Nel Regno Unito, da anni si racconta che tagliare i sussidi sia un atto di responsabilità fiscale. I governi conservatori prima, e adesso anche i laburisti di Keir Starmer, insistono sulla necessità di “risparmi” e “sostenibilità” senza mai ammettere che quei risparmi, in realtà, costano carissimi.
Secondo uno studio commissionato dalla Trussell Trust alla WPI Economics, la povertà strutturale costa ogni anno più di 38 miliardi di sterline in mancata produttività. Non è un dettaglio: significa che milioni di persone, impedite dalla fame, dalle malattie, dalla precarietà abitativa, non riescono nemmeno a contribuire all’economia nazionale. Altro che austerità virtuosa: è un lento suicidio sociale ed economico.
La situazione più tragica riguarda i bambini. Oggi sono 4,5 milioni quelli che crescono in povertà, un record mai toccato negli ultimi trent’anni. Significa infanzia senza cibo adeguato, scuole senza mezzi, famiglie senza margini di scelta. Bambini che da subito pagano in salute, formazione e dignità la scommessa sbagliata di una politica che taglia i diritti e distribuisce solo briciole.
È un costo umano spaventoso, ma è anche un costo economico che cresce anno dopo anno, perché un bambino malnutrito oggi sarà un adulto meno sano, meno produttivo, più dipendente dai servizi pubblici domani.
Il paradosso più grottesco è che i famigerati risparmi ottenuti tagliando sussidi generano una spesa pubblica molto maggiore. I costi indiretti della povertà, tra spese sanitarie, sostegno ai senzatetto, supporto scolastico straordinario e ammortizzatori sociali, pesano sul bilancio per almeno 13,7 miliardi di sterline all’anno, mentre il gettito fiscale perso supera i 18 miliardi.
I conti non tornano e non torneranno mai: tagliare la rete di sicurezza sociale non riduce la spesa, la amplifica. Ma nell’aritmetica brutale della politica di oggi, il costo umano non si mette a bilancio.

Il limite imposto ai sussidi familiari per soli due figli, introdotto dai conservatori e mantenuto in vigore anche dai laburisti, è la fotografia perfetta di questa follia. Abolirlo significherebbe sollevare dalla fame oltre 670.000 persone, tra cui 470.000 bambini. Ridurrebbe i costi sociali, migliorerebbe l’inclusione e la produttività, alleggerirebbe la pressione sui servizi.
Eppure, il calcolo elettorale prevale: meglio mantenere una misura popolare presso l’elettorato più cinico, anche a costo di bruciare intere generazioni.
Le nuove riforme proposte dal governo, che prevedono ulteriori restrizioni alle indennità di invalidità, gettano altra benzina sul fuoco. Invece di proteggere i più fragili, si decide di colpire anche chi ha una disabilità, spingendo altre 250.000 persone nella povertà estrema. È una guerra contro i deboli travestita da buon senso economico.
Helen Barnard, della Trussell Trust, ha parlato senza mezzi termini: tagliare il supporto ai disabili non è solo crudele, è anche stupido, perché aggrava la pressione sul sistema sanitario e sociale e impoverisce tutto il Paese.
Oggi il Regno Unito è un laboratorio vivente di cosa succede quando si decide di risparmiare sulla pelle dei più poveri. I dati raccontano una storia semplice: si risparmia su un sussidio, si spendono dieci volte tanto in ospedali, scuole d’emergenza, supporti straordinari.
Si risparmia su un pasto gratuito, si moltiplicano i costi dell’assenza scolastica, della malattia cronica, della marginalità sociale. Si risparmia sulla dignità di un bambino, si condanna il Paese a un futuro più debole, più povero, più arrabbiato.
La povertà nel Regno Unito non è una disgrazia piovuta dal cielo. È il prodotto calcolato e cinico di scelte politiche che preferiscono colpire i più fragili anziché affrontare i veri squilibri del sistema. È un investimento al contrario: invece di seminare salute, crescita e fiducia, si seminano miseria, rabbia e sfiducia.



