Colombia, verso le urne nella morsa dei gruppi armati

In Colombia le elezioni restano ostaggio della violenza. Il voto di ieri per il rinnovo del Congresso e per le primarie presidenziali di coalizione ha confermato che la democrazia colombiana resiste, ma anche che in troppe aree del Paese continua a farlo sotto minaccia. Il 31 maggio si terranno invece le Presidenziali

L’attacco del giugno 2025 contro Miguel Uribe Turbay, il sequestro della senatrice indigena Aida Quilcué e gli allarmi della Missione di Osservazione Elettorale su 185 municipi a rischio hanno rimesso al centro la questione decisiva: se lo Stato non controlla davvero il territorio, nessuna elezione può dirsi del tutto al riparo dalla morsa dei gruppi armati.

Il trauma che ha segnato questa campagna è stato soprattutto quello di Miguel Uribe. Colpito durante un evento pubblico a Bogotà nel giugno dell’anno scorso, il suo caso ha riaperto una ferita che la Colombia credeva almeno in parte cicatrizzata: quella di una politica esposta di nuovo al linguaggio delle pistole.

Non si è trattato soltanto di un attentato contro un candidato noto. È stato un messaggio nazionale. Ha ricordato ai colombiani che la loro democrazia continua a vivere accanto a una violenza che non è mai stata davvero neutralizzata, ma solo temporaneamente contenuta.

Sarebbe però riduttivo fermarsi all’eco di un singolo nome, per quanto clamoroso. Il punto più grave, e più strutturale, è che la violenza elettorale in Colombia non colpisce soltanto i leader in vista. Colpisce il tessuto territoriale della rappresentanza.

Il fatto che la Missione di Osservazione Elettorale abbia individuato 185 municipi a rischio per violenza e possibili frodi, 94 dei quali a rischio estremo, dice esattamente questo: il problema non è solo la sicurezza dei big della politica nazionale, ma la qualità concreta della cittadinanza in vaste aree del Paese. Dove il voto avviene sotto intimidazione, con candidati limitati nei movimenti o comunità sorvegliate da attori armati, la democrazia resta formalmente in piedi ma sostanzialmente zoppica.

Il sequestro di Aida Quilcué nel Cauca è istruttivo proprio in questo senso. Una senatrice indigena, fermata da uomini armati, trattenuta per ore in un territorio dove lo Stato continua a essere più una promessa che una presenza. L’episodio non serve soltanto a mostrare che nessuno è davvero al sicuro.

Serve soprattutto a ricordare che, in buona parte della Colombia rurale, la libertà politica non è garantita automaticamente dalla Repubblica: è continuamente esposta al veto di chi controlla strade, comunità, economie illegali e relazioni di forza locali. La domanda vera, allora, non è solo se la Colombia voti ancora. È quanta Colombia statale esista davvero là dove si vota.

Per capire se questo Paese bello e disgraziato possa davvero liberarsi dalla morsa dei cartelli, bisogna però evitare una formula ormai troppo stretta per descrivere il problema. Parlare di “cartelli della droga” in Colombia è corretto, ma insufficiente.

Il sistema criminale colombiano non ha più solo il volto novecentesco del grande cartello verticale da abbattere. Ha assunto invece la forma di un ecosistema armato molto più frammentato, nel quale convivono l’Eln, le dissidenze delle Farc, il Clan del Golfo, bande regionali e reti che combinano coca, cocaina, estorsione, oro illegale, controllo delle rotte, tassazione armata dei territori e regolazione della vita civile.

La droga è ancora il cuore economico del sistema, ma non ne esaurisce la natura. In Colombia il crimine organizzato non è soltanto un mercato: è un potere concorrente.

I numeri aiutano a capire quanto sia difficile spezzare questa presa. L’UNODC ha certificato che nel 2023 la coltivazione di coca in Colombia è salita a 253.000 ettari, il 10 per cento in più dell’anno precedente, mentre la produzione potenziale di cocaina è aumentata del 53 per cento fino a 2.664 tonnellate.

Il World Drug Report 2025 ha confermato che il mercato mondiale della cocaina continua a crescere e che la Colombia ne resta il fulcro. Questo significa che, anche quando lo Stato colpisce singole organizzazioni o sequestra enormi quantitativi di droga, il circuito economico che rende redditizio il controllo armato dei territori continua a funzionare. E finché funziona quello, la guerra si rigenera.

È qui che si arriva al nodo politico del presente colombiano e al giudizio su Gustavo Petro. Sarebbe ingeneroso e sbagliato sostenere che l’attuale presidente non abbia capito il problema. In realtà, Petro ha colto con più lucidità di molti predecessori la questione essenziale: la cocaina prospera dove lo Stato non arriva o arriva soltanto in uniforme, e non esiste una soluzione solo repressiva per un conflitto che è insieme sociale, territoriale, economico e politico.

L’idea della “pace totale”, con tutti i suoi limiti, nasceva da una diagnosi non assurda: per svuotare il potere delle economie illegali non basta uccidere o arrestare, bisogna sostituire. Bisogna portare strade, amministrazione, protezione delle comunità, alternative economiche, attuazione dell’accordo di pace del 2016. In astratto, il punto era giusto.

Anche sul piano operativo qualcosa il governo lo ha ottenuto. Ha rivendicato sequestri record di cocaina, quasi 1.000 tonnellate nel 2025, e in alcuni contesti locali i dialoghi con gruppi armati o bande hanno prodotto tregue temporanee e riduzioni della violenza.

Esemplare, ad esempio, il caso di Quibdó, dove una tregua fra bande ha abbassato significativamente gli omicidi per alcuni mesi. Questi risultati non sono una finzione propagandistica. Dicono che l’intuizione di combinare forza, negoziato e presenza sociale non era del tutto campata in aria.

Il problema è che la strategia si è bloccata proprio nel passaggio decisivo: trasformare la sospensione parziale della violenza in occupazione istituzionale del territorio. Ed è qui che il bilancio di Petro diventa molto più severo.

Un rapporto interno ha concluso che, durante la sua presidenza, i gruppi armati illegali hanno ampliato effettivi e controllo territoriale; anche il comandante delle forze armate ha sostenuto che quelle organizzazioni hanno usato i colloqui per rafforzarsi. In altre parole, il governo ha provato a guadagnare tempo per lo Stato, ma in più di un caso è stato il crimine organizzato a usare quel tempo meglio dello Stato.

Il caso di Catatumbo, all’inizio del 2025, ha rappresentato la crisi più netta di questa impostazione. L’offensiva dell’Eln ha causato decine di morti e migliaia di sfollati, costringendo Petro a sospendere i colloqui con il gruppo. Ma Catatumbo non è stato soltanto un fallimento negoziale.

È stato il promemoria più crudele della realtà colombiana: aree di frontiera con il Venezuela, corridoi del narcotraffico, coltivazioni di coca, laboratori, popolazioni intrappolate e un livello di presenza statale incapace di spezzare l’intreccio tra economia illegale e potere armato.

Finché regioni di questo tipo restano contendibili da attori criminali e insorgenti, la promessa di liberarsi dalla morsa dei cartelli resta più politica che materiale.

Allora la risposta alla domanda di fondo è insieme semplice e scomoda. Sì, la Colombia può liberarsi, ma non con una scorciatoia. Non con la versione hollywoodiana della guerra alla droga, che decapita un boss e annuncia la vittoria. Non con un negoziato generico che congela il conflitto senza riempire il vuoto.

E nemmeno con la sola buona volontà di un presidente che ha intuito il problema ma non è riuscito a imporre allo Stato la velocità, la profondità e la continuità necessarie per affrontarlo. La Colombia si libererà solo se saprà fare una cosa insieme amministrativa e politica: sostituire le autorità criminali come fornitori di ordine, denaro, protezione, paura e governo locale.

Questo è anche il giudizio più onesto su Petro. Non ha avuto torto nella diagnosi. Ha avuto torto, o non ha avuto forza sufficiente, nell’esecuzione. Ha capito che la droga e la violenza prosperano nel vuoto dello Stato. Ma finora non è riuscito a colmare quel vuoto. Ha messo in discussione la liturgia sterile della sola repressione, ma non ha piegato la curva strutturale del potere criminale.

E in Colombia è lì che si misura quasi tutto: non nei discorsi presidenziali, ma nel fatto che una comunità, di fronte a una scelta concreta, continui a dipendere più dall’uomo armato che dal funzionario pubblico.

Le elezioni che si avvicinano, allora, raccontano due verità insieme. La prima è che la democrazia colombiana possiede una resilienza notevole: continua a votare, continua a contendersi il potere, continua a non arrendersi del tutto alla paura. La seconda è che questa resilienza non basta ancora a parlare di normalità.

Se servono centinaia di migliaia di uomini in uniforme per proteggere il voto, se decine di municipi restano in zona rossa, se candidati e leader locali continuano a essere minacciati, sequestrati o colpiti, allora la Colombia non è uscita dalla propria lunga transizione. Ci vive ancora dentro.

La verità più dura è che la Colombia non è soltanto un Paese ostaggio della droga. È un Paese in cui la droga ha imparato da anni a comportarsi come una forma di Stato, e in certi territori a sostituirlo. Liberarsene non significa soltanto arrestare più trafficanti o sequestrare più tonnellate di cocaina. Significa far arrivare finalmente la Repubblica dove oggi arrivano prima il clan, la dissidenza, la guerriglia o il mediatore armato.

Petro ha visto il problema meglio di molti altri. Ma non è ancora riuscito a piegarlo. Ed è per questo che la Colombia continua a presentarsi al mondo come una democrazia coraggiosa e un Paese incompiuto. Bellissimo, disgraziato, e ancora in lotta per diventare davvero padrone di se stesso.

Di Departamento Nacional de Planeación – Foto Oficial Presidente Gustavo Petro, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=122382638