Brice Oligui Nguema ha vinto le elezioni presidenziali in Gabon con il 90,35% dei voti. È lo stesso generale che meno di due anni fa, nell’agosto 2023, aveva preso il potere con un colpo di Stato, rovesciando Ali Bongo Ondimba e ponendo fine a oltre mezzo secolo di dominio della famiglia Bongo. Adesso è stato legittimato dalle urne. Ma fuori dai palazzi, poco o nulla è cambiato.
Il Gabon è uno dei Paesi africani con le risorse naturali più abbondanti — petrolio, legname, manganese, biodiversità forestale — ma quasi un terzo della popolazione vive in povertà. Nelle periferie urbane e nelle zone rurali la disoccupazione giovanile è altissima, i servizi sanitari sono carenti, l’istruzione di base è sottofinanziata, l’inflazione alimentare ha eroso i pochi risparmi rimasti dopo anni di stagnazione.
Il PIL pro capite appare alto solo sulla carta: l’economia è fortemente sbilanciata, con oltre l’80% delle esportazioni legate al petrolio, un settore che dà lavoro diretto a pochissimi e che negli ultimi anni ha visto calare produzione e profitti.
A peggiorare il quadro, nel gennaio 2025 la Banca Mondiale ha sospeso l’erogazione dei fondi per via di un debito arretrato di 27 milioni di dollari non rimborsati. Una misura apparentemente tecnica, ma che in realtà riflette il deterioramento della credibilità finanziaria dello Stato gabonese, ormai troppo dipendente dai prestiti internazionali per pagare salari pubblici e mantenere in vita le strutture essenziali.
In questo contesto, il trionfo elettorale di Nguema assume un significato ambiguo. Certo, si è trattato della prima consultazione post-golpe, e la partecipazione — oltre il 70% — è stata alta. Ma non si può ignorare che il controllo logistico del voto è rimasto in gran parte nelle mani dell’apparato militare, e che l’opposizione era fragile, divisa e poco visibile.

Il principale sfidante, l’ex primo ministro Bilie-By-Nze, ha raccolto appena il 3% dei consensi. Gli osservatori internazionali hanno parlato di elezioni “generalmente trasparenti”, ma l’esito lascia poco spazio a dubbi: Nguema ha consolidato il proprio potere, più che aperto una nuova fase democratica.
Eppure, all’indomani del golpe del 2023, molti gabonesi avevano davvero sperato in un cambiamento. Il regime dei Bongo era corrotto, autoreferenziale, scollegato dalla vita reale della popolazione. Le promesse del nuovo leader includevano una nuova costituzione (approvata nel novembre 2024), la riforma dello Stato e l’inizio di un processo di diversificazione economica.
Ma la realtà, per ora, è molto più lenta delle dichiarazioni: nessun piano industriale è stato ancora presentato, il settore agricolo resta marginalizzato, i redditi non crescono, e il costo della vita continua a salire.
I legami personali e familiari di Nguema con il vecchio regime restano un tema scomodo, soprattutto per una classe media urbana che ha iniziato a dubitare della “discontinuità promessa”. Un giovane laureato in legge, intervistato dall’AP, riassume il sentimento diffuso: “Hanno promesso di riformare le istituzioni, ma non l’hanno fatto. Invece si sono arricchiti”. È un’amarezza concreta, quella che nasce non dalla nostalgia, ma dal sospetto che il potere sia passato di mano per restare nello stesso salotto.
Certo, è ancora presto per giudicare l’intero operato di Nguema. Ma il primo bilancio solleva interrogativi più che entusiasmi. Se davvero il Gabon vuole uscire dalla condizione di paradosso africano — ricco ma povero, esportatore ma indebitato, formalmente democratico ma governato dai militari — occorre che alla legittimazione elettorale seguano atti concreti: investimenti nei servizi pubblici, redistribuzione delle risorse, trasparenza fiscale, decentramento amministrativo.
Altrimenti, non sarà cambiato nulla, se non la foto sul muro.



