Alle suppletive di Reggio Calabria-Locri del 28 settembre, i partiti dei due schieramenti principali erano piuttosto soddisfatti. Il centrodestra aveva conservato il seggio e Futuro Nazionale si era fermato al 10,94 per cento. Solo l’11 per cento? E scusate se è poco. Parliamo di una formazione nata da pochi mesi, guidata da Roberto Vannacci, che del repertorio fascista fa un uso pubblico e deliberato. A livello nazionale Futuro Nazionale è cresciuto per tutta l’estate: la Supermedia YouTrend lo dava al 5,9 per cento il 2 luglio, al 7,5 il 3 settembre; Ipsos il 26 settembre lo stimava all’8,8.
Il motivo di tanta soddisfazione è banale: quel dieci per cento non è stato determinante. Non ha impedito al centrodestra di vincere e non ha cancellato il centrosinistra. Finché una forza di questo tipo non decide chi governa, il problema può aspettare. A noi interessa però altro. Che povertà, insicurezza e paura del declassamento possano spingere masse di persone verso il fascismo lo abbiamo letto mille volte. Molto meno si discute del percorso inverso: il fascismo arriva promettendo protezione ai ceti impoveriti e, quando conquista potere, produce altra povertà.
Non è un paradosso, è il suo funzionamento economico. Per ridurre davvero la povertà bisogna spostare reddito e potere: salari più alti, contrattazione più forte, servizi pubblici universali, tassazione progressiva, trasferimenti verso chi sta sotto. Il fascismo procede nella direzione opposta: concentra il potere, indebolisce l’autonomia del lavoro organizzato, restringe il carattere universale del welfare, distingue fra cittadini degni e indegni di protezione e considera la disuguaglianza una gerarchia da amministrare, non un problema da eliminare. Non promette uguaglianza, promette ordine. E l’ordine sociale, quando il reddito è distribuito in modo diseguale, significa quasi sempre proteggere chi sta sopra e disciplinare chi sta sotto.
Nell’Ungheria di Viktor Orbán, finchè è stato al potere diventata un riferimento per molte destre nazionaliste europee, l’imposta personale sul reddito restava piatta. L’Ocse osserva che questa struttura limita la progressività e mantiene un carico relativamente elevato sui lavoratori a basso reddito; uno studio pubblicato nel 2026 conclude che l’introduzione di una tassazione più progressiva ridurrebbe significativamente la disuguaglianza. Nazionalismo, famiglia, ordine e identità possono dunque convivere perfettamente con un sistema fiscale che redistribuisce poco verso chi guadagna meno.
Il meccanismo è semplice. Il fascismo raccoglie consenso fra i poveri promettendo di difenderli, ma non mette in discussione la distribuzione della ricchezza che li ha resi poveri. Non allarga la quota destinata a chi sta sotto: decide chi, tra quelli che stanno sotto, merita di riceverla. Il welfare diventa premio, non diritto; il lavoro deve essere disciplinato, non rafforzato; la disuguaglianza non viene combattuta, viene organizzata.

Se il salario resta insufficiente, se la sanità pubblica non basta, se l’affitto divora metà dello stipendio, non è necessario spostare ricchezza dall’alto verso il basso. Basta restringere continuamente il numero di quelli ammessi a contendersi quello che resta.
Milei, altro esempio di autoritarismo populista, invece arriva alla presidenza dell’Argentina nel dicembre 2023 con un programma shock: svalutazione, taglio della spesa pubblica, riduzione dei sussidi e forte compressione del ruolo dello Stato. Nel primo semestre 2024 la povertà schizza dal 41,7 al 52,9 per cento, mentre l’inflazione e l’aggiustamento colpiscono soprattutto redditi bassi, pensioni e consumi. Successivamente, grazie al rallentamento dell’inflazione e a una parziale ripresa dei redditi, la povertà scende fino al 28,2 per cento nel secondo semestre 2025.
Ma nel primo semestre 2026 risale al 32,3 per cento, con l’indigenza al 7,5. Nello stesso periodo crescono disoccupazione e insolvenze familiari, mentre manifattura e commercio arretrano. Il caso argentino mostra bene una cosa: si può migliorare rapidamente l’equilibrio fiscale e contemporaneamente scaricare una parte enorme del costo sociale dell’aggiustamento su salari, pensioni, servizi e famiglie povere.
Per questo il rapporto fra fascismo e povertà è un circuito. La povertà gli porta consenso e il fascismo, arrivato al potere, indebolisce proprio gli strumenti che potrebbero ridurla: forza contrattuale del lavoro, universalità del welfare, progressività fiscale, servizi pubblici. Il povero che lo ha scelto perché temeva di scendere di un gradino scopre che quel gradino lo ha sceso davvero. La promessa era protezione; il risultato materiale è una società ancora più gerarchica, nella quale la distanza fra chi può comprarsi sanità, istruzione, casa e sicurezza e chi dipende dal proprio salario diventa maggiore.
Quel 10,94 per cento calabrese, allora, non dovrebbe interessare soltanto perché domani potrebbe diventare decisivo in Parlamento. Cresce mentre l’Italia conta quasi sei milioni di poveri assoluti e salari reali ancora molto sotto quelli di cinque anni fa. Aspettare che il fascismo diventi indispensabile per formare una maggioranza significa dimenticare la cosa essenziale: la povertà non è soltanto uno dei terreni sui quali il fascismo cresce. Quando conquista abbastanza potere da trasformare il proprio ordine sociale in politiche economiche, diventa anche uno dei prodotti che lascia dietro di sé.



