Rimpatri a parcella, diritti in saldo

Ci voleva il decreto Sicurezza per produrre una delle idee più squallide degli ultimi tempi: pagare l’avvocato se il migrante se ne va. Non è una caricatura.

La norma inserita al Senato nel dl n. 23/2026 prevede un compenso al legale che assiste il cittadino straniero nella richiesta di rimpatrio volontario assistito, ma solo “ad esito della partenza”. Tradotto dal burocratese: il professionista viene remunerato se il suo assistito imbocca la strada che piace allo Stato.

È difficile immaginare una proposta più schifosa e più illiberale senza dover scomodare direttamente la caricatura autoritaria. Perché qui non si sta semplicemente finanziando un servizio di informazione o di orientamento. Qui si introduce un meccanismo premiale che lega il compenso del difensore all’esito desiderato dall’amministrazione.

Lo Stato non si limita a espellere, convincere, incentivare, restringere. Si porta dentro anche il difensore, trasformandolo in un ingranaggio della macchina del rimpatrio.

L’idea è talmente indecente che persino il Consiglio nazionale forense, tirato in ballo dal testo come soggetto chiamato a collaborare, è saltato sulla sedia: non sapeva nulla, non era stato informato, non intende farsi usare come terminale di questa trovata.

Le Camere penali sono state ancora più chiare e hanno parlato di norma incompatibile con la Costituzione e con i principi basilari della deontologia. Hanno ragione. Un avvocato non è un procacciatore di esiti graditi al governo. O almeno così si pensava fino a ieri.

Il punto è semplice e repellente insieme. Se il compenso matura quando la partenza si realizza, il rapporto professionale viene deformato alla radice. L’avvocato non è più pagato per assistere liberamente una persona, illustrarle opzioni, difenderne interessi e diritti.

Viene pagato meglio, o viene pagato in funzione di un risultato che coincide con l’interesse dello Stato. Il cliente, a quel punto, non è più davvero il cliente. È il mezzo attraverso cui si perfeziona l’operazione.

Naturalmente tutto questo verrà venduto come efficienza amministrativa, come incentivo al rimpatrio volontario assistito, come misura pragmatica. È sempre così quando si vuole sporcare un principio senza dirlo troppo forte: si usa il tono del tecnico, il lessico del funzionario, il sorriso da manutenzione normativa.

Ma sotto quella crosta resta una porcheria politica molto nitida: pagare il difensore perché accompagni il debole verso l’uscita. Non difendere il cittadino dal potere, ma aiutare il potere a chiudere la pratica.

Il quadro peggiora ancora se si guarda all’altro lato del decreto. Mentre si prevede il premio per chi assiste il migrante nel percorso di rimpatrio, si interviene anche sul patrocinio a spese dello Stato nei ricorsi contro l’espulsione, restringendo una tutela che rendeva almeno formalmente accessibile la difesa.

Di DMarx22 – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=114446682

È un disegno di una coerenza sinistra: da una parte si remunera la via dell’uscita, dall’altra si rende più difficile la via della contestazione. Il messaggio è chiarissimo: difendere meno, far partire di più.

E qui cade anche la foglia di fico del “volontario”. Perché la volontarietà, in diritto e in politica, non si misura da una parola infilata nel titolo del programma. Si misura dal contesto reale in cui una scelta viene compiuta.

Se restringi gli strumenti di difesa, rendi più fragile la posizione giuridica della persona e nello stesso tempo premi il professionista che la accompagna verso il rimpatrio, non stai semplicemente offrendo un’opzione.

Stai costruendo un percorso favorito dall’ordinamento e lubricato dal denaro pubblico. Chiamarlo volontario serve soprattutto a tranquillizzare chi firma le carte.

La cosa più oscena, in fondo, è proprio questa: non il pugno duro esibito, ma la corruzione del ruolo. Si è deciso che la professione forense, almeno in questo segmento, può essere piegata a logiche di incentivo pubblico coerenti con la politica migratoria del governo.

Come se l’indipendenza dell’avvocato fosse una variabile negoziabile. Come se il diritto di difesa potesse convivere tranquillamente con un bonus a risultato. Come se bastasse chiamare “assistenza” ciò che in realtà somiglia molto di più a una collaborazione retribuita con l’obiettivo amministrativo.

Questo è il tratto veramente illiberale della norma. Non solo perché colpisce i migranti, che per questo governo sono ormai il banco di prova preferito di ogni compressione possibile. Ma perché altera un principio che dovrebbe valere per tutti: il difensore non può essere arruolato dall’autorità contro il proprio assistito, neppure con modi educati, neppure con formule gentili, neppure per poche centinaia di euro.

Nel momento in cui si accetta questo schema, il confine si sposta. E si sposta in una direzione molto precisa: quella in cui i diritti non vengono negati apertamente, ma svuotati dall’interno, trasformando chi dovrebbe proteggerli in un collaboratore dell’amministrazione.

Alla fine resta un’immagine molto italiana e molto nitida. Un governo che non riesce a produrre libertà, giustizia o uguaglianza, però riesce benissimo a inventare una parcella per il rimpatrio.

Non il diritto, ma la tariffa. Non la garanzia, ma il premio. Non la difesa, ma la pratica da chiudere. E tutto questo, naturalmente, in nome della sicurezza. Perché in questo paese la sicurezza è diventata soprattutto questo: il nome elegante dato alle peggiori porcherie illiberali.

Foto Phil Gingrey Public domain