Gli sbarchi diminuiscono, le richieste d’asilo calano, gli attraversamenti irregolari delle frontiere europee si riducono. A giudicare dagli indicatori più utilizzati nel dibattito politico, le strategie di contenimento dell’immigrazione sembrerebbero produrre risultati. Peccato che, contemporaneamente, nel Mediterraneo aumentino i morti e i dispersi.
È la contraddizione più evidente che emerge dal Dossier Statistico Immigrazione 2026, realizzato dal Centro Studi e Ricerche IDOS, la cui presentazione è prevista per il 27 ottobre. Una contraddizione che costringe a interrogarsi non soltanto sull’efficacia delle politiche migratorie, ma soprattutto sul significato attribuito al loro successo.
I numeri sono difficilmente contestabili. Secondo Frontex, gli attraversamenti irregolari delle frontiere dell’Unione europea sono passati dagli oltre 239mila del 2024 a circa 180mila nel 2025. In Italia gli sbarchi, dopo aver raggiunto quota 157mila nel 2023, si sono attestati intorno ai 66mila sia nel 2024 sia nel 2025. Nei primi otto mesi del 2026 sono scesi sotto quota 20mila, meno della metà rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
Anche le richieste di protezione internazionale presentate per la prima volta nell’Unione hanno registrato una consistente diminuzione, passando da oltre 900mila nel 2024 a circa 670mila nel 2025. Un insieme di dati che descrive una contrazione significativa dei flussi registrati verso l’Europa.
La situazione cambia radicalmente quando, invece degli arrivi, si contano le persone che non sono sopravvissute alla traversata. Nei primi otto mesi del 2026, secondo i dati dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni ripresi dall’UNHCR, nel Mediterraneo sono morte o risultano disperse 1.757 persone, contro le 1.265 dello stesso periodo del 2025. Un aumento di quasi il 39%, mentre gli arrivi via mare diminuivano.
Sulla sola rotta del Mediterraneo centrale le vittime sono passate da 835 a 938. Non si tratta di un bilancio definitivo: molti naufragi avvengono senza testimoni e non tutte le persone scomparse vengono registrate.
Il dato non permette di stabilire automaticamente che la probabilità individuale di morire durante la traversata sia aumentata nella stessa proporzione. Per calcolarla bisognerebbe conoscere il numero effettivo delle partenze, comprese quelle concluse con intercettazioni e respingimenti.
Ma il problema politico rimane intatto: a fronte di un numero sensibilmente inferiore di persone che raggiungono le coste europee, le vittime documentate aumentano. Una circostanza che dovrebbe quantomeno impedire di utilizzare il calo degli sbarchi come indicatore autosufficiente dell’efficacia delle politiche migratorie.
D’altra parte, che cosa misuriamo esattamente quando celebriamo una diminuzione degli arrivi? Il numero di persone che hanno rinunciato a partire, quello di chi è stato intercettato lungo il percorso o semplicemente quello di chi non è riuscito a raggiungere la destinazione? Si tratta di situazioni profondamente differenti, accomunate soltanto dall’assenza nelle statistiche degli ingressi. Eppure, nel linguaggio politico, finiscono spesso per diventare indistinguibili.
Il dossier IDOS segnala un altro fenomeno apparentemente rassicurante: per la prima volta in un decennio diminuisce il numero delle persone costrette alla fuga nel mondo. Alla fine del 2025 erano 117,8 milioni, circa 5,4 milioni in meno rispetto all’anno precedente. Ma una parte importante della contrazione dipende dai rientri nei Paesi di origine, non necessariamente dal miglioramento delle condizioni che avevano determinato la fuga.
In Afghanistan, governato dai Talebani, sono rientrate circa 2,9 milioni di persone, molte delle quali allontanate da Iran e Pakistan. In Siria, dopo la caduta del governo Assad, i rientri sono stati circa 1,3 milioni, mentre quasi cinque milioni di siriani rimangono all’estero. La riduzione del numero complessivo degli sfollati non equivale dunque alla scomparsa delle ragioni che li hanno costretti ad abbandonare le proprie case.
La distribuzione geografica dell’accoglienza aggiunge un elemento spesso assente dal dibattito europeo. Secondo i dati riportati da IDOS, il 65% delle persone costrette alla fuga vive in un Paese confinante con quello di origine e il 68% è accolto in Stati a basso o medio reddito.
L’immagine di un’Europa sulla quale graverebbe il peso principale delle migrazioni forzate non trova quindi riscontro nella distribuzione mondiale del fenomeno. È soprattutto nei Paesi economicamente più fragili che si concentra la responsabilità dell’accoglienza, mentre quelli europei investono risorse considerevoli nel controllo degli accessi.
Su questo scenario interviene il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, applicato dal 12 giugno 2026. Le norme introducono controlli preliminari obbligatori, procedure accelerate alle frontiere e nuovi meccanismi per la gestione delle domande di protezione e dei rimpatri.
Secondo la Commissione europea, l’obiettivo è rendere il sistema più efficiente, rafforzare la sicurezza e distribuire meglio le responsabilità tra gli Stati membri. Il dossier IDOS ne evidenzia invece la continuità con le politiche di esternalizzazione delle frontiere sperimentate dall’Italia attraverso gli accordi con i Paesi nordafricani.
Sarebbe metodologicamente scorretto attribuire al nuovo Patto l’aumento delle morti registrato nei primi otto mesi del 2026, dal momento che la sua applicazione è iniziata soltanto a giugno. È però legittimo interrogarsi sulla direzione intrapresa dall’Unione, soprattutto considerando gli effetti delle politiche di contenimento già operative.
Tra il 2017 e il 2025, secondo IDOS, quasi 193mila persone sono state intercettate nel Mediterraneo e riportate in Libia. Un risultato che, nelle statistiche europee, contribuisce alla riduzione degli ingressi, ma che non dice nulla, da solo, sulla sicurezza e sul rispetto dei diritti delle persone intercettate.
Esiste inoltre una ricerca di SOS Mediterranee, secondo la quale le disposizioni italiane che impongono alle navi umanitarie di dirigersi verso porti assegnati, spesso molto lontani dalle aree di soccorso, avrebbero determinato la perdita di 1.219 giorni operativi tra il 2022 e il 2025.
È una stima dell’organizzazione, che richiede di conoscerne nel dettaglio la metodologia, ma solleva una questione concreta: quale rapporto esiste tra le restrizioni all’attività delle navi civili e la capacità complessiva di effettuare operazioni di salvataggio? Non sarebbe corretto attribuire automaticamente a quelle restrizioni un determinato numero di vittime; sarebbe altrettanto discutibile ignorarne le possibili conseguenze operative.
Il punto, in definitiva, non è negare agli Stati il diritto di regolamentare gli ingressi o sostenere che ogni diminuzione degli attraversamenti sia necessariamente un risultato negativo. Le politiche migratorie devono poter essere valutate anche per la loro capacità di gestire i flussi, contrastare le organizzazioni criminali e garantire procedure di protezione efficaci. Ma il numero degli sbarchi rappresenta soltanto uno degli indicatori disponibili, non una misura complessiva dei risultati ottenuti.
Un sistema che riesca a ridurre gli arrivi senza diminuire le morti, o che trasferisca parte dei costi umani del contenimento oltre i propri confini, presenta problemi che nessuna statistica sugli ingressi può risolvere. E se l’obiettivo dichiarato è anche sottrarre le persone ai pericoli delle traversate e alle reti dei trafficanti, allora la sicurezza di quelle persone deve rientrare necessariamente nella valutazione dei risultati.


