Sette suicidi, 132 tentativi di suicidio, 1.033 episodi di autolesionismo. Prima ancora di discutere di sicurezza, ordine, pena, legalità e rieducazione, bisognerebbe fermarsi qui. Davanti ai numeri delle carceri campane c’è poco da interpretare: il carcere non sta solo trattenendo persone, sta producendo sofferenza.
La Relazione 2025 del Garante regionale dei detenuti, Samuele Ciambriello, fotografa un sistema saturo, fragile, malato, dove il sovraffollamento non è una voce statistica ma una condizione materiale quotidiana. Celle piene, personale insufficiente, tossicodipendenze, disagio psichico, autolesionismo, morti. È la pena che diventa consumo dei corpi.
In Campania ci sono 7.807 detenuti per 5.500 posti disponibili. Nelle tre case circondariali della provincia di Avellino i posti sono 830, i detenuti 1.100. La Polizia penitenziaria conta 3.706 agenti in servizio, ma ne servirebbero almeno 200 in più.
Nelle carceri di Avellino e Ariano Irpino ci sono 239 detenuti tossicodipendenti per i quali da tempo viene chiesto il trasferimento in strutture sanitarie protette. Sono i dati diffusi dopo la presentazione della relazione annuale del Garante regionale.
Il punto è proprio questo: dentro il carcere finiscono problemi che non sono solo penali. Dipendenze, povertà, disagio mentale, marginalità, fallimenti familiari, assenza di servizi territoriali, vite già consumate prima della condanna.
Lo Stato prende tutto questo e lo chiude in cella, poi finge di stupirsi se la cella esplode. Il carcere diventa così la discarica ordinata delle politiche sociali mancate. Dove non arrivano sanità, servizi, scuola, casa, lavoro, assistenza psicologica, arriva la porta blindata.
La retorica pubblica preferisce una formula semplice: chi sbaglia paga. Ma il carcere campano mostra una domanda più scomoda: che cosa sta pagando davvero chi entra lì dentro? La pena prevista da un giudice o la somma di carenze che lo Stato non ha saputo affrontare prima?
Perché un detenuto tossicodipendente che resta in un istituto sovraffollato invece di essere preso in carico da una struttura sanitaria non sta solo “scontando la pena”. Sta ricevendo una risposta sbagliata a un problema sanitario. E una risposta sbagliata, ripetuta per migliaia di persone, non è giustizia. È amministrazione del danno.
Il Garante regionale ha indicato tra i nodi strutturali la pressione numerica, la qualità della vita detentiva, la tutela della salute fisica e mentale, gli eventi critici, i decessi, le dipendenze, la condizione delle persone straniere, il lavoro, la formazione e la rete territoriale per misure alternative e messa alla prova. Ha anche ricordato che il sovraffollamento incide sulla concreta attuazione della funzione rieducativa della pena prevista dall’articolo 27 della Costituzione.
La Costituzione, appunto. Quella cosa che viene citata con solennità quando conviene e dimenticata appena entra in carcere. L’articolo 27 non dice che le pene devono consolare la pancia dell’opinione pubblica. Dice che non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Tendere, certo. Non promettere miracoli. Ma almeno non trasformare la pena in un parcheggio sovraffollato di corpi, dipendenze e disperazione.
Il sovraffollamento non è un dettaglio edilizio. È una forma di governo. Decide quanta aria respiri, quanta privacy perdi, quanta tensione accumuli, quanta assistenza non ricevi, quanto facilmente il conflitto esplode. In una cella piena, tutto diventa più violento: il rumore, il caldo, l’attesa, la malattia, la paura, la convivenza forzata. La pena non è più soltanto privazione della libertà. Diventa privazione dello spazio, del sonno, della cura, della possibilità di restare una persona.
E infatti arrivano i numeri peggiori: suicidi, tentativi di suicidio, autolesionismo. Nel 2024, nelle carceri campane, sette persone si sono tolte la vita, 132 hanno tentato di farlo, 1.033 si sono ferite. Chiamarli “eventi critici” serve forse nei report, ma nel linguaggio della realtà significa che il carcere è pieno di persone che non reggono più. Alcune muoiono. Altre provano a morire. Altre ancora incidono sul proprio corpo quello che l’istituzione non riesce nemmeno più a leggere.
A questo punto la risposta più comoda è costruire altri posti. È la soluzione apparentemente ragionevole: ci sono troppi detenuti, servono più celle. Ma è anche il modo più rapido per non chiedersi perché il carcere sia diventato il contenitore di tutto.
Ciambriello ha detto una cosa diversa: non “nuovo carcere”, ma “carceri nuove”, fondate sulla legalità istituzionale e sul rispetto della dignità umana. È una distinzione decisiva. Nuovo carcere significa aumentare il contenitore. Carceri nuove significa cambiare la funzione.

Perché una parte del problema sta fuori dalle mura. Se migliaia di persone hanno pene brevi o condizioni che potrebbero essere affrontate con misure alternative, tenerle in cella non è fermezza. È spreco sociale. Le misure alternative non sono un premio per anime belle, ma uno strumento di sicurezza reale, perché riducono la recidiva molto più della detenzione cieca.
Nel confronto riportato da Istituzioni24, Ciambriello richiama proprio questo punto: la politica continua a trattare il carcere come risposta semplice a problemi complessi, mentre servirebbero depenalizzazione dei reati minori, misure alternative per tossicodipendenti e persone con disturbi psichici, psicologi, educatori e assistenti sociali.
Il carcere piace alla politica perché è una risposta fotografabile. Si annuncia un reato nuovo, si alzano le pene, si promette più galera, si finge che la società sia più sicura.
Poi però la sicurezza vera dovrebbe cominciare dalla domanda più elementare: che cosa succede a una persona mentre è detenuta? Esce migliore, uguale, peggiore, più malata, più sola, più violenta, più disperata? Se il carcere restituisce alla società persone spezzate, non ha protetto nessuno. Ha solo rimandato il problema, peggiorandolo.
Il caso campano è particolarmente chiaro perché mette insieme tutte le contraddizioni: troppi detenuti, pochi agenti, troppi tossicodipendenti, poca presa in carico sanitaria, disagio psichico diffuso, autolesionismo, suicidi, carenza di percorsi alternativi. Non è un’emergenza improvvisa. È una struttura. E quando una struttura produce sempre gli stessi effetti, non si può più parlare di incidente.
C’è poi un dettaglio politico che andrebbe detto senza paura: il carcere è il luogo dove la povertà perde anche il diritto di essere chiamata povertà. Fuori è disagio sociale, esclusione, fragilità, dipendenza, marginalità. Dentro diventa ordine pubblico. Prima era un fallimento collettivo, dopo diventa colpa individuale.
Naturalmente chi commette un reato deve risponderne. Ma rispondere di un reato non dovrebbe significare essere consegnato a un sistema che non cura, non rieduca, non accompagna, spesso non riesce nemmeno a impedire che una persona si uccida.
È qui che la discussione pubblica diventa ipocrita. Si chiede sicurezza, ma si tollerano carceri che aumentano la disperazione. Si chiede legalità, ma si accettano condizioni che mettono in crisi la dignità della pena. Si invoca lo Stato, ma si dimentica che lo Stato è tale anche quando chiude una porta dall’esterno.
Anzi, soprattutto allora. Perché il potere si misura dove l’individuo non può difendersi, non può andarsene, non può scegliere un altro medico, un altro letto, un’altra stanza, un’altra aria.
Il carcere campano non è un’anomalia regionale da archiviare con qualche dichiarazione di rito. È una lente sull’Italia penale: un Paese che usa la cella per contenere ciò che non vuole governare. La tossicodipendenza diventa detenzione ordinaria. Il disagio mentale diventa problema disciplinare.
La povertà diventa fascicolo giudiziario. La mancanza di servizi diventa sovraffollamento. La solitudine diventa autolesionismo. Alla fine resta il numero dei morti, che ha il difetto di non essere facilmente addomesticabile.
Sette suicidi in un anno non sono una fatalità. Centotrentadue tentativi di suicidio non sono un margine statistico. Milletrentatré episodi di autolesionismo non sono rumore di fondo. Sono il linguaggio di un sistema che si sta rompendo addosso alle persone che dovrebbe custodire.
La pena non può essere vendetta amministrata male. Non può essere un deposito di poveri, malati, dipendenti e stranieri. Non può essere la stanza finale di tutte le politiche sociali mancate. Se il carcere serve solo a nascondere ciò che la società non vuole vedere, allora non sta difendendo la legalità. Sta proteggendo la nostra indifferenza.


