Mali, svolta autoritaria e alleanza totale con la Russia

Il generale Assimi Goïta, presidente della transizione maliana, ha intrapreso una visita ufficiale di cinque giorni in Russia, su invito di Vladimir Putin. I colloqui tra i due leader anticipano il vertice Russia-Africa e mirano a consolidare una partnership che è ormai molto più di un’alleanza tattica: Mosca è oggi il principale alleato estero di Bamako, sul piano militare, economico ed energetico.

I dossier sul tavolo riguardano sicurezza, energia, trasporti e anche tecnologia nucleare civile. Già avviata, intanto, la costruzione di una raffineria d’oro in Mali con il supporto russo, che punta a rendere autonoma la filiera mineraria nazionale.

Dal golpe alla svolta autoritaria
Goïta è salito al potere dopo i colpi di Stato del 2020 e del 2021. Da allora il Paese è passato da una fragile democrazia a un regime militare centralizzato, che ha progressivamente chiuso ogni spazio politico. A maggio, la giunta ha sciolto tutti i partiti e, poche settimane dopo, ha esteso di cinque anni il mandato presidenziale, abbandonando ogni ipotesi di elezioni a breve termine.

La repressione del dissenso è ormai sistemica: censura, arresti arbitrari e controllo dell’informazione sono in aumento. Il Mali è, a tutti gli effetti, uno Stato autoritario in piena legittimazione internazionale alternativa, dove l’Occidente è fuori gioco e la Russia è dentro con tutte le scarpe.

“Assessing how Indian farmers manage climate and weather risks” by CGIAR Climate is licensed under CC BY-NC-SA 2.0.

Africa Corps e la guerra “silenziosa” contro i jihadisti
Sul piano militare, dopo l’espulsione delle forze francesi (e la rottura con l’ONU), il Mali ha sostituito il gruppo paramilitare Wagner con il suo erede diretto, l’Africa Corps: una forza russa ristrutturata e ora ufficialmente al servizio dei governi africani “amici”.

Africa Corps collabora con le truppe maliane nella guerra contro l’insurrezione jihadista, che continua a colpire soprattutto il nord del paese. Qui operano gruppi affiliati allo Stato Islamico e ad al-Qaeda, in un conflitto lungo, sporco e fuori dai radar dell’attenzione mediatica occidentale.

Il Mali e la nuova architettura del Sahel
Assieme a Burkina Faso e Niger, anch’essi sotto giunte militari e orientati verso Mosca, il Mali ha lasciato la CEDEAO, la Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale. I tre paesi hanno costituito l’Alleanza degli Stati del Sahel, che mira a una difesa congiunta, un mercato integrato e persino a una valuta comune.

Un vero e proprio blocco alternativo regionale, con peso militare, risorse minerarie, e sostegno russo. Una nuova configurazione geopolitica africana che sfida l’egemonia francese e la debole presenza dell’UE.

Una crisi umanitaria fuori scena
In tutto questo, la popolazione civile continua a soffrire: oltre 6,4 milioni di maliani necessitano di aiuti umanitari urgenti, mentre il conflitto, l’instabilità e il crollo dei servizi pubblici aggravano la povertà diffusa. L’accesso umanitario è sempre più difficile, e gli appelli dell’ONU restano largamente inascoltati.

Il Mali come laboratorio autoritario africano
Il Mali è oggi un caso-scuola. Un Paese che, nel silenzio della comunità internazionale, ha rotto con l’Occidente, ha militarizzato la politica interna, ha cercato protezione militare altrove e ora si propone come modello per un’“altra Africa”: meno democratica, più verticale, più autonoma. O, almeno, dipendente da altri.

Ma in tutto questo, la popolazione resta schiacciata: tra jihadisti, eserciti, milizie, fame e isolamento. Mentre i vertici militari firmano accordi nucleari, milioni di cittadini restano senza pane né voce.

“Young girl drinks fresh water from a pump” by World Bank Photo Collection is licensed under CC BY-NC-ND 2.0.