Curdi iraniani, la tregua non chiude la guerra

Quando si parla di curdi, spesso si commette lo stesso errore: considerarli un blocco unico. In realtà i curdi sono una popolazione distribuita tra Turchia, Siria, Iraq e Iran, con organizzazioni politiche, condizioni sociali e obiettivi diversi a seconda del paese in cui vivono. In Iraq hanno ottenuto negli anni una forma di autonomia istituzionale.

In Iran, invece, restano una minoranza esposta a repressione politica, controllo militare e marginalizzazione territoriale. Per questo una parte dell’opposizione curda iraniana ha trovato rifugio nel Kurdistan iracheno, dove da anni mantiene sedi politiche, campi e strutture armate.

La guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran ha riportato questi gruppi al centro dell’attenzione. Nei primi giorni del conflitto si è diffusa l’idea che i curdi iraniani potessero aprire un fronte di terra contro Teheran, approfittando dell’indebolimento militare della Repubblica islamica e della presenza di militanti già organizzati oltre confine.

Ma questa ipotesi non si è tradotta in una sollevazione. Al contrario, i gruppi curdi sono rimasti schiacciati tra due pressioni opposte: da una parte i segnali contraddittori arrivati da Washington e da Israele, dall’altra gli attacchi e le minacce dell’apparato iraniano contro basi, uffici e insediamenti curdi nel Kurdistan iracheno.

Per capire che cosa stanno facendo oggi, bisogna partire da qui: i curdi iraniani non hanno smobilitato, ma non hanno neppure avviato l’offensiva che alcuni osservatori avevano immaginato a marzo. Si stanno invece riorganizzando, cercando di tenere insieme attività politica, autodifesa e coordinamento tra sigle diverse, dentro un quadro che resta estremamente instabile.

A febbraio cinque partiti dell’opposizione curda iraniana hanno annunciato una coalizione comune con l’obiettivo di unificare gli sforzi contro la Repubblica islamica e rafforzare la richiesta di autodeterminazione curda. È un passaggio importante, perché segnala un tentativo di superare divisioni storiche tra gruppi che per anni hanno agito in modo separato.

Questa coalizione, però, non significa che esista già una forza in grado di ribaltare gli equilibri sul terreno. Reuters riferisce che i combattenti curdi iraniani in esilio restano alcune migliaia, distribuiti in più organizzazioni, e che fino alla tregua Teheran era riuscita a impedire il loro coinvolgimento diretto nella guerra con una combinazione di intelligence, minacce e attacchi mirati.

Sul lato iraniano del confine, le Guardie rivoluzionarie hanno rafforzato la presenza nelle aree curde per prevenire un’insurrezione; sul lato iracheno, droni e missili hanno colpito sedi e compound ritenuti sicuri.

Il punto decisivo è che la tregua non ha cancellato il fronte curdo. Anche dopo il cessate il fuoco sono stati segnalati nuovi attacchi con droni contro posizioni dei gruppi curdi iraniani nella regione autonoma del Kurdistan iracheno. Rudaw ha riferito di raid il 14 e il 15 aprile contro sedi dell’opposizione curda iraniana, con danni e vittime.

Questo significa che, per i gruppi curdi, la tregua non coincide con una vera normalizzazione: la pressione militare continua, solo in una forma meno spettacolare di quella dei primi giorni di guerra.

Foto @Kurdishstruggle CC BY 2.0

Nel frattempo il Governo regionale del Kurdistan (Krg) iracheno ha scelto una linea molto prudente. La dirigenza curda irachena non vuole che il proprio territorio venga usato come base per trascinare la regione in una guerra aperta con l’Iran.

Le autorità curde irachene hanno persino spostato truppe verso il confine per impedire incursioni dall’Iraq verso l’Iran da parte dei gruppi curdi iraniani, e hanno ribadito che il territorio della regione non deve essere utilizzato per attacchi contro paesi vicini. È una posizione comprensibile: il Kurdistan iracheno ha già pagato gli effetti dei raid iraniani e teme di vedere compromessa la propria fragile stabilità.

Di fatto, dunque, i curdi iraniani oggi stanno facendo tre cose insieme. La prima è preservare le proprie strutture, dopo settimane di bombardamenti su basi, uffici e campi. La seconda è mantenere un coordinamento politico più stretto tra partiti diversi, nella convinzione che l’attuale crisi iraniana possa aprire in futuro uno spazio nuovo.

La terza è restare pronti senza esporsi troppo, cioè continuare addestramento, presidio del confine e attività di rete senza offrire a Teheran il pretesto per una rappresaglia ancora più ampia. Questo equilibrio è precario, ma oggi è probabilmente l’unico praticabile.

Per comprendere questa cautela bisogna considerare anche la condizione dei curdi in Iran. Nelle province curde la protesta contro il potere centrale tende a intrecciarsi con una frattura più profonda: quella tra centro e periferia, tra maggioranza persiana e minoranze nazionali, tra aree integrate e aree storicamente marginalizzate.

In un precedente articolo abbiamo ricordato che le aree curde sono spesso quelle in cui la protesta è più intensa e più esposta alla violenza, proprio perché vi si sommano discriminazione storica, povertà e presenza di reti transfrontaliere. In altre parole, il problema curdo in Iran non nasce con questa guerra e non si esaurisce nella dimensione militare.

Anche per questo sarebbe sbagliato leggere i curdi iraniani soltanto come una possibile fanteria utile a Washington o a Israele. Le settimane scorse hanno mostrato il limite di quella lettura. I curdi non vogliono essere usati come leva tattica dentro un conflitto deciso altrove, senza garanzie politiche sul dopo.

E al tempo stesso sanno che ogni loro mossa può ricadere non solo sui combattenti, ma anche sui civili che vivono nei campi e sugli equilibri del Kurdistan iracheno, che da anni offre loro rifugio ma non può permettersi una guerra frontale con Teheran.

Per ora, quindi, non si vede l’inizio di una “liberazione” del Kurdistan iraniano. Si vede piuttosto una fase di attesa armata: partiti che cercano di unirsi, gruppi che provano a sopravvivere ai raid, una regione autonoma irachena che prende le distanze dalla guerra e un Iran che continua a considerare il fronte curdo una minaccia da soffocare prima che diventi qualcosa di più grande.

La domanda non è se i curdi esistano ancora come attore politico. La risposta è sì. La domanda vera è se avranno mai le condizioni per muoversi senza essere lasciati soli ancora una volta.

“Kurdistan Referendum and Independence Rally at Franso Hariri Stadium in Erbil, Kurdistan Region of Iraq 01” by Levi Clancy is licensed under CC BY-SA 4.0.