Nel 2029 alle famiglie italiane serviranno quasi 2 milioni e 211 mila lavoratori domestici tra colf e badanti. Di questi, 1 milione e 526 mila saranno stranieri, 685 mila italiani. L’aumento previsto nel triennio 2027-2029 è di quasi 122 mila persone, circa 41 mila all’anno.
Sembra una notizia sul mercato del lavoro. In realtà è una radiografia del welfare italiano: un Paese sempre più vecchio, con famiglie sempre più piccole, continua a delegare la cura dentro le case, spesso sulle spalle di donne straniere, spesso invisibili, spesso sottopagate, spesso anziane a loro volta.
Il rapporto Family (Net) Work 2026, curato dal Centro Studi e Ricerche IDOS per Assindatcolf, ha un titolo che dice già molto: “Indispensabili ma sottovalutati”. È una formula precisa, quasi chirurgica. Le lavoratrici domestiche sono indispensabili perché senza di loro una parte enorme dell’assistenza familiare crollerebbe.
Sono sottovalutate perché il lavoro di cura continua a essere trattato come un’estensione naturale della disponibilità femminile, non come un lavoro vero. Se si svolge dentro una casa, se somiglia a ciò che per generazioni è stato imposto gratuitamente a madri, mogli e figlie, allora diventa più facile pagarlo poco, regolarlo male, vederlo appena.
È questa la prima ipocrisia. L’Italia chiama “famiglia” ciò che dovrebbe chiamare welfare. Chiama “aiuto” ciò che è lavoro. Chiama “presenza” ciò che è assistenza. Chiama “badante” una figura che spesso tiene in piedi l’ultimo tratto della vita di una persona anziana, la giornata concreta di una famiglia, la possibilità per figli e figlie di andare a lavorare senza lasciare un genitore solo.
Un pilastro, ma senza l’onore dei pilastri: abbastanza forte da reggere il tetto, abbastanza nascosto da non comparire nella facciata.
Il dato demografico è il punto di partenza. L’Italia è tra i Paesi più anziani del mondo: un cittadino su quattro ha almeno 65 anni. L’età mediana è di 49,1 anni, la più alta nell’Unione europea. Nel 2026 gli over 65 sono quasi 14,8 milioni; gli ultraottantacinquenni superano i 2,5 milioni.
Nel 2050 la quota di persone con almeno 65 anni potrebbe arrivare al 34,6% della popolazione, mentre la popolazione in età lavorativa scenderebbe dal 63,5% al 54,3%. In breve: aumentano le persone da assistere, diminuiscono quelle che possono assisterle, lavorare, contribuire, pagare, sostenere.
La longevità è una conquista, certo. Ma la retorica della “vita più lunga” diventa comoda se dimentica una domanda elementare: lunga come? Il rapporto ricorda che l’allungamento della vita media non coincide automaticamente con anni vissuti in buona salute. Le donne, nel 2024, hanno una speranza di vita in buona salute stimata a 56,6 anni, il punto più basso dell’ultimo decennio.
Nel 2019 circa 3,86 milioni di anziani, il 28,4% degli over 65, presentavano gravi difficoltà nelle attività funzionali di base. Il problema non è soltanto vivere più a lungo. È chi accompagna, lava, solleva, cucina, sorveglia, cambia, consola, ascolta, regge quei lunghi anni quando l’autonomia si riduce.
La risposta italiana è nota: la famiglia. Ma anche questa parola, a guardarla bene, comincia a scricchiolare. Le famiglie sono più piccole, i figli sono meno, spesso uno solo, le donne lavorano di più, le reti informali si indeboliscono. Nel 2019 oltre il 50% degli anziani riceveva aiuto dai familiari, mentre il 17% ricorreva ad assistenza a pagamento.
Tra gli anziani con gravi difficoltà nella cura personale, circa l’84% riceveva sostegno familiare, spesso combinato con altre forme di assistenza. Ma circa il 44% degli anziani con gravi difficoltà dichiarava di non avere aiuti adeguati o sufficienti. È qui che la favola del welfare familiare mostra la crepa: la famiglia resta il primo ammortizzatore, ma non basta più.
E allora entrano in scena colf e badanti. Non come emergenza, ma come struttura. Non come soluzione occasionale, ma come pezzo ordinario dell’organizzazione sociale italiana. Il rapporto stima che al 1° gennaio 2027, a fronte di circa 15 milioni di ultra65enni, quasi 2 milioni e 200 mila persone avranno bisogno di aiuto, pari al 14,6% del totale.
Di queste, circa 958 mila riceveranno aiuto a pagamento da una badante, il 43,6% di chi necessita assistenza. Nel 2029 il fabbisogno salirà a circa 1 milione e 68 mila badanti, di cui 784 mila straniere. A queste si aggiungono 1 milione e 144 mila colf, di cui 742 mila straniere. Totale: 2 milioni e 211 mila lavoratori domestici.
Qui il discorso pubblico dovrebbe fermarsi e fare silenzio per qualche secondo. Perché un Paese che avrà bisogno di più di due milioni di lavoratori domestici non sta semplicemente “assumendo personale”. Sta confessando che una parte decisiva del proprio welfare non passa dagli ospedali, dai servizi territoriali, dall’assistenza pubblica, dalle strutture di prossimità, ma dalle case private. Casa per casa, contratto per contratto, spesso irregolarità per irregolarità, famiglia per famiglia.
Naturalmente non è colpa delle famiglie. Molte fanno quello che possono, con pensioni basse, stipendi normali, figli lontani, servizi insufficienti, anziani non autosufficienti e costi che salgono. La famiglia italiana non è il carnefice del welfare domestico. Ne è spesso la prima ostaggio.
Ma proprio per questo bisogna smettere di raccontare il lavoro di cura come una faccenda privata, una questione domestica, un problema da risolvere al tavolo della cucina. Quando milioni di persone dipendono da questa organizzazione informale della cura, non siamo più nella sfera privata. Siamo nel cuore della politica sociale.
C’è poi il secondo paradosso, il più rimosso: l’Italia anziana si regge su badanti che stanno invecchiando. Nel 2024 oltre l’11% del lavoro domestico svolto da stranieri era già nelle mani di persone con più di 65 anni, più di 62 mila lavoratori.
Tra le badanti straniere donne, la crescita è ancora più impressionante: le over 65 sono passate da 12.429 nel 2015 a 44.638 nel 2024. In percentuale, dal 4,3% al 16%. Una badante su sei, tra le straniere, ha più di 65 anni.
È un’immagine quasi crudele: donne anziane che si prendono cura di anziani. Corpi già affaticati che sollevano altri corpi. Lavoratrici che rimangono attive non perché il lavoro sia leggero, ma perché le carriere sono state discontinue, povere, poco tutelate, spesso segnate da irregolarità, bassi salari, contributi insufficienti.
Il rapporto parla di scarso ricambio generazionale e di una crescente dipendenza da lavoratori “anziani”, spesso ancora attivi per necessità economiche e per la natura poco tutelata delle carriere nel settore. È il welfare del Paese che si appoggia su chi avrebbe già bisogno di essere protetto.
Qui la parola “indispensabili” diventa quasi un’accusa. Perché se queste lavoratrici sono indispensabili, perché restano così poco riconosciute? Se la cura domestica è vitale per il benessere della società, perché continua a stare in una zona grigia tra affetto, servizio, lavoro, disponibilità e sacrificio? Se senza colf e badanti il sistema familiare italiano non regge, perché il dibattito politico le incontra quasi soltanto quando deve parlare di decreto flussi, quote, immigrazione, emergenza manodopera?

La risposta è semplice: perché riconoscere davvero il valore del lavoro domestico costerebbe. Costerebbe in salario, contributi, tutele, controlli, formazione, emersione del sommerso, servizi pubblici. Costerebbe soprattutto in verità.
Bisognerebbe ammettere che l’Italia ha scaricato sulle famiglie una parte della non autosufficienza e ha scaricato sulle lavoratrici migranti una parte della fatica delle famiglie. Una catena perfetta, purché nessuno la guardi troppo da vicino.
Il rapporto ricorda anche un passaggio storico decisivo: la regolarizzazione del 2002, quando quasi 650 mila cittadini stranieri ottennero un permesso di soggiorno e molte donne dell’Est Europa, già impiegate nell’assistenza domiciliare, diventarono improvvisamente visibili.
A distanza di vent’anni, oltre il 70% delle donne dell’Est regolarizzate è ancora residente in Italia; per le albanesi la quota supera l’80%. Non era un fenomeno transitorio. Era già allora una struttura. Quelle donne non sono passate per l’Italia: ne hanno retto pezzi di vita quotidiana.
E ora molte di loro sono invecchiate. Il rapporto segnala che le donne regolarizzate nel 2003 oggi hanno spesso più di 50 anni; il 53% ha più di 60 anni e tra le ucraine l’età media supera i 61. Sono donne che hanno dedicato una parte enorme della loro vita al lavoro di cura e che ora rischiano di uscire dal mercato proprio mentre il bisogno esplode.
La generazione che ha assistito gli anziani italiani diventa anziana a sua volta. Il Paese, intanto, non ha costruito abbastanza alternative pubbliche.
Nel linguaggio delle politiche migratorie tutto questo diventa “fabbisogno”. Una parola pulita, amministrativa, quasi neutra. Serviranno circa 33 mila lavoratori stranieri in più ogni anno tra il 2027 e il 2029, di cui quasi 24 mila non comunitari.
Il rapporto collega questo dato anche alla programmazione dei flussi, perché se il lavoro domestico dipende in larga parte da manodopera straniera, allora chiudere o restringere i canali regolari non elimina il bisogno.
Lo sposta nell’irregolarità, nello sfruttamento, nel lavoro nero, nel mercato opaco dove tutti fanno finta di non vedere finché la badante arriva la mattina e l’anziano non resta solo.
È qui che il discorso sull’immigrazione mostra tutta la sua falsità pubblica. La politica può passare anni a indicare lo straniero come problema, ma poi il Paese reale lo chiama per assistere i propri genitori. Può invocare confini, identità, sicurezza, ma nelle case italiane la tenuta della vecchiaia passa spesso da una donna romena, ucraina, moldava, filippina, peruviana, georgiana. La propaganda dice invasione. Il bilancio familiare dice assistenza. La demografia dice necessità. Il welfare dice dipendenza.
Questo non significa accettare qualunque modello pur di coprire il fabbisogno. Al contrario. Proprio perché il settore è indispensabile, non può restare una zona franca.
Il presidente di IDOS, Luca Di Sciullo, lo dice chiaramente: in un comparto così vitale e dipendente dalla manodopera straniera, soprattutto femminile, servono meccanismi di ingresso e assunzione capaci di combattere abusi, sfruttamento, irregolarità ed evasione. È il punto decisivo. Non basta far entrare più lavoratrici. Bisogna smettere di trattarle come ricambio silenzioso di un sistema che le consuma.
Anche perché il lavoro di cura non è leggero solo perché viene svolto in una casa. La casa può essere un luogo durissimo: isolamento, convivenza continua, confini incerti tra tempo di lavoro e tempo di vita, carico emotivo, fatica fisica, relazioni familiari complesse, dipendenza economica, ricattabilità.
Nel rapporto si ricorda che molte lavoratrici descrivono il lavoro come faticoso, isolante e poco riconosciuto, ma allo stesso tempo come un’opportunità concreta di reddito e autonomia. È un’ambivalenza che non autorizza l’ipocrisia: un lavoro può essere necessario e sfruttato, utile e svalutato, dignitoso e organizzato in modo indecente.
La vera domanda, allora, non è solo quante colf e badanti serviranno nel 2029. La domanda è che Paese serve loro. Un Paese che le usa come tappabuchi della non autosufficienza? Un Paese che le convoca quando la famiglia non ce la fa più e le dimentica quando si parla di diritti?
Un Paese che ha bisogno del loro lavoro ma non vuole vedere la loro vecchiaia, la loro salute, la loro pensione, i loro figli lasciati altrove, il loro corpo logorato dalla cura degli altri?
L’Italia sta invecchiando. Questo ormai lo sappiamo. La parte meno comoda è che sta invecchiando anche il lavoro che dovrebbe assisterla. Il sistema tiene perché milioni di famiglie si arrangiano e perché centinaia di migliaia di lavoratrici straniere, spesso non più giovani, continuano a fare ciò che lo Stato non riesce a garantire in forma pubblica, stabile, accessibile.
È un equilibrio fragile, privato, diseguale. Funziona finché funziona. Poi qualcuno cade: l’anziano, la famiglia, la lavoratrice. A volte tutti insieme.
Il punto non è che nel 2029 serviranno più colf e badanti. Il punto è che l’Italia continua a chiamare “cura familiare” ciò che è un pezzo essenziale del welfare nazionale. Continua a chiamare “aiuto” ciò che è lavoro. Continua a chiamare “badante” una figura che regge la vecchiaia degli altri mentre la propria rischia di diventare il prossimo problema senza risposta.
Un Paese civile non dovrebbe scoprire le lavoratrici della cura solo quando ne mancano. Dovrebbe riconoscerle prima: nei contratti, nei salari, nei diritti, nella formazione, nei canali regolari d’ingresso, nella lotta al sommerso, nei servizi pubblici che non possono essere sostituiti dalla solitudine di una casa.
Perché se il welfare italiano resta in piedi grazie alle badanti, allora il minimo sarebbe smettere di trattarle come mobili di servizio della vecchiaia nazionale.



