L’isolamento di Teheran e la seconda fase della guerra

Nel settimo giorno di guerra, il punto non è più soltanto quanti missili restino a Teheran o quanto a lungo la Repubblica islamica riesca ancora a reggere l’urto. Il punto è che la campagna militare condotta da Israele, con il sostegno diretto degli Stati Uniti, sembra essere entrata in una fase ulteriore: non solo colpire infrastrutture, centri di comando e lanciatori, ma aggredire la profondità strategica dell’Iran, i suoi siti sotterranei, la sua capacità residua di deterrenza e, insieme, il tempo politico della successione.

Reuters riferisce che Israele considera avviata una “seconda fase” della guerra, concentrata sui siti missilistici underground, mentre funzionari statunitensi hanno confermato l’impiego di bombe penetranti contro obiettivi interrati.

Questo cambio di fase ha una portata che va oltre il piano militare. Colpire i bunker non significa semplicemente aumentare l’intensità dei raid: significa riconoscere che la parte visibile dell’arsenale iraniano non esaurisce la capacità di reazione di Teheran.

Se i lanciatori sopra terra possono essere neutralizzati relativamente in fretta, i siti sotterranei rappresentano invece la continuità della minaccia, la possibilità di prolungare il conflitto e di conservare una credibile capacità di rappresaglia. Per questo la guerra si sposta sotto la superficie: la partita non è più solo impedire i lanci di oggi, ma smontare le condizioni materiali che renderebbero possibile la guerra di domani.

In questo senso, la dimensione politica ormai corre parallela a quella operativa. Non siamo più nel lessico della “degradazione delle capacità” o della “risposta proporzionata”. Il discorso si è allargato al dopo. Donald Trump ha dichiarato di voler avere voce nella scelta della futura leadership iraniana, e l’Associated Press segnala che ha definito Mojtaba Khamenei una figura “inaccettabile”.

Quando una campagna militare comincia a esprimersi apertamente sulla successione del Paese avversario, è evidente che l’obiettivo implicito non è più soltanto la riduzione della minaccia, ma la ridefinizione dell’assetto politico successivo al conflitto.

Qui si vede il vero salto strategico di queste ore. La guerra contro l’Iran non si presenta più come una semplice operazione di contenimento, ma come una pressione multilivello che mira a rendere sempre meno praticabile una continuità ordinata del regime. Prima si erode la capacità di risposta militare, poi si delegittima il centro politico, infine si comincia a parlare del vuoto che verrà lasciato.

È una dinamica nota nelle guerre contemporanee: la fase militare prepara il campo non soltanto alla vittoria tattica, ma alla costruzione di un dopoguerra selettivo, in cui il tema della leadership viene anticipato mentre il conflitto è ancora in corso.

Foto Blondinrikard Fröberg CC BY 2.0

Ma se questo è il quadro, l’altra faccia della crisi è l’isolamento di Teheran. Reuters osserva che l’Iran, pur restando capace di colpire e di destabilizzare, si trova sostanzialmente solo sul piano strategico: Russia e Cina non appaiono disposte a oltrepassare la soglia del sostegno diplomatico e della prudenza.

Mosca e Pechino possono chiedere de-escalation, tentare di proteggere i propri interessi e preservare canali di mediazione, ma non sembrano intenzionate a entrare nel conflitto come garanti attivi della sopravvivenza iraniana. Questo lascia la Repubblica islamica in una posizione difficile: forte abbastanza da non crollare subito, troppo isolata per trasformare le sue alleanze in una rete di protezione reale.

È proprio questa solitudine relativa a rendere più pericolosa la regionalizzazione del conflitto. L’Iran resta in grado di reagire in modo asimmetrico: attraverso droni, missili, pressione marittima, minacce alle rotte energetiche e coinvolgimento indiretto di attori regionali. Nelle ultime ore l’Arabia Saudita ha dichiarato di aver abbattuto tre droni, mentre la crisi si riflette sempre più sul Golfo e sullo Stretto di Hormuz.

Il traffico energetico e marittimo verso l’Asia è già sotto pressione, con esportazioni in calo e costi in aumento. In altri termini, anche se Teheran non dispone del sostegno militare diretto di grandi potenze, conserva ancora la capacità di trasformare la propria vulnerabilità in un problema sistemico per l’intera regione.

Questo spiega perché la guerra non possa essere letta come un semplice confronto binario tra Israele e Iran. Quello che si sta producendo è un campo di instabilità più vasto, in cui la profondità strategica iraniana, le monarchie del Golfo, le rotte dell’energia, la postura americana e la cautela russo-cinese si tengono insieme.

La questione non è soltanto se Teheran possa ancora lanciare missili, ma se possa ancora usare la regione come moltiplicatore politico della propria sopravvivenza. Colpire i bunker serve a ridurre la capacità materiale della rappresaglia; contenere Hormuz e rassicurare i Paesi del Golfo serve invece a impedire che quella rappresaglia si traduca in una crisi più ampia, economica e diplomatica.

Resta allora la domanda decisiva: che cosa significa davvero questa seconda fase? Se il conflitto punta solo a svuotare l’arsenale iraniano, allora siamo di fronte a una guerra di interdizione ad alta intensità. Se invece, come suggeriscono le dichiarazioni sulla futura leadership, i raid profondi e la pressione multilaterale mirano a rendere impraticabile la continuità del regime, allora la guerra ha già oltrepassato la soglia della pura neutralizzazione militare ed è entrata in quella della transizione forzata.

Nel mezzo, come sempre, c’è un Paese sotto le bombe, una regione sull’orlo della saldatura tra crisi militare ed energetica e una successione che rischia di aprirsi non dopo il conflitto, ma dentro il suo stesso fuoco.

Foto Cpl. Gary Jayne III Public domain