domenica, Dicembre 7, 2025

Il Kurdistan al buio nella guerra per il gas

Durante la notte tra mercoledì e giovedì, in mezzo alle colline secche tra Sulaimaniya e Kirkuk, un missile ha colpito il giacimento di gas di Khor Mor. Qualche secondo dopo, migliaia di case in Kurdistan si sono ritrovate senza luce, senza internet, con i frigoriferi spenti e le pompe dell’acqua ferme. Per il governo regionale è “un attacco alle infrastrutture economiche e ai servizi pubblici”. Per chi si è svegliato al buio è l’ennesima prova che la propria vita vale meno delle partite che si giocano sopra la testa dei curdi.

Khor Mor è un nome tecnico per chi legge i report energetici, ma per il Kurdistan iracheno è molto semplice: da lì arriva circa l’80 per cento dell’elettricità della regione. Il gas che esce da quel campo alimenta le centrali che tengono accese case, ospedali, scuole. La notte dell’attacco – un missile, secondo la compagnia emiratina Dana Gas che lo gestisce – ha colpito uno dei principali serbatoi di condensati, innescando un incendio e fermando del tutto il flusso di gas verso le centrali. Il ministero dell’Elettricità del Kurdistan ha parlato di un crollo dell’80 per cento della produzione: in numeri, migliaia di megawatt evaporati in poche ore. In pratica, intere città tornate alla luce a singhiozzo, quando va bene.

Non è il primo attacco. Su Khor Mor e su altri giacimenti curdi piovono da anni droni e razzi: solo nel 2023 il campo è stato colpito nove volte, nel 2024 quattro lavoratori yemeniti sono morti in un attacco con drone a un’altra struttura petrolifera. Ogni volta la dinamica è simile: nessuna rivendicazione chiara, accuse incrociate alle milizie sciite filo-iraniane, condanne indignate da parte del governo centrale di Baghdad e del governo regionale curdo, qualche nota dell’ambasciata americana e dell’Unione europea, e poi silenzio fino al colpo successivo.

Anche stavolta la sceneggiatura è quella. Il primo ministro iracheno Mohammed al-Sudani parla di “attacco a tutto l’Iraq”. Il presidente del Kurdistan, Nechirvan Barzani, lo definisce un colpo diretto alla stabilità del Paese. Gli Stati Uniti puntano il dito contro “gruppi armati illegali spinti da interessi stranieri ostili”, formula che rimanda alle milizie sciite nate nella guerra contro l’ISIS e poi cresciute come forza autonoma, spesso vicina a Teheran. Tutti evocano i “terroristi”, nessuno li nomina. Nel frattempo, chi ha i soldi per permetterselo accende i generatori privati, chi non li ha aspetta il turno di corrente successivo.

Human Rights Watch, qualche mese fa, aveva messo nero su bianco una cosa che nella discussione geopolitica resta quasi sempre sullo sfondo: questi attacchi non colpiscono solo impianti industriali, colpiscono il diritto delle persone all’elettricità. In Kurdistan, anche senza missili, la rete è già fragile: sei ore al giorno in inverno, dodici-quattordici in estate, il resto affidato a generatori di quartiere che costano e inquinano. Quando una raffica di droni o un missile chiudono Khor Mor o altri campi, non è un fastidio: si fermano frigoriferi, respiratori, sistemi di pompaggio dell’acqua, piccoli laboratori, ristoranti, negozi. La “guerra a bassa intensità” passa per cose molto concrete, come il latte che va a male e le pompe che non partono.

Il Kurdistan iracheno è da anni raccontato come l’“isola relativamente stabile” tra Siria, Iraq e Iran: un po’ di investimenti stranieri, consolati occidentali, contratti per gas e petrolio, peshmerga presentati come alleati chiave contro l’ISIS. Ma sotto questa narrazione patinata la condizione dei curdi resta quella di sempre: popolo senza Stato pieno, diviso tra frontiere, usato come pedina nelle strategie degli altri. Nel Nord Iraq significa vivere schiacciati tra un governo regionale che rivendica autonomia ma dipende economicamente dal petrolio e dal gas, un governo centrale a Baghdad che rivendica il controllo di ogni arma pesante, milizie che si muovono a cavallo tra legalità e illegalità, e potenze esterne – Stati Uniti, Iran, Turchia – che vedono il Kurdistan come una carta da giocare.

L’impianto termoelettrico di Iskandariyah (Foto: U.S. Army, public domain)

Il dettaglio sulle armi antiaeree è esemplare. I dirigenti curdi chiedono da mesi a Stati Uniti e Regno Unito sistemi anti-drone e antiaerei per proteggere Khor Mor e il resto delle infrastrutture energetiche. Baghdad si oppone: niente batterie di difesa in mano a una regione semi-autonoma, tutto deve restare sotto controllo federale. Washington e gli altri si adeguano: senza il via libero del governo centrale, nessuna vendita diretta. Risultato: il giacimento che tiene accesa la regione resta esposto, mentre i proventi del gas e del petrolio si negoziano a tavolo tra Erbil, Baghdad e le compagnie internazionali.

Intanto le milizie, nate nel 2014 come risposta all’avanzata dello Stato islamico, sono diventate un pezzo strutturale del potere iracheno. Sono sulla busta paga dello Stato, siedono in Parlamento, gestiscono ministeri e appalti. Una parte di loro ha cercato di prendere le distanze dall’Iran, altre mantengono legami stretti. Di fronte alla pressione americana perché vengano disarmate o integrate, questi gruppi hanno una leva molto semplice: colpire dove fa più male, cioè sugli interessi economici degli alleati degli Stati Uniti e sulle infrastrutture che danno credibilità politica al Kurdistan come regione “affidabile”. Un nuovo consolato Usa a Erbil, un missile su Khor Mor: il messaggio è chiaro anche senza comunicati.

Questo non assolve nessuno a nord. Dentro il Kurdistan le disuguaglianze sono profonde: chi è vicino ai partiti dominanti, chi lavora nelle grandi aziende energetiche, chi vive nei quartieri ricchi delle grandi città ha generatori propri, riserve, accesso a servizi privati. Chi sta nelle campagne, nei quartieri più poveri, nei villaggi lontani dalle grandi arterie, dipende quasi totalmente dalla rete pubblica. Quando il gas si ferma, la retorica dell’“attacco all’economia nazionale” significa cose diverse per chi guida una 4×4 e per chi cucina con la bombola.

Guardata da qui, la catena delle responsabilità è lunga. C’è chi spara il missile, chi copre politicamente chi l’ha sparato, chi usa i curdi come messaggio a Washington, chi tratta il gas come merce strategica ma non come servizio essenziale per i residenti, chi blocca la possibilità di difendere gli impianti, chi continua a firmare contratti miliardari senza pretendere protezioni adeguate per i lavoratori e per la popolazione. In mezzo ci sono i curdi, che da decenni vengono armati, disarmati, promessi, traditi, e oggi si ritrovano con una “regione autonoma” che può vendere energia ma non può garantire ai suoi abitanti una fornitura continua.

Gli attacchi a Khor Mor non sono solo un capitolo tra milizie filo-iraniane, Stati Uniti e governo iracheno. Sono il modo in cui una regione già fragile vede ridursi ulteriormente lo spazio dei diritti elementari, a partire dall’elettricità. Chi decide dove devono cadere i missili non rimane mai al buio. Chi resta senza luce sono sempre gli stessi.

Ufficio del ministero dell’Interno del Governo Regionale del Kurdistan a Irbil (Foto: U.S. Army, publi c domain)

Leggi anche

Ultime notizie