Ci voleva la Calabria per ricordarci che il “campo largo” non è un’alleanza politica ma una teoria del nulla. Un contenitore vuoto, buono per conferenze stampa e titoli di giornale, ma incapace di produrre consenso reale. Dopo la disfatta nelle Marche, anche qui la somma di Pd e Cinque Stelle non fa il totale: fa sottrazione.
Il candidato “civico” dei Cinque Stelle, Pasquale Tridico, ex presidente dell’INPS, era il volto presentabile di un Movimento ormai in caduta verticale. Non è bastato. Non basta mai, quando dietro non c’è più un popolo ma solo una sigla stanca. Il M5S non parla più di cambiamento, non rappresenta più il disagio: è diventato il partito dell’incomunicabilità.
Il Pd e il partito dell’“anti-qualcosa”
Se i grillini si spengono, il Pd continua a consumarsi nella liturgia dell’“anti”. Anti-Meloni, anti-destra, anti-De Luca a giorni alterni. Ma non esiste una linea, un’identità, una visione.
In Calabria, come nelle Marche, il Pd ha portato avanti la stessa formula a batteria: “tutti insieme contro”. Senza una proposta, senza un linguaggio, senza un pensiero. Una strategia che può funzionare su un palco, non nelle urne.
Il campo largo si è ridotto a un campo sterile: un’operazione difensiva fatta di paura e calcolo. E quando la politica non promette nulla, l’elettore sceglie almeno chi promette qualcosa — anche se sbaglia.
Campania, il laboratorio del disastro
Poi c’è la Campania, dove si vota tra poche settimane e dove il centrosinistra non è solo diviso: è in guerra. Un conflitto interno talmente rumoroso da coprire ogni messaggio politico.

Da un lato l’insulsaggine di Roberto Fico, leader per modo di dire, incapace di dare una linea ai Cinque Stelle. Un uomo che ha avuto tutte le occasioni per costruire un ruolo e le ha sprecate una dopo l’altra, trasformando la rappresentanza grillina in pura amministrazione del vuoto.
Dall’altro, Vincenzo De Luca, il governatore-guastatore, che invece di consolidare la tenuta del centrosinistra ha aperto un fronte personale contro il Pd nazionale. Il risultato? Un partito spaccato, un movimento inerte e un’area progressista che non sa più se guardare avanti o indietro.
Il paradosso campano è perfetto: un Pd logorato dal suo stesso potere locale e un M5S incapace di gestire persino il dissenso. Un teatro di vanità e di faide, mentre il campo largo si trasforma in campo minato.
Un problema nazionale
Quello che accade in Calabria, in Campania, nelle Marche, non è una serie di episodi locali: è la cartina di tornasole del collasso di un’idea politica.
Il centrosinistra italiano è oggi una costellazione di figure senza coordinamento, tenute insieme dal terrore di perdere. E infatti perdono lo stesso.
Il centrodestra non vince solo perché unito, ma perché ha un’identità leggibile. Può essere rozza, contraddittoria, perfino regressiva, ma è identità. Chi sta di fronte, invece, sembra più interessato a non contraddirsi a vicenda che a dire qualcosa di nuovo al Paese.
Il risultato è questo: un’opposizione senza visione, un elettorato senza casa, una politica senza respiro. E il centrodestra può dormire sonni tranquilli.



