Rio de Janeiro è tornata a essere un teatro di guerra e il rumore dei blindati nelle strade del Complexo dello Alemão e in quello della Penha ha coperto, ancora una volta, la voce delle persone che lì vivono. Prima di tutto è necessario sgombrare il campo da un equivoco comodo: Lula non ha organizzato né diretto questa operazione.
In Brasile la sicurezza pubblica è competenza degli Stati e il governo federale può intervenire soltanto in circostanze eccezionali, su richiesta formale e con dispositivi che ne delimitano tempi, catena di comando e responsabilità.
Esistono strumenti, dalla cooperazione operativa fino alla GLO (intervento speciale del governo federale), che possono portare la Polizia Federale a guidare le attività e a subordinare reparti statali come BOPE e CORE, ma ciò presuppone un’intesa esplicita e verificabile.
Qui, invece, abbiamo assistito a un rimpallo di versioni: il ministro della Giustizia Ricardo Lewandowski ha sostenuto che Rio non ha chiesto aiuto, il governatore Cláudio Castro ha sostenuto il contrario. Non è una disputa burocratica, è il cuore politico della vicenda, perché definisce chi decide sulla vita e sulla morte nei quartieri popolari e chi risponde del bilancio delle vittime.
Castro, esponente di spicco dell’area bolsonarista, rivendica da tempo una dottrina muscolare che ha già lasciato segni profondi nella città. Non è la prima volta che accade: Jacarezinho nel 2021 e Vila Cruzeiro nel 2022 hanno inaugurato una stagione di incursioni spettacolari con risultati fragili sul terreno che conta davvero, quello della capacità delle organizzazioni di comandare il territorio e di drenare risorse economiche.
L’operazione di questi giorni ripete lo schema con mezzi più pesanti, più reparti, più fuoco, ma l’esito somiglia a ciò che già conosciamo: contabilità delle morti contestata, comunità terrorizzate, capi latitanti che restano tali, catene finanziarie intatte. Se la sicurezza diventa spettacolo, la verità si misura non sul palcoscenico del blitz, ma sul dopo, quando i furgoni se ne vanno e restano soltanto le famiglie, i negozi chiusi, le scuole ferme, la diffidenza che cresce.
C’è poi un secondo equivoco che orienta male anche l’informazione italiana: parlare di cartelli della droga come se Comando Vermelho, Terceiro Comando Puro o le stesse milizie fossero strutture la cui ricchezza dipende dal dettaglio di cocaina venduta nelle piazze di spaccio. La rendita oggi è soprattutto potere territoriale. Si incassa imponendo servizi, tasse e protezioni: gas, internet, trasporti clandestini, affitti, intermediazioni nel mattone e nella terra, estorsioni ricorsive sui piccoli esercizi.
Il traffico internazionale di stupefacenti resta cruciale perché genera valuta forte e quindi potere finanziario, ma dentro il Brasile il baricentro economico è lo sfruttamento capillare dei bisogni elementari. Per questo, quando lo Stato entra in massa per alcuni giorni e poi si ritira, non tocca l’infrastruttura che conta. Senza un lavoro paziente di intelligence, tracciamento patrimoniale, sequestro dei flussi e arresti mirati ai vertici, il rito del blitz finisce per produrre soprattutto vittime e consenso effimero.

Dentro le fazioni criminali è in atto inoltre un ricambio generazionale che innalza la soglia di violenza e riduce gli spazi di mediazione. Le cosiddette nuove leve sono più rapide a premere il grilletto, più disposte a usare l’intimidazione come linguaggio politico del territorio. Su questo tappeto di polvere, la risposta di Castro sembra dire che lo Stato non ha altro da offrire che piombo e perquisizioni di massa.
È qui che la distinzione tra questione sociale e ordine pubblico si accorcia fino a sparire, e la povertà viene trattata come un reato in sé. Sparare alla cieca, non è una strategia ma un’ideologia: l’idea che l’insicurezza sia un nemico da schiacciare, non un sistema di rendite da smontare e un deserto di servizi da colmare.
E Lula? La Costituzione lo tutela dal caricarsi addosso responsabilità che non gli spettano, ma non lo assolve dalla responsabilità politica di orientare il Paese. Se il governo federale resta muto o si limita a distinguo giuridici, consegna il campo simbolico a chi promette ordine con la paura.
Esiste una via federale che non sia il commissariamento indistinto ma una regia chiara: integrazione operativa incentrata su indagini finanziarie, protezione dei testimoni, protocolli sull’uso della forza e sul tracciamento delle vittime, interventi sociali immediati e misurabili negli stessi quartieri dove oggi entrano i blindati.
Qua sta la differenza tra una politica che fronteggia il crimine e una politica che combatte i poveri. Se la prima chiede pazienza e trasparenza, la seconda si accontenta di una scenografia virile da mostrare in conferenza stampa.
Il rischio, intanto, è che Rio diventi laboratorio di una dottrina dell’ordine che piace alle destre e che spinge le periferie a stringersi ancora di più attorno a chi offre soluzioni rapide, anche quando sono soluzioni criminali. In controluce si intravede il sogno di una normalizzazione forzata che rovescia il tavolo della democrazia dal basso.
Non chiamiamolo golpe, ma c’è l’odore di una quotidiana sospensione dei diritti che alle classi popolari appare come un colpo di Stato a fuoco lento. Tocca a Brasilia spezzare questa spirale e restituire il significato della parola sicurezza alla scuola che apre, al bus che passa, al medico che arriva, alla luce che non salta perché qualcuno la controlla.
Lula può scegliere di non farsi trascinare nella contabilità dei morti e di parlare, finalmente, di responsabilità vive e non solo di competenze astratte. Può imporre che le indagini sugli abusi siano indipendenti, che le cifre siano pubbliche, che la cooperazione federale abbia obiettivi verificabili e non la licenza di colpire alla cieca. Può vincolare fondi e misure a risultati sociali nel giro di mesi e non di anni, nella consapevolezza che ogni giorno di silenzio avvicina le comunità a chi le promette protezione in cambio di obbedienza.
Se la povertà continua a essere trattata come un crimine, il Brasile perderà la partita prima ancora di giocarla. Se invece lo Stato torna a essere presenza utile e non soltanto forza, allora i colpi sparati in questi giorni resteranno soltanto un’eco amara e non l’inizio di una dottrina destinata a durare.



