Ogni giorno, nelle redazioni, arrivano rapporti pieni di cifre, percentuali e indicatori economici. Il nostro lavoro è trasformarli in notizie comprensibili. Non sempre ci riusciamo: spesso i numeri rimangono numeri e il lettore fatica a riconoscervi la propria vita.
Oggi l’Istat pubblica il rapporto sul Benessere equo e sostenibile (Bes). La notizia è che l’Italia migliora: su 132 indicatori confrontabili con l’anno precedente, 54 registrano progressi, 55 rimangono stabili e 23 peggiorano.
Ma cosa significa concretamente?
Cominciamo dal benessere. Non è soltanto il denaro che abbiamo in tasca. Comprende salute, istruzione, lavoro, ambiente, sicurezza e qualità dei servizi. Se aumenta la speranza di vita, per esempio, migliora un indicatore importante. Ma questo non significa che una famiglia riesca a pagare più facilmente l’affitto.
Passiamo alla povertà assoluta. L’Istat conta 5,4 milioni di persone, il 9,3% della popolazione. Non significa semplicemente guadagnare poco: significa appartenere a una famiglia che non può permettersi un insieme di beni e servizi considerati essenziali, dalla casa all’alimentazione. In termini concreti, le risorse disponibili non bastano a coprire tutte le necessità fondamentali.
E il lavoro? Avere un’occupazione non garantisce di uscire dalla povertà. Il 14,3% delle famiglie in cui la persona di riferimento è operaio vive in povertà assoluta. Immaginiamo uno stipendio che arriva regolarmente, ma che deve bastare per affitto, bollette, trasporti, alimentazione e figli. L’occupazione c’è. La sicurezza economica no.
Poi ci sono i bambini. Oltre 1,1 milioni di minori vivono in povertà assoluta: il 12,5%, uno su otto. Nelle famiglie con cinque o più componenti l’incidenza raggiunge il 19,2%. Dietro queste percentuali ci sono possibilità differenti di crescere, studiare, praticare sport e partecipare alla vita sociale. La povertà economica rischia di diventare anche povertà di opportunità.
Infine, il territorio. Nel Mezzogiorno l’11,5% delle persone vive in povertà assoluta, contro il 7,4% del Centro. Il rapporto Bes conferma che Campania, Puglia e Calabria registrano risultati inferiori alla media nazionale in almeno dieci delle dodici dimensioni del benessere. Il luogo in cui si vive continua a fare la differenza.
Ecco perché i dati vanno letti insieme. L’Italia può migliorare nella salute e nella sicurezza, come conferma il confronto europeo, e contemporaneamente rimanere indietro per reddito disponibile, rischio di povertà e difficoltà ad arrivare alla fine del mese.
Non c’è alcun errore nei numeri. Misurano aspetti diversi della realtà.
Il problema nasce quando utilizziamo il miglioramento di alcuni indicatori per raccontare un Paese che sta meglio, dimenticando chi continua a vivere nelle stesse difficoltà.
Le statistiche servono proprio a questo: non a nascondere le persone dietro le percentuali, ma a renderle visibili. Purché ci ricordiamo di cercarle.


