Referendum 2025: il voto che parla più dei leader

I 5 referendum non hanno raggiunto il quorum, ma definirlo un semplice flop è una scorciatoia comoda per chi vuole archiviare rapidamente una partita molto più complessa. Dietro quell’apparente insuccesso si nasconde una frattura vera, politica e culturale, che attraversa tutto il centrosinistra. Un’occasione mancata, certo, ma anche un segnale potente di una parte del Paese che ha ancora voglia di contare, anche quando i suoi rappresentanti sembrano non ascoltare.

I circa 14 milioni di votanti non sono affatto pochi, e non sono certo un’inerzia statistica. Sono una parte dell’elettorato che ha scelto di mobilitarsi su temi come il lavoro, i licenziamenti, la sicurezza e la cittadinanza. Nonostante la campagna referendaria sia stata opaca, timida, e spesso sbilanciata sulle dinamiche interne ai partiti, una quota rilevante del Paese ha risposto. Non grazie ai leader, ma spesso nonostante loro. Un’Italia sociale, dispersa ma non passiva, che ha risposto con un sì a riforme strutturali, a tutele cancellate, a domande rimaste inevase per anni.

È qui che emerge la responsabilità politica più evidente: il linguaggio usato, i simboli scelti, la distanza tra chi guida e chi dovrebbe essere guidato. Il Partito Democratico, e con esso la CGIL, hanno fatto la loro parte sul piano organizzativo, ma hanno fallito su quello comunicativo. Hanno parlato troppo tra loro, con una voce interna, politicista, rivolta a un pubblico già convinto. Le storie delle persone comuni, i contesti di vita, le condizioni di lavoro reali, sono rimaste fuori dal racconto. L’appello alla partecipazione è sembrato spesso un invito a sostenere una sigla più che una causa. E così anche chi avrebbe avuto tutti i motivi per votare, ha scelto di non farlo.

Il quesito sulla cittadinanza, in particolare, meritava molto di più. Non solo per il suo valore simbolico, ma perché riguardava concretamente milioni di persone che vivono in Italia, lavorano, studiano, crescono qui. Era un’occasione per costruire una narrazione condivisa e inclusiva, ma anche in questo caso il racconto è mancato. Nessuna grande mobilitazione, nessuna piattaforma culturale ampia. Si è chiesto a una platea stanca e sfiduciata di “fidarsi” senza offrirle un racconto credibile.

Il Movimento 5 Stelle, dal canto suo, ha scelto una posizione defilata, ambigua. Ha sostenuto i quesiti senza metterci realmente la faccia, lasciando libertà di voto su uno dei più delicati, quello sulla cittadinanza. È stato presente per tattica, non per convinzione. Un atteggiamento che rispecchia la vera debolezza del cosiddetto “campo largo”: un’alleanza di sigle che non si fonda su una visione comune, ma sulla mera aritmetica parlamentare.

Il problema, allora, non è né solo Elly Schlein, né soltanto Giuseppe Conte. Il nodo è più profondo: riguarda la capacità, o l’incapacità, di ricostruire un rapporto politico vivo con chi sta fuori dalle stanze, dalle segreterie, dai circoli. Il referendum ha detto che un Paese stanco può ancora parlare. Ma per farlo serve una sinistra che non si rivolga solo a chi ha già letto il programma, ma a chi vive la politica come una possibilità lontana, persa, forse ancora recuperabile. Serve un progetto che parta dalle persone, ma anche una narrazione che sappia davvero rappresentarle. Altrimenti si continuerà a confondere l’assenza con l’indifferenza, e l’astensione con ignoranza.

Quello che resta del referendum non è la somma dei voti. È una domanda sospesa: chi si prende davvero cura di chi lavora, di chi non ha cittadinanza, di chi subisce decisioni senza mai essere interpellato? Se il campo largo non saprà rispondere, il campo si svuoterà. E stavolta non basteranno le coalizioni. Servirà una lingua nuova, e una politica che torni a camminare.