il prezzo pagato dai più fragili quando sicurezza, migrazione ed energia diventano la stessa partita diplomatica.

La Libia ha condannato Almasri. Ma non basta una sentenza per dire che giustizia è stata fatta. Soprattutto quando quella giustizia arriva dal Paese in cui gli abusi sarebbero avvenuti e dopo che l’Italia ha evitato la strada dell’Aja.

Il caso resta aperto perché aperta resta la domanda sulle vittime. Chi le rappresenta? Chi garantisce che i crimini commessi nei luoghi di detenzione libici non vengano ridotti a un fascicolo interno, utile a salvare la faccia di più governi? E chi risponde quando uno Stato democratico decide che la giustizia internazionale può essere sacrificata alla ragion di Stato?

La condanna di Almasri non assolve nessuno. Non assolve la Libia, chiamata a dimostrare che il processo non sia solo una risposta politica. Non assolve l’Italia, che ha scelto di non consegnarlo alla Corte penale internazionale. E non assolve l’Europa, che da anni pretende di difendere i diritti umani mentre delega a Paesi fragili e violenti il lavoro sporco delle frontiere.

Per i detenuti di Mitiga e per i migranti intrappolati nel sistema libico, la giustizia non può essere una questione diplomatica. È l’unico confine che resta tra una persona e la sua cancellazione. E se alla fine è un tribunale libico a pronunciare una condanna che l’Italia ha evitato di rendere possibile davanti alla Corte penale internazionale, c’è poco da esultare.

C’è da preoccuparsi. Perché quando lo Stato di diritto italiano finisce per sembrare più timido, più calcolatore e meno coraggioso di quello libico, il caso Almasri smette di parlare soltanto della Libia. Comincia a parlare di noi.