Svolta storica del governo federale australiano, che ha deciso di interrompere definitivamente il programma di locazione dei terreni per il giacimento di uranio di Jabiluka, garantendo che non ci saranno attività minerarie sui terreni del popolo Mirarr.
Questa decisione è stata accolta con entusiasmo dai proprietari tradizionali e dagli ambientalisti, che da decenni si oppongono allo sfruttamento della miniera.
Contemporaneamente, il primo ministro Anthony Albanese ha annunciato l’inclusione del sito nel vicino Parco nazionale di Kakadu, una vasta area protetta e patrimonio dell’UNESCO, raddoppiando di fatto le dimensioni di un’area già grande il doppio del Parco di Yellowstone negli Stati Uniti.
Le varie fazioni coinvolte nella lunga disputa su Jabiluka hanno descritto questa decisione come un trionfo per il popolo Mirarr, per l’ecosistema di Kakadu e per l’intera nazione.
La disputa, iniziata nel 1991, ha visto l’opposizione congiunta di proprietari tradizionali, gruppi ambientalisti e attivisti, culminata in eventi come il blocco stradale del 1998, durante il quale 500 persone furono arrestate.
Il giacimento di Jabiluka, situato nei Territori del Nord, è uno dei depositi di uranio più ricchi del mondo. Tuttavia, l’attivismo e la determinazione dei Mirarr hanno impedito qualsiasi sviluppo minerario significativo. Nel 2005, un accordo di assistenza e manutenzione ha concesso ai Mirarr il diritto di veto su qualsiasi progetto futuro, garantendo il controllo sulle proprie terre.

Nonostante la ricchezza del giacimento, l’azienda mineraria Energy Resources Australia (ERA), supportata dal colosso minerario Rio Tinto, non ha mai potuto procedere con l’estrazione.
La recente decisione del governo federale, supportata dal governo del Territorio del Nord, rappresenta una conferma definitiva di questa posizione, bloccando ogni tentativo futuro di sfruttamento minerario a Jabiluka.
L’estrazione di uranio è nota per i suoi gravi impatti ambientali, a partire dalla contaminazione delle acque. L’estrazione di uranio può contaminare le risorse idriche con radioisotopi e metalli pesanti, mettendo a rischio la fauna e la flora locali, nonché le comunità umane che dipendono da queste risorse.
Le operazioni minerarie comportano inoltre la distruzione degli habitat naturali, con conseguenti danni alla biodiversità. Le aree minerarie diventano spesso zone inabitabili per molte specie.
Pericolose sono anche le emissioni di radon, un gas radioattivo che viene rilasciato durante l’estrazione di uranio. L’esposizione prolungata a questo gas è pericolosa per la salute umana e può causare malattie polmonari, incluso il cancro.
Le attività di estrazione generano grandi quantità di scorie radioattive, che devono essere gestite e smaltite con estrema attenzione per evitare contaminazioni a lungo termine.
Oltre ai danni ambientali, l’estrazione di uranio può avere un impatto devastante sulle comunità indigene, spesso costrette a lasciare le loro terre e ad affrontare la perdita delle loro risorse tradizionali e culturali.
L’estrazione di uranio a Jabiluka avrebbe esacerbato questi problemi, mettendo a rischio uno degli ecosistemi più preziosi e culturalmente significativi dell’Australia. La decisione di bloccare definitivamente le attività minerarie rappresenta quindi non solo una vittoria per il popolo Mirarr, ma anche un importante passo avanti nella protezione dell’ambiente e delle comunità locali.
Non l’hanno presa bene, naturalmente, gli sfruttatori delle miniere di Uranio. “I divieti in alcuni stati come l’Australia Occidentale, nota per la sua storia mineraria, sono insensati e mettono la nazione a rischio di perdere la crescente domanda globale”, ha affermato Jonathan Fisher, amministratore delegato di Cauldron Energy Ltd., un’azienda di esplorazione del carburante quotata a Sydney.
“È giunto il momento di rimuovere questi divieti: c’è un costo economico reale nel non farlo”, ha affermato in un’intervista prima della conferenza annuale Diggers & Dealers in corso in questi giorni a Kalgoorlie.
Le due miniere di uranio operative nel Paese (il progetto Olympic Dam della BHP Group Ltd, in cui l’uranio è un sottoprodotto delle operazioni di estrazione del rame, e la Honeywell gestita dalla Boss Energy Ltd.) producono circa il 9% della produzione mondiale dichiarata.


