C’è una frase, nel report 2025 della Caritas sulla povertà in Italia, che da sola basterebbe a chiudere il discorso: dal 2014 al 2024, la povertà assoluta in Italia è cresciuta del 42,8%. Non lo dice un’opinione, lo dicono i numeri dell’Istat. In dieci anni di governi di ogni colore – tecnici, populisti, centristi, sovranisti, progressisti – nessuno ha invertito la rotta. Tutti hanno promesso, tutti hanno parlato di “emergenza sociale”, e tutti hanno lasciato che l’emergenza diventasse la normalità.
Ora che Caritas fotografa, con il suo rapporto 2025, un Paese in cui quasi 278.000 famiglie bussano alla porta della carità per sopravvivere, non c’è più spazio per la retorica: la povertà non è un effetto collaterale, è un prodotto sistemico. Frutto diretto di un’economia che accetta come inevitabile che si lavori 10 ore al giorno per 500 euro al mese. Che legittima lo sfruttamento come “esperienza formativa”. Che tollera affitti di mercato a stipendi da sussistenza. Che fa pagare un diritto alla salute come fosse un lusso. E che – peggio ancora – chiama tutto questo ripresa.
Ci dicono: l’occupazione cresce dello 0,qualcosa. Ma omettono che quasi un lavoratore su quattro che si rivolge alla Caritas ha un lavoro. Non è disoccupato. È un “occupato povero”. Un ossimoro vivente. Il lavoro, oggi, non salva più dalla miseria. È diventato, in troppi casi, un modo per restare a galla nel degrado. È la nuova forma della schiavitù accettata.
E ci sono ancora imprenditori – sì, molti, troppi – che si indignano perché “non si trovano camerieri” mentre offrono paghe da fame, turni spezzati, contratti falsi, nessun giorno libero. La chiamano “crisi del lavoro”, ma è crisi di dignità, è violenza economica normalizzata. È far pagare i margini di profitto sulla pelle di chi serve al tavolo o pulisce le stanze d’albergo.
Le statistiche dicono che il 14,3% degli utenti Caritas ha più di 65 anni, erano il 7,7% nel 2015. Anziani che hanno lavorato tutta la vita e ora rovistano nei cassonetti. È una colpa non essere morti prima della pensione? È questo il patto sociale di un Paese che si definisce civile?
Le famiglie con figli minori sono il 52,6% degli assistiti. Bambini che crescono sapendo che il gelato è un premio, non una certezza. Che il dentista è un lusso. Che l’università è un sogno per altri. La povertà infantile non si cancella con qualche spot sull’assegno unico. Si cancella con un sistema scolastico che non discrimini. Con un welfare che non sia carità, ma giustizia.
E allora diciamolo chiaro: non è questione di governo. È questione di modello. Questo modello economico ha fallito. Ha vinto sul piano del PIL, ma ha perso su quello umano. È la stessa logica che genera i bonus per le imprese e taglia i fondi per gli asili. Che incentiva chi licenzia e multa chi occupa una casa. Che chiama “meritocrazia” il diritto dei ricchi a restare ricchi.
Non c’è sinistra, destra o centro che tenga: nessuna forza politica ha avuto il coraggio di spezzare questo schema. E quando parlano di povertà in campagna elettorale, spesso è solo per pietà o per calcolo, mai per giustizia. Mai per ammissione di colpa.
I numeri del report Caritas non sono statistiche: sono facce, corpi, vite ferite. Sono il rumore delle notti insonni, del frigorifero vuoto, dei farmaci non comprati. Sono il segno indelebile del tradimento collettivo di un intero sistema Paese.
Basta con la retorica della resilienza. Chi è povero non è un eroe: è una persona a cui lo Stato ha voltato le spalle. Non servono più parole. Servono scelte. E serve dirlo: la povertà è un crimine politico. E ogni giorno di silenzio è complicità.


