Il passaggio dal Reddito di Cittadinanza all’Assegno di Inclusione ha ridotto di oltre un terzo i nuclei protetti. A pagarne il prezzo sono stati i poveri “sbagliati”: persone sole, coppie senza figli, stranieri. Quelli che la riforma ha smesso di considerare poveri li ha ritrovati la Caritas
Nel 2024 il sistema italiano di sostegno al reddito è stato riscritto. Il Reddito di Cittadinanza, abolito, è stato sostituito da due strumenti: l’Assegno di Inclusione (ADI), destinato ai nuclei considerati “fragili”, e il Supporto per la Formazione e il Lavoro (SFL), pensato per chi è ritenuto “attivabile” sul mercato.
La logica del cambiamento è dichiarata: distinguere chi va aiutato con un sussidio da chi va spinto verso un impiego. Ma dietro la formula tecnica si nasconde una scelta politica precisa, e il Report Caritas 2026 ne mostra le conseguenze sulle persone in carne e ossa.
Il punto è chi è rimasto fuori. L’ADI non si rivolge più a chiunque sia povero al di sotto di una certa soglia, come faceva — pur con i suoi limiti — il Reddito di Cittadinanza.
Si rivolge ai nuclei che hanno al loro interno almeno un componente in condizione “qualificante”: un minore, una persona con disabilità, un over 60, o un soggetto in condizione di svantaggio certificato dai servizi sociosanitari.
È un criterio categoriale: non basta essere poveri, bisogna essere poveri appartenendo alla categoria giusta. Chi è povero ma non rientra in nessuna di queste caselle — una persona sola in età lavorativa, una coppia senza figli minori, molti stranieri — resta escluso dal sostegno, per quanto basso sia il suo reddito.
Le dimensioni del taglio le fornisce l’INPS, non la Caritas, ed è bene partire da lì perché è il dato meno contestabile. Confrontando i beneficiari dell’Assegno di Inclusione di maggio 2024 — circa 625 mila famiglie — con quelli del Reddito di Cittadinanza di un anno prima — oltre un milione — la riduzione dei nuclei protetti risulta del 37,6 per cento.
Più di un terzo delle famiglie che prima ricevevano un sostegno non lo riceve più. E, come hanno documentato gli analisti che hanno incrociato i dati INPS, l’esclusione ha colpito «in misura più che proporzionale i nuclei di più piccola dimensione»: esattamente le persone sole e le coppie senza minori.
La riforma non ha tagliato a caso. Ha tagliato chi non aveva un figlio minore da esibire.
È a questo punto che i dati Caritas si incastrano con quelli INPS, e raccontano dove sono finiti gli esclusi. Tra le persone seguite dalla rete, la quota di beneficiari di misure pubbliche di sostegno al reddito è scesa dai livelli del Reddito di Cittadinanza: nel 2023 i percettori di RdC tra gli assistiti erano il 15,9 per cento; nel 2025 i percettori di ADI sono il 14,6 (più un risicato 1 per cento di SFL). In apparenza una flessione modesta.

Ma c’è un secondo indizio, più sottile, che merita attenzione e insieme cautela: la base di persone su cui la Caritas calcola questo dato è crollata. Nel 2023 il dato era riferito a oltre 107 mila assistiti; nel 2025 a poco più di 46 mila. Va detto con onestà che questo crollo non misura da solo l’esclusione dalle misure — può riflettere anche cambiamenti nella registrazione del dato da parte dei centri.
Ma letto insieme al 37,6 per cento certificato dall’INPS, converge verso un’unica direzione: la platea protetta si è ristretta, e la Caritas si è ritrovata al banco proprio coloro che il welfare pubblico ha smesso di considerare.
La stessa Caritas lo scrive con chiarezza inusuale: la nuova impostazione, «basata su criteri prevalentemente categoriali legati alla composizione familiare, restringe l’accesso per altri profili di vulnerabilità, tra cui i nuclei senza figli minori, le persone sole, i cittadini stranieri e le famiglie residenti nel Centro-Nord».
E definisce il passaggio per quello che è: «uno spostamento da un modello tendenzialmente universalistico a un’impostazione più selettiva». In parole povere: dal principio “se sei povero, ti aiuto” al principio “se sei povero e appartieni alla categoria giusta, ti aiuto”.
A questo si aggiungono — annota ancora il report — barriere amministrative, linguistiche e digitali che tagliano fuori anche una parte di chi avrebbe diritto, ma non riesce a fare domanda.
C’è un correttivo recente che è giusto registrare, per non fotografare una situazione già superata. La Legge di Bilancio 2026 è intervenuta sull’ADI ampliando di nuovo, almeno sulla carta, la platea: ha aumentato la franchigia sulla casa di proprietà nel calcolo dell’ISEE e introdotto nuove maggiorazioni della scala di equivalenza per i nuclei con figli.
Sono aggiustamenti che attenuano alcuni effetti più duri della riforma del 2024, ma che non ne ribaltano l’impianto: il criterio resta categoriale, e i profili strutturalmente esclusi — la persona sola in età lavorativa, la coppia senza minori — restano fuori. Si correggono i margini, non il principio.
Il risultato complessivo è un sistema in cui una parte consistente dei poveri italiani non ha accesso al principale strumento pubblico pensato per loro. Non perché non siano abbastanza poveri, ma perché non sono poveri nel modo previsto dalla legge.
È una povertà che esiste, che si misura, che si presenta a un centro di ascolto — ma che per lo Stato, ai fini del sostegno al reddito, semplicemente non qualifica. E ogni volta che una riforma decide chi è “il povero giusto”, produce automaticamente la categoria speculare: il povero di troppo.
Sono loro, oggi, una parte crescente di chi siede davanti a un operatore Caritas. Lo Stato li ha derubricati. La rete li ha contati.



