L’ordigno nucleare “perso” dalla CIA sull’Himalaya

Certe storie della Guerra Fredda sembrano inventate apposta per il cinema, ma questa arriva ai giorni nostri: un obiettivo strategico lontanissimo, un’operazione che non può esistere ufficialmente, uomini scelti non solo per la competenza ma per la capacità di tacere, e un dettaglio che trasforma un’azione di spionaggio in un incubo potenziale.

Nell’autunno del 1965, su una delle montagne più severe dell’Himalaya indiano, il Nanda Devi, una missione congiunta tra Stati Uniti e India portò in quota un dispositivo alimentato al plutonio destinato a sostenere un sistema di intercettazione. Una tempesta improvvisa costrinse gli alpinisti alla ritirata e quell’oggetto, lasciato in alto per salvare la vita della squadra, sparì. Da allora, non è mai stato recuperato.

Il contesto era quello di un’Asia che stava cambiando pelle. La Cina aveva mostrato al mondo di essere entrata nell’era atomica e Washington voleva capire quanto velocemente Pechino stesse traducendo capacità nucleari e missilistiche in una forza operativa. Il modo più diretto per ottenere informazioni non era sempre un satellite o un agente sotto copertura, ma l’intercettazione di segnali e telemetrie: comunicazioni tecniche, impulsi, dati di controllo, tutto ciò che può raccontare più di quanto dicano le dichiarazioni pubbliche.

Per farlo serviva un punto d’osservazione favorevole, altissimo, stabile, lontano da occhi indiscreti e sufficientemente vicino a un corridoio “utile” di ascolto. Il Nanda Devi, nel cuore del Garhwal, offriva l’illusione di una piattaforma perfetta, a patto di riuscire a portarci su l’attrezzatura e, soprattutto, di riuscire a farla funzionare per mesi senza manutenzione.

E qui entra in scena il cuore tecnico della storia. Quello che molte ricostruzioni chiamano “ordigno nucleare” non era una bomba, bensì, per l’esattezza, un generatore: un radioisotope thermoelectric generator, un RTG, capace di trasformare il calore prodotto dal decadimento radioattivo in energia elettrica.

Il modello citato nelle fonti legate alla vicenda è lo SNAP-19C, un’unità portatile per gli standard dell’epoca, concepita per alimentare elettronica in ambienti dove non esiste rete, non esiste carburante e spesso non esiste nemmeno possibilità di ritorno rapido. Dire “nucleare”, però, non è un vezzo lessicale: significa che al suo interno c’era plutonio, un materiale che, pur non potendo detonare come un’arma per il solo fatto di trovarsi lì, resta sensibile, pericoloso se disperso, e politicamente devastante da ammettere come “scomparso”.

La spedizione del 1965, nella ricostruzione ormai classica, fu una combinazione di alpinismo estremo e disciplina operativa. Gli uomini avanzavano lungo creste taglienti, dove ogni errore poteva costare centinaia di metri nel vuoto, portando non solo corde e tende, ma antenne, ricetrasmettitori e quel generatore dal cuore radioattivo che avrebbe dovuto dare autonomia all’impianto.

L’idea era semplice sulla carta: arrivare in alto, fissare l’antenna, collegare i cavi, attivare il sistema e lasciarlo “ascoltare” in silenzio. Ma l’Himalaya non concede finestre garantite. Quando la tempesta si chiuse sulla montagna, la priorità cambiò in un istante: non più il successo della missione, ma la sopravvivenza.

Fu allora che venne presa la decisione che avrebbe trasformato un’operazione di spionaggio in un rebus durato decenni. Il carico non poteva essere trascinato giù in quelle condizioni senza aumentare il rischio in modo insostenibile. Così l’attrezzatura venne lasciata in quota, ancorata e “messa in sicurezza” in un punto che avrebbe dovuto consentire un recupero successivo.

La squadra scese. Il piano, almeno nella logica di chi comandava, era di tornare. Ma quando, l’anno dopo, la montagna venne nuovamente affrontata, del generatore non c’era più traccia. Niente, né sul ghiaccio né tra le rocce, né dove la memoria dei partecipanti indicava che sarebbe dovuto essere.

Quell’assenza assoluta è il motivo per cui la storia continua a mordere l’immaginazione. Un oggetto del genere non è un coltello caduto nello zaino; è un pezzo di tecnologia pesante, specifico, non replicabile con due viti e un cacciavite.

Eppure, su una montagna in cui il terreno si muove come un organismo, la sparizione non è impossibile. Valanghe, frane, scivolamenti di ghiaccio, crepacci che si aprono e si richiudono, accumuli stagionali che coprono e cancellano tutto. In alta quota, “recuperabile” può diventare “irrecuperabile” in poche ore, e “visibile” può diventare “sepolto” senza lasciare indizi.

Negli anni successivi, la vicenda non rimase confinata al silenzio dei servizi, anche se quel silenzio contribuì a renderla più tossica. Diverse ricostruzioni hanno raccontato di tentativi di localizzazione e di ricerche sul terreno, senza arrivare a una risposta definitiva.

Nel frattempo, la storia si allargò con un capitolo meno noto ma significativo: un piano alternativo su un altro massiccio della stessa regione, il Nanda Kot, dove un dispositivo simile sarebbe stato installato e poi recuperato. Questo elemento è importante perché dimostra che, dal punto di vista operativo, l’idea non era impossibile in assoluto. Il problema fu il punto di partenza: sul Nanda Devi, la montagna ebbe l’ultima parola.

A riportare la storia al centro della conversazione globale, con la forza di un grande racconto contemporaneo, è stata l’inchiesta del New York Times pubblicata il 13 dicembre 2025 e firmata da Jeffrey Gettleman, Hari Kumar, Agnes Chang e Pablo Robles, con fotografie e video di Atul Loke. Il lavoro del Times ha dato forma definitiva alla spy story, non limitandosi a rievocare un episodio bizzarro, ma ricostruendo atmosfera, scelte operative, implicazioni e soprattutto la persistenza dell’enigma.

Un oggetto radioattivo perso in un ambiente glaciale non è solo un cimelio dell’epoca dei complotti: è un tema che riemerge ogni volta che si parla di sicurezza, di trasparenza, di rischio ambientale e di responsabilità politica. E il modo in cui viene raccontato oggi, con la sensibilità contemporanea verso l’ecologia fragile dell’Himalaya e il valore simbolico delle sue sorgenti, rende la domanda più urgente di quanto non fosse allora.

È anche qui che la narrazione si spacca in due. Da un lato c’è l’interpretazione più allarmista, secondo cui un generatore al plutonio sepolto nei ghiacci resta una minaccia potenziale: non perché “possa esplodere”, ma perché potrebbe, in scenari estremi, danneggiarsi e disperdere materiale, con conseguenze difficili da stimare e con un impatto reputazionale enorme per chiunque ne porti la responsabilità.

Dall’altro lato ci sono voci che ridimensionano drasticamente il pericolo, sostenendo che dispositivi di quel tipo erano progettati per resistere e che, dopo così tanto tempo, l’idea di una catastrofe ambientale è più un’ombra politica che un rischio concreto. Tra questi due poli si muove la realtà, che è meno netta: senza recupero o misurazioni in situ non esiste certezza, e proprio l’assenza di certezza è ciò che alimenta la vicenda.

Alla fine, le ipotesi possibili restano poche, ma ognuna contiene un frammento di verità plausibile. La prima è la più “montanara”: una valanga o una frana ha trascinato il generatore lontano dal punto di deposito, rendendolo invisibile e forse irraggiungibile anche per chi sapesse dove cercare. La seconda è la più “fisica”: il calore prodotto dall’RTG, a contatto con neve e ghiaccio, può aver favorito uno sprofondamento progressivo, seppellendo il dispositivo in profondità nel sistema glaciale e spostandolo nel tempo insieme al ghiaccio stesso.

La terza è quella che ogni storia di intelligence porta con sé come tentazione: il generatore è stato recuperato in segreto, da una delle parti, e la sparizione pubblica è diventata parte del copione, utile a proteggere operazioni, tecnologie, responsabilità e rapporti diplomatici. La quarta, più semplice e per questo spesso trascurata, è che l’oggetto sia ancora lì, intatto, ma perso in una geografia che non concede appigli: a volte non serve un complotto, basta l’Himalaya.

È questo che rende il caso Nanda Devi un racconto così resistente. Non è solo una curiosità storica, né un mero esercizio di nostalgia per la Guerra Fredda. È una storia sul limite della tecnologia quando incontra l’ambiente, sul costo della segretezza quando produce zone d’ombra permanenti, e su come un singolo oggetto, lasciato in un punto sbagliato in un giorno di tempesta, possa continuare a interrogare governi e opinione pubblica sessant’anni dopo. E a creare preoccupazioni senza risposte.