Il Parlamento europeo ha approvato il 12 febbraio scorso una risoluzione che chiede alla Commissione una “strategia globale, ambiziosa e adeguatamente finanziata” contro la povertà, con un obiettivo solenne: eradicarla entro il 2035.
L’Unione, sulla carta, riconosce la povertà come violazione della dignità umana e come frattura che attraversa diritti, salute, scuola, casa, lavoro, partecipazione democratica. Parole alte, giuste, persino inevitabili.
Il problema è che, nel lessico europeo, la povertà è spesso un tema da dichiarazione, non da bilancio.
La risoluzione parte da numeri che sono uno schiaffo: 93,3 milioni di persone a rischio povertà o esclusione sociale nel 2024, 20 milioni bambini (uno su quattro), 27 milioni in grave deprivazione materiale e sociale.
Se questi dati sono veri – e sono veri – allora la domanda politica non è “che cosa scriviamo”, ma “che cosa mettiamo”. E qui l’Europa si scopre timida, quasi reticente. Perché la risoluzione, più che stanziare, chiede. Più che decidere, invita. Più che assumersi la responsabilità, rimanda.
È la cultura dell’aiuto in versione Ue: un’architettura di princìpi che si ferma spesso davanti alla porta della spesa pubblica. Un’Europa capace di produrre un’enciclopedia di buone pratiche, ma molto meno capace di scegliere la povertà come priorità concreta, quotidiana, misurabile in risorse.
Dentro il testo c’è tutto: la povertà “multidimensionale”, l’intersezione di discriminazioni, la vulnerabilità di donne, bambini, persone con disabilità, minoranze, senza dimora; la richiesta di “qualità del lavoro”, salari adeguati, accesso ai servizi essenziali, casa, sanità, educazione, persino accesso alla cultura.
C’è persino la consapevolezza – rarissima nella politica europea – che il lavoro non basta più: esiste una povertà dentro l’occupazione, fatta di bassi salari, precarietà, part-time involontario.
Eppure, proprio mentre l’Europa descrive con lucidità la ferita, mostra il limite della sua “cultura sociale”: non trasformare quella ferita in una scelta di potere.

Il passaggio più rivelatore è quello sui bambini. Il Parlamento deplora che gli obiettivi al 2030 non siano in traiettoria e chiede un budget dedicato “sostanziale” per la Child Guarantee, arrivando a citare una cifra: almeno 20 miliardi di euro nel prossimo quadro finanziario.
È una richiesta che dice tutto: se devi scriverla, significa che non c’è. E se non c’è, significa che la povertà infantile non è trattata come emergenza strutturale, ma come voce da ritagliare dentro fondi già esistenti, dentro percentuali, dentro compromessi.
La contraddizione è qui: l’Europa promette la luna (povertà zero nel 2035) ma non cambia davvero la scala degli strumenti. Affida la lotta alla povertà a meccanismi complessi, spesso indiretti, dove la responsabilità si disperde: un po’ agli Stati membri, un po’ alle regioni, un po’ alla capacità di progettare, rendicontare, cofinanziare.
Chi è povero, però, non vive di procedure. Vive di bollette, affitti, spesa, trasporti, medicine. La povertà non aspetta che una call venga pubblicata.
Ecco perché questa risoluzione va letta (anche) come fatto culturale. L’Unione europea ama le strategie perché le strategie non costano subito.
Costano semmai dopo, forse. Intanto, nel presente, la povertà cresce, si sposta, cambia forma: non è solo l’indigenza estrema, è l’insicurezza permanente. È l’impossibilità di progettare una vita. È il “non ce la faccio” che si trasmette come un’eredità.
La risoluzione chiede che la Commissione presenti una strategia “adeguatamente finanziata”. È la frase più importante, e anche la più fragile: perché la vera domanda è se l’Europa intenda finalmente mettere la povertà al centro del proprio progetto politico, non ai margini della retorica sociale.
Perché senza un salto di risorse, senza un impegno vincolante, senza un’assunzione di responsabilità, l’obiettivo 2035 rischia di diventare ciò che l’Europa produce meglio: un testo impeccabile. E una realtà invariata.



