La soia, moneta diplomatica tra Cina e Stati Uniti

Mentre state versando della salsa di soia sugli involtini primavera appena arrivati in tavola, convinti di consumare prodotti vegetali, non state pensando a Xi Jinping e agli allevamenti di maiali cinesi. La gran parte della soia importata dalla Cina, infatti, non finisce nelle bottigliette dei ristoranti o negli scaffali dei supermercati: viene frantumata per ricavarne olio e soprattutto farine proteiche destinate agli allevamenti. Eppure in questi giorni quel piccolo legume è tornato a essere una delle merci più politiche del mondo.

Xi Jinping è negli Stati Uniti e domani, 24 settembre, incontrerà Trump a Washington. Sul tavolo ci saranno intelligenza artificiale, terre rare, Taiwan, dazi e rapporti commerciali. Ma fra i dossier che possono produrre risultati immediatamente spendibili da entrambe le parti ce n’è uno molto meno spettacolare: la soia. La Cina ha ricominciato infatti ad acquistare massicciamente quella americana e nella sola settimana precedente al 10 settembre ne ha comprato circa un milione di tonnellate.

Gli Stati Uniti sostengono che Pechino sia sulla strada per rispettare l’impegno ad acquistare 25 milioni di tonnellate l’anno fino al 2028, anche se il governo cinese non ha mai confermato pubblicamente quell’accordo nei termini indicati da Washington.

Un anno fa accadeva praticamente il contrario. La soia era diventata una delle vittime più evidenti della guerra commerciale fra le due potenze e la Cina, che assorbe una parte enorme del mercato mondiale, aveva spostato sempre più acquisti verso il Brasile.

Oggi, osserva il South China Morning Post, proprio quella merce che era servita come arma economica può offrire uno dei pochi terreni sui quali Xi e Trump riescano a mostrare una qualche forma di cooperazione. Gli agricoltori americani tornano a vedere arrivare gli ordini cinesi e Washington può presentarli come uno dei risultati della distensione commerciale.

Il particolare più interessante, però, è un altro: a comprare non sono soprattutto le aziende private cinesi. Sono i grandi gruppi statali Sinograin e Cofco. I normali trasformatori continuano infatti a guardare con scarso entusiasmo alla soia americana, sulla quale grava ancora un dazio aggiuntivo del 10 per cento.

A inizio settembre, ai prezzi correnti, la lavorazione della soia importata produceva perdite teoriche fra 150 e 230 yuan per tonnellata, tra i 20 e i 30 euro, persino prima di considerare quel dazio. In altre parole, Pechino sta comprando anche una soia che al mercato privato cinese, almeno in questa fase, non conviene particolarmente comprare.

Foto di Giridharseeman, CC0

È difficile trovare una rappresentazione migliore di che cosa significhi trasformare una materia prima in moneta diplomatica. Gli acquisti servono certamente alla Cina: le disponibilità brasiliane si stanno riducendo prima del prossimo raccolto e, con il Sud America verso la fine della stagione commerciale, gli Stati Uniti tornano a essere una fonte importante di approvvigionamento.

Ma la quantità, i tempi e soprattutto il protagonismo delle società statali mostrano che non siamo davanti soltanto al normale incontro fra domanda e offerta.

Pechino, del resto, aveva trascorso anni a diminuire la propria dipendenza dagli Stati Uniti. Nel 2016 la soia americana rappresentava circa il 41 per cento delle importazioni cinesi; nel 2024 era scesa intorno a un quinto. Il Brasile aveva occupato una parte crescente dello spazio lasciato libero.

Le tensioni commerciali avevano dunque modificato le rotte di una delle principali materie prime agricole mondiali. Ora una parte di quelle rotte torna verso i porti statunitensi proprio mentre Xi e Trump cercano di stabilizzare una relazione che resta piena di conflitti.

La soia presenta anche un vantaggio politico: è molto più facile accordarsi su qualche milione di tonnellate di semi che sulle esportazioni di semiconduttori, su Taiwan o sulle terre rare. Un carico parte, arriva, viene pesato e può essere immediatamente conteggiato fra i risultati di un negoziato. Non risolve nulla delle grandi rivalità fra Washington e Pechino, ma consente a entrambi di dimostrare che il rapporto non è paralizzato.

Dai campi del Midwest americano agli allevamenti cinesi. Il raccolto statunitense alimenta i maiali cinesi, gli acquisti sostengono gli esportatori americani e qualche milione di tonnellate può diventare un gesto di buona volontà tra due governi che continuano contemporaneamente a contendersi mercati, tecnologie e influenza globale. La salsa sugli involtini, insomma, non è solo il condimento di un cibo, ma quello della diplomazia Cina-Usa.

Foto ufficiale della Casa Bianca, pubblico dominio