Si voterà online dal 23 al 26 ottobre per eleggere il nuovo presidente del Movimento 5 Stelle. In teoria un appuntamento fondativo, in pratica una formalità: Giuseppe Conte è l’unico candidato con possibilità reale. La piattaforma è pronta, gli iscritti potranno cliccare, ma il risultato è scritto. È la democrazia diretta al tempo del candidato unico, un rito di partecipazione che conferma ciò che già è deciso.
Il Movimento nato per “aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno” è diventato la propria scatoletta chiusa: si discute solo all’interno, e il voto serve più a certificare la leadership che a discuterla.
Appendino, l’uscita teatrale che rivela la crepa
In questo clima di calma apparente arriva la scossa di Chiara Appendino, che lascia la vicepresidenza con un messaggio ambiguo ma inequivocabile: “Per amore della casa”. Nessuna scissione, nessuna corrente, ma un segnale politico chiaro.
La ex sindaca di Torino non contesta Conte frontalmente, ma mette in dubbio la direzione: un Movimento sempre più appiattito sul Partito Democratico, meno riconoscibile, meno “diverso”.
È un gesto teatrale nello stile pentastellato, certo, ma dietro la messa in scena c’è la sostanza. Appendino ha toccato il nervo scoperto: la collocazione del Movimento e la sua progressiva scomparsa dal radar elettorale.

Numeri alla mano, il declino è evidente
Europee 2024: il M5S si ferma al 9,98%, appena 8 eurodeputati. È la prima volta sotto la doppia cifra.
Amministrative 2025: risultati mediocri nei grandi centri; il Movimento sopravvive solo dentro coalizioni altrui.
Toscana 2025: vittoria del campo largo, ma con peso M5S marginale. Il PD guida, Fratelli d’Italia tallona, i 5 Stelle contano poco.
Referendum di giugno 2025: fronte PD–M5S incapace di mobilitare, affluenza ferma al 30%.
Sondaggi autunnali: M5S oscillante tra 8,5 e 9%, base sempre più disillusa.
In sintesi: il Movimento non cresce dove governa e non sfonda dove corre da solo. Il radicamento territoriale è quasi evaporato, le piattaforme online non bastano più a sostituire le piazze reali.
Conte, il presidente perpetuo
Con la rielezione scontata, Conte consolida il controllo ma riduce il pluralismo interno. Le regole di candidatura – iscrizione da almeno sei mesi, firme, fedeltà al codice etico – rendono la competizione un esercizio teorico.
Il risultato sarà un Movimento monolitico, “ordinato”, e per questo politicamente anemico. La leadership è salva, ma il progetto si logora.
L’unico vero nodo, però, non è il potere interno: è l’identità esterna. Conte si trova stretto fra due opzioni ugualmente rischiose: normalizzare il M5S come partito progressista “classico” (e perdere la sua diversità) o rilanciare l’autonomia identitaria (e rompere con il PD). Entrambe le strade possono rivelarsi vicoli ciechi.
Appendino non ha ragione, ma ha centrato la domanda
L’ex sindaca di Torino resta dentro, ma la sua critica risuona: a cosa serve oggi il Movimento 5 Stelle?
Perché se l’obiettivo è solo garantire a sé stesso la sopravvivenza nel campo largo, allora il M5S rischia di diventare una sigla senza funzione, utile al PD come foglia di fico progressista, ma irrilevante nelle urne.
Non è una questione di persone né di tattica. È di peso politico. E quando un partito che un tempo era il più votato del Paese fatica a superare il 9%, la domanda sull’alleanza diventa inevitabile:
che se ne fa il campo largo di un partner che non porta voti, non allarga i confini e non entusiasma più neanche i suoi elettori?
Un Movimento che si è normalizzato fino a diventare invisibile
Conte parla di “fase di consolidamento”, ma il consolidamento assomiglia alla stasi. Il M5S non è più forza antisistema, né più forza di governo. È un partito intermedio, senza spinta populista e senza appeal istituzionale.
Appendino, con la sua teatralità, lo ha ricordato a modo suo: non basta restare fedeli a un marchio se nessuno lo compra più.
O il Movimento ritrova un ruolo, o finirà a essere una parentesi nella storia del centrosinistra, più che una colonna.
E allora, tra un voto online senza suspense e una dimissione che almeno suscita domande, resta un’unica certezza: Il M5S non è travolto da altri, si sta consumando da solo, ripetendo i riti della partecipazione senza più partecipazione vera.



