Erbil, una radio di pace sotto il rumore della guerra

Francesco Diasio è il Presidente di Diogene Aps, specialista internazionale di comunicazione per lo sviluppo per la Fao, e in precedenza segretario generale di Amarc, Associazione mondiale delle radio comunitarie, oltre che ideatore e direttore dell’agenzia radiofonica Amisnet. Dalle sue esperienze internazionali di comunicazione ha tratto un libro, Etere – Storie di radio, antenne e frequenze dal mondo, pubblicato per Altreconomia.

Il capitolo che pubblichiamo oggi è dedicato Erbil, nel Kurdistan iracheno. Erbil è uno di quei luoghi in cui la storia arriva sempre due volte: prima nella vita quotidiana di chi resiste, poi nella cronaca della guerra. È da lì che passa anche il racconto di Radio Gardenya, e non a caso oggi il nome della città torna sotto i riflettori dopo l’attacco che ha colpito ieri sera la base militare italiana. L’illustrazione che chiude il racconto e quelle che accompagnano il libro sono di Gianluca Costantini. (ndr)

CAPITOLO 14 – GARDENYA

Sebbene l’Iraq abbia affrontato conflitti e prove difficili negli ultimi tre decenni non ha mai dovuto affrontare una grande crisi di sfollati interni fino al 2014, quando Daesh ha occupato un terzo del suo territorio. Nel 2014 quasi cinque milioni di iracheni sono stati cacciati dalle loro case all’interno del proprio Paese. Praticamente più degli abitanti di tutto il Piemonte. Questo spostamento ha portato a ripercussioni umanitarie e confusione politica, sociale e culturale. Cinque milioni di sfollati interni combinati con le richieste di organizzare e combattere una guerra contro Daesh hanno aperto la via a sfide complicate, tra cui la gestione delle condizioni di protezione e accoglienza per queste famiglie, la loro integrazione e infine l’adozione di strategie per il ritorno presso le loro case. Il conflitto vede non solo attacchi diretti e indiretti dell’Isis, ma anche contrattacchi delle forze armate irachene supportate dalle forze della coalizione e dai peshmerga curdi. Dal 2012 l’Iraq ha anche accolto i rifugiati siriani in cerca di asilo e sicurezza nel Paese. Nel dicembre 2019 c’erano più di 245mila rifugiati siriani registrati dalle Nazione Unite in Iraq. il 99 per cento risiede nella regione del Kurdistan iracheno, nel Nord del Paese. Nel 2014 ben 24mila rifugiati siriani hanno attraversato il confine ad Ain al-Arab/Kobani in un solo giorno. Il deterioramento della situazione economica, i servizi di base scarsi e le opportunità di sostentamento estremamente limitate hanno ulteriormente ostacolato la capacità delle comunità ospitanti di assorbire e integrare gli sfollati. Ancora oggi più di un milione e 300mila iracheni sono sfollati interni, continuando a vivere in condizioni economiche precarie e non riescono a tornare nelle proprie case. Mentre le terre occupate da Daesh sono state riconquistate, la sicurezza, i fattori economici e militari hanno ostacolato i rientri. La pandemia di coronavirus ha peggiorato le cose. I campi già sovraffollati sono stati completamente chiusi con pesanti ulteriori restrizioni al movimento della popolazione.

L’Ong italiana Un Ponte Per (Upp) ha diversi progetti nel Kurdistan Iracheno.. Alla fine del 2016 mi contatta l’amica Carlotta M., simpatica, intelligente e impregnata di romanità, che avevo conosciuto in Tunisia e che ora lavora con Upp a Erbil, capitale del Kurdistan iracheno. C’è un progetto che riguarda il sostegno alle condizioni di vita e la stabilità sociale dei rifugiati siriani e delle comunità ospitanti. In concreto, bisogna esplorare la possibilità di installare delle radio all’interno dei centri giovanili, nei campi profughi e nelle aree urbane, identificando anche i possibili partner locali per le attività di incubazione dei media indipendenti. Il 30 gennaio 2017 atterro ad Erbil.

In quella prima missione mi sposto dalla capitale a Sulaymaniyah, circa 200 chilometri a Sud Est, Halabja, al confine con l’Iran, poi verso Dohuk, 170 a Nord Ovest della capitale curda, verso il confine siriano.. Fa un freddo terribile in quel gennaio 2017. Le case e gli uffici, nonostante le stufe, non riescono a riscaldare gli ambienti, che sono sempre gelidi. La sede di Upp è una villetta con spazi comuni, uffici singoli e al piano superiore qualche stanzetta per fare dormire gli operatori e gli ospiti. Chi lavora già da un po’ di tempo in città ha preso in affitto una casa fuori dall’ufficio, ma la guest house è funzionale. È tutto un trambusto di ragazzi italiani e curdi che lavorano gomito a gomito sui diversi progetti, la stufa sotto la scrivania, un bell’ambiente, familiare e professionale allo stesso tempo. La prima notte dormo in una di quelle stanzette al piano di sopra e mi sveglio al mattino sulle note di “Quelli che benpensano” di Frankie hi-nrg, mentre un ragazzo prepara il caffè con la moka. Mi sento a casa.

“Sono intorno a noi, in mezzo a noi In molti casi siamo noi a far promesse Senza mantenerle mai se non per calcolo Il fine è solo l’utile, il mezzo ogni possibile La posta in gioco è massima, l’imperativo è vincere E non far partecipare nessun altro Nella logica del gioco la sola regola è esser scaltro Niente scrupoli o rispetto verso i propri simili Perché gli ultimi saranno gli ultimi se i primi sono irraggiungibili”.

Il primo incontro è con Peace and Freedom Organization of Kurdistan, l’organizzazione presso la quale pianifichiamo di metter su una prima emittente. L’associazione non ha esperienze dirette in campo radiofonico ma ha già sviluppato competenze nell’ambito della stampa scritta. È coinvolta in molte azioni sociali rivolte principalmente a donne e giovani. C’è una fortissima volontà di creare una nuova radio con un approccio sociale. Secondo il direttore dell’associazione, Abdallah K., l’emittente dovrebbe essere bilingue e trasmettere in curdo e in arabo. Considerata l’enorme importanza e responsabilità di una radio Fm nella capitale, l’associazione vorrebbe essere accompagnata nel processo di produzione con un tutoraggio in situ. Gli assicuriamo il sostegno.

Qualche settimana dopo, presentano una domanda formale per ottenere la licenza. Prima di partire, come sempre nei paesi arabi, ne approfitto per andare dal barbiere. Direzione Sulaymaniyah, cittadina non distante dalla frontiera con l’Iran. Parto con Saman, a bordo di una jeep bianca. Saman adora le noccioline e la macchina è un tappeto di gusci vuoti. Upp ha anche lì un suo ufficio, stessa villetta e stesse caratteristiche con la guest house. A metà percorso viene a prenderci la macchina partita dal Sud Est, si fa il cambio e Saman torna nella capitale. Intorno a noi la neve è caduta sulle collinette dove i bambini si rincorrono prendendosi a pallate. Non è una cosa abituale vedere la neve a queste latitudini. La strada è piena di posti di blocco dove controllano documenti e destinazione, esercito armato e polizia col passamontagna calato sul viso, un po’ per il freddo. Ai lati della strada si stagliano immensi pannelli con le fotografie delle giovani e dei giovani combattenti curdi che hanno lasciato la vita su un campo di battaglia contro Daesh. Sorridono in quei pannelli, imbracciando un fucile mitragliatore.

Sulaymaniyah è molto più vivace di Erbil, anche se decisamente più piccolina. La strada centrale è una piccola Champs-Élysées di bar, ristorantini, ambulanti, hotel, luci. Al mattino ci rechiamo nel campo profughi di Arbat, a pochi chilometri dalla cittadina. Secondo l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) con quasi 3mila famiglie che vivono in alloggi progettati per 700, il campo di Arbat era uno dei più sovraffollati dell’Iraq nel 2015. Il campo è molto strutturato e ci sono già molte attività in atto. La possibilità di creare una piccola radio Fm che trasmetta nel campo rappresenta una grande opportunità per svolgere un ruolo di informazione e comunicazione, offrire ai giovani la possibilità di sviluppare nuove competenze nel settore radiofonico, tecnico, giornalistico e gestionale, ma ha anche un ruolo ludico e sociale, mettere in onda musica, giochi, o poter esprimere in maniera più anonima della televisione i disagi delle persone.

Dopo l’incontro con i facilitatori del campo, la radio viene accettata come uno strumento interessante da sviluppare. Sarà una delle più belle esperienze che ho avuto la fortuna di poter condurre. Il campo è davvero grande. Ci sono straduzze interne e dopo un primo periodo le tende sono diventate casupole in muratura. Alcune sono piccoli negozietti, utensili per la casa, kebab, ce n’è persino uno che vende abiti da sposa. Gli abitanti vorrebbero addirittura costruire un piccolo mall, un centro commerciale. Le previsioni di andarsene presto non sono all’ordine del giorno. C’è la scuola, un presidio sanitario, una grande palestra con un campetto da basket, le aree con l’erba sintetica dove far giocare i bambini. È comunque circondato dal filo spinato, all’entrata ci controllano i documenti e se non si ha una buona ragione per entrare l’accesso viene negato. I poliziotti curdi stazionano nelle garitte. Agli abitanti del campo l’uscita non è consentita se non per ragioni particolari. Ancora in macchina, direzione Halabja, una manciata di chilometri dal confine con l’Iran, Radio Dangi Nwe. La cittadina è passata alle cronache per il massacro avvenuto nel 1988, un attacco chimico perpetrato da Saddam Hussein. Il 16 marzo 1988 durante i giorni conclusivi della guerra Iran-Iraq nella città curda scappano dei combattenti iraniani che ci si rifugiano e la catturano. Saddam lancia un bombardamento chimico. Un’indagine medica delle Nazioni Unite ha concluso che nell’attacco sono stati utilizzati gas mostarda e un insieme di gas nervini non identificati.

È il più grande attacco con armi chimiche diretto contro un’area popolata da civili nella storia, con circa 5mila vittime e altri 10mila feriti, la maggior parte dei quali semplici cittadini. Negli anni successivi nella regione colpita si registrano un aumento delle patologie oncologiche e di malformazioni alla nascita. L’attacco di Halabja è stato ufficialmente definito dal Tribunale penale iracheno come un genocidio contro il popolo curdo. È stato anche condannato come crimine contro l’umanità dal Parlamento canadese. Quando Radio Dangi Nwe è andata in onda 10 anni fa, l’idea delle radio comunitarie era completamente nuova nel Nord dell’Iraq. Oggi la radio è parte integrante della vita culturale e politica della comunità offrendo non solo informazioni e discussioni regolari su questioni che interessano i giovani, ma anche un caffè come luogo di ritrovo popolare. Così mi spiega Qaesar R., il direttore, che avevo già conosciuto nel 2006 durante l’Assemblea mondiale delle radio comunitarie ad Amman. Dopo tanti anni ci abbracciamo presso la sua sede.

Il format del programma di Radio Dangi Nwe è composto principalmente da produzioni indipendenti con un focus su notizie, musica, intrattenimento, reportages su questioni specifiche di genere e sui giovani.: i diritti umani, la democrazia, le violenze domestiche, la convivenza tra culture diverse, il divorzio e matrimoni forzati, i “delitti d’onore”. Vengono fornite informazioni su assistenza sanitaria, gravidanza, contraccezione e assistenza all’infanzia. Una radio in prima linea, che dal febbraio 2016 trasmette anche programmi speciali per i rifugiati. Il “Refugee for Refugee Radio” è un programma in cui profughi siriani, sfollati interni, curdi e yazidi discutono argomenti e problemi di interesse comune. Qaesar e la sua shabab saranno un punto di riferimento importante per lo sviluppo dell’antenna nel campo di Arbat. Torniamo verso Erbil. Stesso cambio macchina a metà percorso, con Saman che continua a sgranocchiare noccioline. Incontriamo ancora un gruppo commerciale molto potente, il Babylon Media Group, che gestisce due radio in Fm nella capitale e quattro canali tv via satellite. Ripartiamo poi verso Nord, direzione Dohuk. Stessa villetta e stessa “guest house” nella sede di Upp. Arriviamo di sera dopo un periplo più lungo che costeggia la zona rossa del Ninive, dove ci sono ancora scontri, una strada più diretta passa per Mosul.

Arrivati in sede, le ragazze italiane di Upp hanno preparato per cena la parmigiana. Non era chiaramente per me, ma che effetto può fare trovare la parmigiana al forno per cena mentre stai nel Nord dell’Iraq? Sono commosso, ripago lavando i piatti. A Dohuk le condizioni sono diverse, e non c’è un gruppo forte su cui appoggiarsi per metter su un emittente. Discutiamo la possibilità di fare un piccolo centro di produzione, ma l’iniziativa non va avanti. È tempo di chiudere questa prima missione. Si riparte, il cockpit dell’aereo verso il solito scalo di Istanbul. A Erbil le misure di sicurezza sono molto rigide. Le macchine entrano nell’area dell’aeroporto e vengono perquisite con meticolosità una a una sotto un capannone, polizia, cani che annusano. Giù tutti, persone e bagagli. Una volta passato quel primo controllo, le vetture possono lasciare i passeggeri in un pre-terminal, un edificio dove vengono fatti i controlli dei biglietti, metal detector, perquisizioni.

Passato quel controllo i passeggeri sono imbarcati su una navetta che li accompagna fino al terminal vero e proprio, dove all’entrata vengono ripetute le stesse procedure. Metal detector, biglietti, passaporto. Infine, si può finalmente andare a fare il check in, finito il quale si va verso la zona d’imbarco, senza prima aver fatto un nuovo passaggio sotto il metal detector e le perquisizioni personali. Nei mesi successivi cominciamo ad acquisire il materiale con Carlotta. Ci rivolgiamo a rivenditori locali, sempre per favorire l’economia del posto ma anche per facilitare il processo. Ci saranno due radio, una ad Erbil e una nel campo profughi di Arbat. La prima con regolare licenza, la seconda senza, con l’impegno di tenere il segnale all’interno del campo. Diversa portata e struttura, ma entrambe fondamentali nel panorama di quei giorni. Atterro di nuovo ad Erbil a fine settembre 2017. È tempo di cominciare le formazioni per le persone nella capitale e nel campo di Arbat, vicino agli Champs-Élysées di Sulaymaniyah. Si tratta di capire come funzionano gli studi e la messa in onda, i formati giornalistici, come fare un servizio o produrre un giornale radio, la sua impaginazione. Le sessioni vanno avanti senza troppi intoppi, c’è un bel gruppo di persone interessate a sviluppare nuove competenze e implicarsi nella neonata emittente. Finito il primo round, devo spostarmi verso il campo di rifugiati. Poi l’imprevisto. A metà settembre il governo del Kurdistan indice un referendum per sancire l’indipendenza dalla Repubblica federale irachena. La data decisa per il voto è il 25 settembre 2017, proprio durante il mio soggiorno ad Erbil.

Il referendum è un atto puramente simbolico perché la dirigenza politica non avrebbe la forza di staccarsi dall’Iraq, ma la valenza è importante. I risultati preliminari riportano circa il 92 per cento dei voti a favore dell’indipendenza curda. La legalità del referendum viene respinta dal governo federale iracheno e le contromisure non si fanno attendere. Entro 48 ore il Kurdistan sarà chiuso, embargo totale sui voli, nessuna possibilità di uscire dal paese se non via terra, in macchina fino a Bagdad o al Nord verso la Siria. Rischiare di rimanere imbrigliati in Kurdistan non è il caso. A parte i residenti, italiani compresi, tutti gli altri sono evacuati dal paese. Io con loro. È una evacuazione di massa veloce e triste, un programma lasciato a metà, la necessità di cambiare rapidamente i voli, che partono all’asta con prezzi stellari. Arrivo al terminal di Erbil, di solito quasi deserto, che sembra un rave party. Migliaia di persone sono accalcate nel terminal in una fila lunghissima prima di poter fare il check in, uno zig zag di persone che non finisce più. A sorpresa, la lingua più parlata sembra essere l’italiano. Giornalisti che erano ad Erbil per coprire l’evento, archeologi, uomini d’affari. È pieno di italiani. Le battute si sprecano, anche se è notte fonda si stabiliscono piccole relazioni, storie da raccontare, amici degli amici incontrati anni prima. In quell’occasione ho saputo come stava Alessandra C. reduce di Radio Città Futura e co-fondatrice della nostra agenzia radio Amisnet nel 1998, che non vedevo da quasi 20 anni. Il lavoro va comunque portato a termine e a aprile del 2018 sono di nuovo a Erbil.

Arrivo di notte, o al mattino presto, come sempre a seconda dei punti di vista. Mi sento chiamare alle spalle, da qualcuno che deforma il mio nome. Non è mai un buon segno essere chiamati alle spalle, ma stavolta è innocuo. “Mr Fransiscu, ti ricordi di me?” A quell’ora faccio fatica a mettere a fuoco: “Il tuo viso mi dice qualcosa, ma dove ci siamo incontrati?” “Ma come? Non ricordi? In Giordania” “Ahhh ecco dov’era”, fingo spudoratamente, ho incontrato centinaia di persone e non tutti i visi mi rimangono in mente. “E come stai? Tutto bene? Come mai da queste parti?” “La mia famiglia è curda, sto tornando a casa”. Stavolta la tappa a Erbil è davvero breve. La radio ha un suo nome e registrazione ufficiale, Radio Zyhan. Approfondiamo la formazione cercando di lavorare su possibili formati “caratterizzanti”. Nonostante i buoni propositi e la licenza, la radio stenta a decollare. L’emittente condivide la frequenza con un’altra radio locale. In altre parole, sulla stessa frequenza è possibile ascoltare Radio Zhyan dalle 8.00 del mattino fino alle 14.00, mentre dalle 14.00 alle 20.00 c’è un’altra stazione in onda.

È una soluzione temporanea per potenziare la capacità di produzione del personale e dei volontari, ma a lungo termine può rappresentare un forte rischio per lo sviluppo di una vera e propria identità nella messa in onda. Con poca identità, l’emittente duplica i modelli dominanti tradizionali, rullo di tamburi prima del giornale radio, sigla epica stile Star Wars, notizie sparate ad alta voce e velocemente… Sentono il peso della responsabilità di trasmettere sulla capitale e non vorrebbero fare errori, sono molto prudenti. Li capisco. Dopo qualche giorno con la jeep di Saman, sempre piena di gusci di noccioline, arriviamo fino a Sulaymaniyah. Di nuovo nel campo di Arbat. Qui invece la situazione è radicalmente diversa. Con poca pressione, vista la portata limitata, tanta fantasia e voglia di fare, il gruppo di ragazze e ragazzi che si dovrà occupare della messa in onda ha cominciato a riflettere su una programmazione interessante, con news in diverse lingue, programmi di intrattenimento, tavole rotonde di riflessione. Lo studio è stato allestito in un prefabbricato di circa 12 metri quadrati dove, a parte la regia, c’è abbastanza spazio per accogliere gli ospiti. Abbiamo preso del materiale professionale e quel piccolo spazio è diventato un bijoux di tecnica e potenziali contenuti da trasmettere.

A sera, quando torno in città, cerco come un matto un negozio che venda l’unico accessorio che ancora manca. Un orologio digitale che regoli il tempo ufficiale della radio. Ne trovo solo un vecchio modello, rotondo e analogico, ma lo appendiamo in bella vista in regia. Il trasmettitore è piccolino ma quando ci facciamo un giro nel campo il segnale è limpido. Arriva anche a qualche chilometro fuori dal recinto, il che un po’ mi preoccupa. Non abbiamo chiesto nessuna licenza e la radio è del tutto pirata. Un aspetto importante che chiedo ai ragazzi di considerare è di non interferire con le emittenti vicine. Di solito, se c’è una interferenza, sono proprio le altre radio a denunciare quella “pirata”. Con le dovute cautele, nessuno verrà mai a spegnere quel piccolo segnale. Le formazioni sono frizzanti, ci si divide in gruppi, si lavora sui formati, registriamo brevi cose che poi ascoltiamo tutti insieme per fare un bilancio e capire gli errori da correggere.

Si ride molto tutti insieme. Viene anche Qaesar da Halabja con un gruppo di giovani che vogliono partecipare. L’atmosfera è vivace. Molto della formazione è sulla parte tecnica, come si usano gli strumenti e con quali parametri. Insisto perché le ragazze imparino bene a usare la regia, di solito appannaggio dei maschi. È il momento di scegliere il nome della radio. Le proposte sono diverse, ma alla fine passa quella più poetica. Si chiamerà Radio Gardenya, come il fiore. Volo fino a Bagdad per ritornare in Europa. Riparto direttamente da Sulaymaniyah e il nostro aereo è l’unico in tutto l’aeroporto, uno scalo deserto. Faccio tappa nella capitale irachena dove mi aspetta una lunga notte di attesa. C’è un solo piccolo bar aperto che vende pizza. Ne compro un trancio e mi metto ad aspettare stendendomi sulle sedioline nel transito.

Guardo il soffitto, ci sono delle volte che ricordano quelle di una moschea. C’è anche una piccola moschea, dove le persone entrano e si stendono a riposare fino al volo successivo. Non ho il coraggio di farlo, rimango sulle sedioline. Ottobre 2018. Carlotta ormai ha lasciato Un Ponte Per. Al suo posto, è arrivata Vittoria R., altra amica che avevo conosciuto in Marocco, persona garbata e sempre sorridente, di una gentilezza disarmante. Abbiamo anche amici in comune in Marocco, dei quali mi tiene sempre al corrente. A Erbil si continua ad andare in onda, anche se in maniera claudicante. La radio però sta cominciando a maturare. Torno nel campo di Arbat, vedo che la strada principale nel campo è stata asfaltata. Incontro le amiche e gli amici della radio, ci abbracciamo. Nel frattempo hanno anche cambiato l’orologio in studio, che ora segna il tempo con le cifre rosse in digitale sullo schermo nero. È bellissimo.

La radio trasmette regolarmente, ma è tempo di affinare la messa in onda. Mettiamo giù delle linee guida condivise per la produzione dei programmi, aspetto importante soprattutto per i nuovi arrivati c​​ he vogliono proporre nuovi formati. Cominciamo a stendere con la squadra un budget di previsione per l’anno successivo, che serva almeno a capire le reali esigenze da sottoporre alle diverse organizzazioni che lavorano nel campo e rafforzare la consapevolezza del costo di una radio, anche se di piccole dimensioni. Tra i programmi in onda c’è anche un corso di inglese per gli ascoltatori del campo. Si possono chiedere piccoli finanziamenti per esperienze di questo tipo? Perché no. Cominciamo a riflettere più approfonditamente sul linguaggio da usare per la messa in onda, considerando in particolare il pubblico variegato del campo, non solo barriere linguistiche ma anche culturali. Le ragazze e i ragazzi stilano un elenco di parole poco sensibili rispetto ai temi delicati che si affrontano: portatori di disabilità, violenze contro le donne, minoranze etniche o religiose.

Gardenya si impegna a includere queste linee guida nel codice etico della radio. Torniamo ad Halabja da Qaesar. Gli chiedo di includere Gardenya nelle proposte progettuali che faranno, usandola al contempo come antenna locale per i prodotti giornalistici di interesse comune. Radio Gardenya peraltro è sempre senza licenza e la copertura giuridica di Dangi Nwe potrebbe essere uno scudo contro eventuali imprevisti, con la possibile motivazione che la piccola emittente del campo di Arbat altro non è che l’antenna locale della loro stazione a Halabja. Ci sta. Agosto 2019. Anche Vittoria lascia Upp e torna in Marocco. La sostituisce Teresa B. che stavolta non conosco. È molto gentile ma pare un po’ disorientata dall’ambiente pur svolgendo sempre il lavoro con passione e professionalità.

È un’ultima missione che vuole guardare al futuro, trasmettere alle squadre i meccanismi di sostenibilità con dei progetti articolati come se li aspettano le agenzie di cooperazione, una descrizione narrativa coerente, obiettivi chiari, un budget realistico, le necessità in termini di rendicontazione. All’interno della radio tutto è bello, ma accanto ai ragazzi ci sono padri e madri di famiglia che devono portare il pane a casa, la vita nel campo non è facile e se non ci sono soldi devono fare altro e lasciare l’emittente. Cerco davvero di dare il massimo per in- coraggiarli e metterli in condizione di non mollare. “La gardenia raggiunge in genere un’altezza compresa tra uno e due metri, presenta foglie lucide e opposte di un bel verde intenso e fiori bianchi gradevolmente profumati. Questi si sviluppano generalmente nel Inquadra il QR per i contenuti media periodo primaverile, e perdurano per buona parte dell’estate”. Lunga estate a Radio Gardenya.