La Cina è vicina, più occidentale dell’Occidente

Un film molto importante di fine anni Sessanta, di Marco Bellocchio, s’intitolava La Cina è vicina. Allora era quasi una provocazione, un titolo ironico e minaccioso insieme, che evocava la rivoluzione culturale, i maoisti da salotto, i piccoli borghesi terrorizzati dall’idea che il mondo potesse rovesciarsi da un momento all’altro. Nulla, apparentemente, di più lontano dall’Italia e dall’Europa.

Oggi invece quel titolo suona quasi descrittivo. Perché, nel disordine generale, la Cina è rimasta uno dei pochi punti di riferimento leggibili. Non simpatici, non imitabili, non moralmente consolanti. Ma leggibili, sì.

Va detto subito, per evitare l’equivoco più pigro. Qui non c’è nessuna adesione alla prospettiva cinese, nessuna indulgenza verso un sistema autoritario che continua a comprimere libertà politiche, dissenso, pluralismo e diritti.

La Cina resta una potenza repressiva, centralizzata, diffidente verso la democrazia e feroce quando ritiene minacciata la propria stabilità interna o il proprio perimetro imperiale.

Ma proprio per questo il dato interessante è un altro: mentre l’Occidente continua a raccontarsi come la sede naturale del diritto, della misura e delle istituzioni, è diventato sempre più spesso il luogo della decisione isterica, della forzatura permanente, dell’emergenza trasformata in metodo.

E dentro questa bolgia la Cina, senza diventare buona, appare spesso più fredda, più calcolatrice, perfino più ragionevole.

È un paradosso, ma non così difficile da capire. La Cina privilegia guerre commerciali, guerre tecnologiche, guerre di influenza. Usa i dazi, i porti, le filiere, le terre rare, i corridoi logistici, il credito, i mercati.

Anche quando alza la voce, preferisce quasi sempre il tavolo su cui si negozia un vantaggio piuttosto che il campo in cui si contano i cadaveri. Questo non la rende pacifista; la rende una potenza che considera il massacro aperto un costo, non un destino. E oggi, in un mondo dove le democrazie liberali somigliano sempre di più a macchine di mobilitazione bellica permanente, non è un dettaglio.

Basta guardare il quadro di queste settimane. Gli Stati Uniti di Trump oscillano tra tariffe punitive, blocchi navali, minacce secondarie, guerre dichiarate e guerre semidichiarate, come se la politica estera fosse un’estensione della conferenza stampa.

Sullo Stretto di Hormuz Washington ha scelto una linea che la stessa Cina ha definito contraria agli interessi internazionali, insistendo invece su cessate il fuoco, diritto internazionale e soluzione politica. Xi Jinping ha parlato apertamente del rischio di tornare alla “legge della giungla”, cioè a un ordine in cui la forza si usa e poi si giustifica da sola.

“Shaxi Man” by timquijano is licensed under CC BY 2.0.

Non è detto che Pechino creda davvero a tutto ciò che proclama. Ma è evidente che, in questo momento, la sua postura pubblica appare più composta e più compatibile con un’idea minima di ordine rispetto alla frenesia degli apparati occidentali.

La cosa più interessante è che questo dato comincia a essere percepito anche fuori dalla Cina. Un sondaggio del Pew Research Center pubblicato il 14 aprile mostra che negli Stati Uniti l’immagine di Pechino è migliorata rispetto agli anni scorsi: la quota di americani con un’opinione favorevole della Cina è salita, e cresce soprattutto tra democratici e giovani.

Resta una minoranza, certo. Ma è una minoranza in aumento, dentro un Paese che per anni ha coltivato la sinofobia come riflesso automatico.

Anche nel Sud-est asiatico, secondo lo State of Southeast Asia Survey 2026 dell’Iseas, una lieve maggioranza degli intervistati sceglierebbe oggi la Cina e non gli Stati Uniti se fosse costretta a schierarsi. Non è amore. È una misura del fatto che Pechino viene percepita, sempre di più, come attore prevedibile.

E oggi la prevedibilità è una moneta rara. Questo vale anche sui mercati, che non premiano la virtù ma la leggibilità. Nessuno pensa che la Cina sia trasparente nel senso occidentale del termine. Nessuno pensa che il Partito comunista cinese giochi a carte scoperte.

Ma tra un sistema che decide in modo opaco ma coerente e un sistema che cambia umore ogni quarantotto ore tra dazi, sanzioni, eccezioni, ultimatum e colpi di mano, il capitale globale sa benissimo quale dei due sia più difficile da decifrare. La stabilità cinese non è rassicurante in senso morale; è rassicurante in senso meccanico. E spesso ai mercati basta questo.

Del resto, il punto non è stabilire se la Cina abbia ragione. Il punto è accorgersi che, nell’ultimo tratto di storia, è diventata il polo esterno alla nevrosi occidentale.

Mentre gli Stati Uniti brandiscono la forza come linguaggio ordinario e l’Europa si accoda, divisa tra impotenza e retorica, Pechino continua a recitare la parte del grande Stato paziente: autoritario, sì; talvolta brutale, certo; ma ancora capace di distinguere tra dimostrazione di forza e perdita del controllo.

È una differenza enorme. Perché il tratto più spaventoso dell’Occidente di oggi non è soltanto la violenza. È la violenza nervosa, agitata, convinta di essere comunque innocente.

È qui che La Cina è vicina torna utile, molto più di quanto Bellocchio potesse immaginare. Allora la Cina era il fantasma esotico di una rivoluzione lontana, il nome di un altrove ideologico che inquietava la provincia italiana.

Oggi è vicina in un modo completamente diverso: come misura negativa dell’Occidente, come termine di confronto scomodo, come potenza che non possiamo amare ma che siamo costretti a guardare per capire quanto siano diventati instabili quelli che dovevano garantire stabilità.

Non è una buona notizia sulla Cina. È una cattiva notizia su di noi.

“Mao by Andy Warhol” by andydoro is licensed under CC BY-NC-SA 2.0.