La fame non riempie le piazze, “l’orgoglio bianco” sì

Sabato a Londra, decine di migliaia di persone hanno marciato dietro slogan che promettono dignità restituendo un nemico immaginario. È il paradosso del presente: mentre la vita concreta si restringe—bollette, spesa, liste d’attesa—l’indignazione collettiva non si coagulava per “pane e lavoro”, ma per la difesa di un “orgoglio bianco” tanto rumoroso quanto improduttivo. Non è solo miseria morale; è un errore di diagnosi: si scambia l’ansia materiale per scontro etnico, spostando la rabbia dal campo dei diritti sociali a quello delle appartenenze.

Il meccanismo è noto. La politica identitaria estremista offre un prodotto semplice: un colpevole facile (i migranti, i musulmani, “gli altri”) e un rito a basso costo (la marcia del sabato). Funziona perché promette tre ricompense immediate. Primo: spiegazione—se sto peggio, qualcuno me lo sta “rubando”. Secondo: appartenenza—una folla, dei simboli, un “noi” capace di anestetizzare solitudini e fallimenti. Terzo: spettacolo—la certezza di finire nei feed, di contare per un giorno. Nulla di tutto questo, però, paga l’affitto o migliora il turno in ospedale.

Perché allora non vediamo piazze oceaniche sul salario minimo, sulla casa, sulla sanità? Perché quelle battaglie costano. Richiedono organizzazione, settimane di assemblee, vertenze estenuanti, rischio sul lavoro, competenze legali. Il guadagno è incerto e differito. La marcia identitaria, invece, offre adrenalina a pronta consegna: zero complessità, massimo pathos. L’“imprenditoria dell’ira” lo sa benissimo e costruisce format comunicativi perfetti per l’algoritmo—clip brevi, nemici chiari, promesse impossibili. È una catena di montaggio: la fame entra dalla porta della crisi, esce dal retro travestita da odio.

C’è poi un doppio standard nella rappresentazione pubblica. Le lotte sociali vengono spesso dipinte come “corporative”, noiose, divisive. Le marce identitarie ricevono telecamere, dibattiti, invitati in prima serata—in nome di una neutralità che, di fatto, amplifica. Se l’attenzione è moneta, l’estremismo incassa interessi. E più cresce la sua audience, più la politica mainstream rincorre il frame della “sicurezza”, spostando l’intero discorso verso l’eccezione e l’ordine. È la finestra di Overton che slitta: si normalizza il linguaggio disumanizzante, si patologizza la solidarietà.

Nominare le cose aiuta. Non è “preoccupazione per i confini”: è nazionalismo etnico; non è “difesa dei nostri”: è supremazia; non è “libertà di parola”: è intimidazione verso minoranze reali che già pagano un prezzo sociale alto. L’uso di eufemismi è parte del problema: lucida e ripulisce l’odio, lo rende presentabile, commerciabile, cliccabile.

Di Shayan Barjesteh van Waalwijk van Doorn – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=73913243

C’è però un’altra metà della storia, spesso oscurata: chi resiste. Comunità di quartiere che organizzano sportelli casa, reti di mutuo soccorso per le bollette, infermiere e insegnanti che tengono insieme servizi in macerie, sindacati e associazioni che costruiscono tavoli su affitti, trasporti, contratti. È una resistenza meno fotogenica, fatta di modulistiche, turni, conti che non tornano—ma è lì che la democrazia respira. Se c’è un compito per chi scrive e per chi fa politica dal basso è proprio questo: riportare la rabbia a casa, sul terreno del materiale.

Come si fa, concretamente? Primo: spostare il focus. Ogni volta che ci viene offerto un capro espiatorio, chiediamo “a chi giova?”. Se il problema è la casa, parliamo di politiche abitative, non di passaporti. Se il problema è il salario, parliamo di contrattazione e profitti, non di pelle. Secondo: abbassare i costi di partecipazione alle lotte sociali. Portare vertenze e assemblee dove la gente vive—condomini, scuole, luoghi di culto, piattaforme digitali non tossiche—e offrire servizi (traduzione, babysitting, rimborsi) che permettano ai più precari di esserci. Terzo: rompere il monopolio dell’attenzione. Se l’odio vince perché è semplice e virale, costruiamo narrazioni altrettanto chiare: tre richieste concrete, un calendario di azioni, risultati misurabili. La politica non deve scegliere tra profondità e leggibilità: deve tradurre.

Infine, pretendere responsabilità. Libertà di manifestare non equivale a licenza di aggredire o incitare alla violenza: qui non c’è relativismo possibile. Le istituzioni devono applicare le leggi sui crimini d’odio e garantire sicurezza soprattutto a chi l’odio lo subisce. Le piattaforme devono rendere trasparente il funzionamento dei loro algoritmi, che oggi premiano contenuti estremisti perché performano bene in termini di engagement. E la politica deve smettere di convalidare cornici tossiche nella speranza di guadagnare un punto nei sondaggi: ogni strizzata d’occhio all’estrema destra ne alimenta la legittimità.

La scena di sabato ha offerto una fotografia nitida: bandiere altissime, portafogli vuoti. Ma l’immagine che conta è un’altra, meno spettacolare: un comitato che strappa un tetto massimo agli aumenti di affitto; un reparto che ottiene assunzioni; un magazzino che conquista turni vivibili. È qui che si misura la libertà: nella possibilità di vivere senza paura e senza umiliazione, non nel diritto di sfoggiare un’identità contro qualcuno. L’“orgoglio” che vale non divide: redistribuisce potere, tempo, denaro, diritti.

Quando la rabbia sbaglia indirizzo, l’odio si fa ricco e la povertà resta povera. Tocca a noi rimettere l’indirizzo corretto sulla busta: pane, casa, salute, salario. Tutto il resto è rumore.