Droni e Tuareg: il Sahel assiste alla nuova crisi Algeria-Mali

Una linea tracciata nella sabbia separa formalmente Algeria e Mali. Ma quella linea, lunga 1.329 chilometri e attraversata da carovane, mercanti, nomadi e droni militari, è diventata nelle ultime settimane un confine psicologico più che fisico, segnando l’ennesima frattura tra due Stati legati da un passato comune e da una sfiducia reciproca che non muore mai.

A fine marzo, l’abbattimento da parte dell’esercito algerino di un drone maliano, accusato di aver violato lo spazio aereo a Tinzaouatène, ha fatto precipitare la crisi. Per Algeri si è trattato di una risposta legittima a un’intrusione.

Per Bamako è stata un’aggressione premeditata. I resti del velivolo sono finiti nelle mani dei separatisti del Fronte di liberazione dell’Azawad (FLA), storicamente sostenuti – secondo le accuse maliane – proprio dall’Algeria. Non è un dettaglio secondario.

La regione dell’Azawad, nel nord del Mali, è da decenni al centro di tensioni separatiste guidate da gruppi tuareg. Alcuni di questi si sono temporaneamente alleati con movimenti jihadisti nel 2012, ma la gran parte mantiene rivendicazioni territoriali e culturali ben distinte dall’estremismo religioso.

L’Algeria ha sempre sostenuto un processo di autonomia negoziata, culminato negli Accordi di Algeri del 2015, oggi apertamente disconosciuti dalla giunta militare di Bamako.

È in questo contesto che lo scontro si è riacceso. Il Mali, insieme ai suoi alleati del nuovo blocco militare saheliano (Burkina Faso e Niger), ha richiamato gli ambasciatori da Algeri. L’Algeria ha fatto lo stesso, sospendendo anche la nomina del proprio rappresentante in Burkina.

Lo spazio aereo è stato chiuso in entrambe le direzioni. Un gelo diplomatico che cancella mesi di faticosi tentativi di ricucitura, dopo che solo a febbraio era stato insediato un nuovo ambasciatore maliano ad Algeri.

L’origine di tutto è politica, e affonda nelle mutazioni del potere maliano. Da quando la giunta ha preso il controllo del paese con due colpi di Stato tra il 2020 e il 2021, il dialogo con i gruppi ribelli si è interrotto.

Bamako ha risposto con le armi, etichettando come “terroristi” anche i movimenti separatisti che avevano sottoscritto l’accordo del 2015. L’Algeria, garante di quell’intesa, ha reagito duramente, accusando il Mali di sabotare il processo di pace.

Sullo sfondo c’è un nuovo disegno geopolitico. Il Mali ha espulso le truppe francesi, ha ridotto i rapporti con l’Occidente e ha virato verso alleanze con Russia e Turchia.

L’Algeria, che pure condivide la retorica anti-coloniale, non gradisce il crescente ruolo dei mercenari russi nel Sahel e teme che l’instabilità si riversi sul proprio territorio, specialmente nelle zone abitate da comunità tuareg algerine.

Il risultato è un irrigidimento che blocca ogni spiraglio di mediazione. Entrambi i governi hanno bisogno di mostrare fermezza: Bamako per consolidare un potere interno sempre più autoritario, Algeri per contenere il malcontento ai confini e riaffermare il proprio ruolo regionale. Nessuno ha interesse, oggi, ad arrivare a uno scontro militare diretto. Ma nessuno sembra disposto neanche a cedere.

Il confine tra Algeria e Mali, nel cuore del Sahara, è di nuovo una linea rossa. Non si combatte solo per uno spazio aereo violato, ma per il senso stesso di sovranità, influenza e memoria. E in assenza di mediazioni credibili, il rischio è che quel confine torni ad essere attraversato – non da droni, ma da crisi più profonde.

“ASC Leiden – van Achterberg Collection – 03 – 15 – Un panneau d’affichage pour Air Algérie, Avenue du Fleuve – Bamako, Mali – novembre-décembre 1993” by Angeline A. van Achterberg is licensed under CC BY-SA 4.0.