C’è un dato politico che più di ogni altro emerge dalla sconfitta del governo Meloni nel referendum sulla giustizia: perfino i magistrati, da sempre bersaglio polemico della destra italiana, oggi risultano più affidabili e simpatici agli italiani di questo governo. E già questo basterebbe a misurare la portata del colpo.
Capito? Giorgia Meloni in questo momento riscuote meno consensi del giudice che ti rimanda la causa per il condominio da dieci anni, meno del magistrato che poco prima delle elezioni tira fuori il jolly dell’avviso di garanzia al politico di turno, meno del giudice che dissequestra le navi fatte arbitrariamente sequestrare dal governo, meno dei giudici che rilasciano immigrati, clandestini, stupratori, ladri, assassini, Gli italiani non hanno creduto a questa enorme massa di bugie con cui Meloni e i suoi hanno tentato di condizionare il voto referendario.
Per il centrodestra, e in particolare per la sua tradizione berlusconiana, la separazione delle carriere non è mai stata una riforma qualsiasi. È stata la battaglia delle battaglie, la bandiera identitaria agitata per decenni come simbolo di una giustizia finalmente “liberata” dal presunto strapotere delle toghe.
Da Berlusconi in poi, tutta la destra ha costruito un pezzo decisivo della propria narrazione su questo terreno: la giustizia come campo di una rivincita storica. Eppure, proprio su questo terreno, ha perso. Non su un tema laterale, non su un tecnicismo per addetti ai lavori, ma su uno dei suoi architravi ideologici.
La vera domanda, a questo punto, è se si sia votato davvero sulla giustizia oppure sul governo Meloni. È probabile che il punto sia esattamente questo: formalmente il quesito riguardava l’assetto della magistratura, sostanzialmente molti elettori hanno colto l’occasione per mandare un messaggio politico all’esecutivo.
Un referendum di questo tipo, del resto, finisce inevitabilmente per trasformarsi in un test di consenso sul governo in carica, tanto più quando è il governo stesso a caricarsi la consultazione sulle spalle, a personalizzarla, a farne un passaggio simbolico della propria forza.
E qui sta la novità più rilevante. Per la prima volta da quando Giorgia Meloni è a Palazzo Chigi, il muro della sua invincibilità si è incrinato. Non siamo ancora davanti a un crollo del consenso, né a una crisi di governo, ma il meccanismo politico che sembrava perfetto mostra una crepa visibile.
Fino a ieri Meloni appariva come una leader capace di trasformare ogni tornata elettorale, ogni scontro pubblico, ogni polemica in una conferma della propria egemonia. Oggi non più. Oggi esiste un precedente: può perdere.
La Costituzione non c’entrava niente. La separazione delle carriere neppure. Se ci sono due grandi assenze in questo referendum sono esattamente quelle da cui ha preso origine il voto. Non che alcuni cittadini/e non abbiano votato chi per difendere la Costituzione e chi per separare le carriere. Ma lo scontro era tutto politico. D’altronde, alla fine, non ne hanno fatto mistero nemmeno i protagonisti dei due campi.
È questo il dato che agita la maggioranza e contemporaneamente galvanizza le opposizioni. Perché se Meloni non è più imbattibile, allora si aprono spazi che fino a poche settimane fa sembravano chiusi. Giuseppe Conte lo ha capito subito ed è infatti quello che più apertamente sta cercando di capitalizzare il risultato.

Gongola, chiede le primarie, si accredita come l’interprete più efficace dell’opposizione sociale e populista al governo. E non a torto, dal suo punto di vista: tra i leader del campo progressista è quello che parla con maggiore immediatezza a un elettorato popolare, arrabbiato, diffidente verso le élite e attratto da una politica più muscolare e più semplice nei messaggi.
Elly Schlein, al contrario, continua a pagare un problema che ormai non si può più liquidare come una caricatura avversaria: fatica ad arrivare alla “gente normale”. Ha un profilo identitario forte, riconoscibile, spesso molto netto sui diritti e su alcune battaglie simboliche, ma incontra ancora difficoltà nel tradurre tutto questo in una proposta percepita come concreta dalle fasce più larghe e più comuni dell’elettorato. Non basta parlare a una parte mobilitata del Paese; per contendere davvero il governo alla destra occorre parlare anche a chi non vive la politica come militanza permanente.
E poi, annotazione necessaria in tempi di personalizzazione della politica: un essere umano che ascolta parole e tono con cui Elly Schlein declama le sue ragioni, pensa di essere capitato in mezzo a una riunione del circolo culturale Ivan Sergeevič Turgenev di Pietroburgo. C’è chi, come me e altri, ama il circolo culturale Ivan Sergeevič Turgenev di Pietroburgo. Ma siamo proprio pochi e non si può ignorare.
Ma Schlein ha anche un secondo problema, tutto interno. Pure se politicamente può rivendicare una vittoria del suo campo contro Meloni, deve comunque fare i conti con quella parte del Pd che sul referendum ha votato sì e che la mal digerisce da sempre. Un pezzo del gruppo dirigente democratico non l’ha mai realmente accettata e continua a considerarla un corpo estraneo, un’incursione temporanea più che una leadership da consolidare. Quel pezzo userà ogni occasione utile per logorarla e, se possibile, per farla fuori. La sconfitta del governo non cancella questa guerra interna; semmai la rende ancora più importante, perché il tema della guida del centrosinistra torna improvvisamente concreto.
Anche Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, com’è ovvio, festeggiano. E ne hanno motivo: ogni arretramento di Meloni rafforza l’idea che un’alternativa sia almeno immaginabile. Ma il loro peso resta limitato. Avs può contribuire al clima, può presidiare alcune parole d’ordine, può intestarsi una radicalità coerente sulla pace, dove, paradossalmente, il competitor diretto è M5S e non il Pd. Non può però, da sola, dettare la linea né tantomeno costruire l’architettura di un’alternativa di governo. Ma più di qualche posticino anche per le prossime elezioni se lo sono assicurato.
Il punto vero, infatti, è proprio questo. La sconfitta di Meloni apre una possibilità, non produce automaticamente un’alternativa. Rompere il mito dell’invincibilità della destra è una condizione necessaria, ma non sufficiente. Dopo l’esultanza viene il compito più difficile: dimostrare che esiste davvero un centrosinistra capace non solo di vincere contro Meloni, ma di governare diversamente da Meloni.
Ed è qui che il discorso si fa serio. Perché un programma comune oggi ancora non si vede. Sulla politica economica, ad esempio, qual è la proposta alternativa? Quale idea di sviluppo, quale rapporto tra salari, imprese e redistribuzione, quale politica industriale, quale uso della leva pubblica? Sulla politica estera, poi, la confusione è ancora più evidente: quali differenze reali, riconoscibili e credibili ci sarebbero rispetto alla linea del governo? Su questi terreni non bastano l’antimelonismo, i riflessi unitari contro la destra, o la soddisfazione per una sua sconfitta.
La verità è che il referendum ha consegnato all’opposizione un’occasione politica. Ma le occasioni non durano in eterno. Conte prova già a intestarsela. Schlein deve evitare di farsela scappare e, insieme, di farsi divorare dai suoi. Gli altri alleati possono aiutare, ma non bastano. Se davvero il centrosinistra vuole trasformare questa crepa nel potere di Meloni in una prospettiva di governo, adesso deve fare ciò che finora non ha fatto: costruire una proposta riconoscibile su economia, welfare, lavoro, Europa e politica estera.
Si è parlato, dati alla mano, di una partecipazione giovanile fuori dal comune e schierata per il No. Come se avessero voluto dire basta, andiamo avanti, ci sono problemi seri. L’impressione, che tale resta per il momento, è che in un momento di stasi totale della politica italiana abbiano voluto dare una scossa. Un messaggio che dovrebbe essere ricambiato con un robusto programma d’innovazione per lo studio, il lavoro, i salari, le opportunità da chi oggi ha beneficiato di quel voto. A loro, in ogni caso, dobbiamo il rispetto del futuro.
Altrimenti resterà soltanto il titolo di giornata: Meloni ha perso. Importante, certo. Ma non ancora decisivo. Perché una sconfitta del governo, da sola, non fa nascere automaticamente un’alternativa. Quella, semmai, è tutta da inventare.



