Child Guarantee, i diritti dei bambini restano sulla carta

La Garanzia europea per l’infanzia è stata approvata nel 2021, con l’obiettivo di assicurare ai bambini più vulnerabili l’accesso ai servizi essenziali. L’orizzonte è il 2030, ma in Italia la distanza tra gli impegni assunti e i diritti concretamente garantiti rimane evidente, soprattutto sul fronte della casa, della povertà educativa e delle disuguaglianze territoriali.

A che punto siamo con l’attuazione della Garanzia europea per l’infanzia? E che cosa è cambiato nella vita concreta dei bambini e degli adolescenti più vulnerabili dalla sua approvazione a oggi?

Gli Stati membri sono stati chiamati a garantire ai minori in condizioni di bisogno l’accesso a sei ambiti fondamentali: educazione e cura della prima infanzia, istruzione, almeno un pasto sano al giorno a scuola, assistenza sanitaria, alimentazione adeguata e alloggio dignitoso.

Il principio è semplice: la condizione economica della famiglia non deve determinare le opportunità di crescita, salute, istruzione e partecipazione sociale di un bambino.

Ma un principio non è automaticamente un diritto effettivo.

Il 2030 è un orizzonte di attuazione, non una scadenza da attendere

La Child Guarantee si inserisce nella strategia europea di contrasto alla povertà e all’esclusione sociale, con un orizzonte al 2030. Gli Stati membri devono predisporre Piani d’azione nazionali, individuare i minori maggiormente svantaggiati, coordinare le politiche pubbliche e destinare risorse adeguate.

Il Fondo sociale europeo Plus (FSE+) rappresenta uno degli strumenti principali. Nei Paesi in cui la quota di bambini a rischio di povertà o esclusione sociale supera la media europea, almeno il 5% delle risorse FSE+ deve essere destinato alla lotta alla povertà infantile. L’Italia rientra tra questi Paesi.

La Garanzia è stata istituita attraverso una raccomandazione del Consiglio dell’Unione europea: non attribuisce automaticamente a ogni minore un diritto immediatamente azionabile a ciascuno dei sei servizi.

La sua efficacia dipende dalle politiche nazionali, dalle risorse disponibili e dalla capacità amministrativa di trasformare gli impegni in interventi concreti.

Il rischio è che il 2030 diventi il termine di una programmazione, anziché il momento in cui misurare il cambiamento reale delle condizioni di vita dei bambini.

L’Italia ha un piano approvato, ma quanto è stato realizzato?

L’Italia ha approvato il Piano d’azione nazionale sulla Child Guarantee il 29 marzo 2022, prevedendo risorse europee per circa 635 milioni di euro.

Gli interventi riguardano i servizi educativi per la prima infanzia, il contrasto alla dispersione scolastica, il rafforzamento dei servizi sociali, la tutela dei minori vulnerabili e l’accesso all’abitazione.

L’approvazione del Piano, però, è un punto di partenza. Per valutarne l’efficacia occorre distinguere tra risorse stanziate, interventi realizzati ed effetti prodotti.

Un asilo finanziato non coincide necessariamente con un posto disponibile. Un progetto contro la dispersione non dimostra da solo una riduzione stabile dell’abbandono. Un servizio sociale rafforzato sulla carta non equivale a una presa in carico tempestiva e continuativa.

Servono quindi dati pubblici e confrontabili: risorse spese, servizi attivati, minori raggiunti, tempi di attesa e risultati ottenuti.

I numeri della povertà minorile

I dati Istat mostrano che in Italia vivono in povertà assoluta circa 1,3 milioni di minori, pari al 13,8% dei bambini e degli adolescenti residenti.

La povertà assoluta indica l’impossibilità di acquistare beni e servizi essenziali per uno standard di vita minimamente accettabile. È diversa dal rischio di povertà o esclusione sociale, che considera anche la bassa intensità lavorativa e la grave deprivazione materiale.

Secondo gli indicatori europei, in Italia il 26,7% dei minori di 16 anni, circa 2 milioni e 68 mila bambini e ragazzi, vive in famiglie a rischio di povertà o esclusione sociale. Al Sud la quota raggiunge il 43,6%, contro il 14,3% del Nord.

Queste cifre descrivono una realtà nella quale le opportunità di crescita dipendono ancora fortemente dal contesto familiare e territoriale.

Per quanto riguarda la scuola e i servizi educativi, l’accesso resta diseguale.

L’Italia ha affiancato alla Child Guarantee gli investimenti del PNRR per asili nido e scuole dell’infanzia e programmi di contrasto alla dispersione scolastica, tra cui Agenda Sud.

Sono interventi importanti, ma devono essere valutati sulla base dei risultati: quanti posti sono realmente disponibili, in quali territori e a quali costi? Quante famiglie prima escluse riescono oggi ad accedere ai servizi? Le nuove strutture hanno personale e risorse sufficienti?

Contrastare la dispersione non significa soltanto recuperare insufficienze o contenere gli abbandoni. Significa intercettare il disagio, garantire sostegno educativo e psicologico, favorire la partecipazione e offrire opportunità anche fuori dall’orario delle lezioni.

La scuola non può compensare da sola tutte le carenze del welfare, ma senza una scuola inclusiva e adeguatamente finanziata qualsiasi strategia contro la povertà educativa resta incompleta.

Il punto più critico è il diritto all’abitare

La casa è uno degli ambiti nei quali la distanza tra gli obiettivi della Child Guarantee e la realtà quotidiana appare più evidente.

Un alloggio adeguato non è soltanto uno dei sei servizi previsti: è la condizione materiale che consente di accedere agli altri. La perdita della casa può compromettere contemporaneamente continuità scolastica, cure sanitarie, relazioni sociali e stabilità familiare.

Eppure la presenza di figli minorenni non determina automaticamente la sospensione dell’esecuzione di uno sfratto né garantisce una soluzione abitativa alternativa da parte dell’ente locale.

Esistono obblighi di protezione e strumenti di intervento, ma manca una garanzia generale che assicuri, in ogni situazione, un alloggio adeguato prima della perdita della casa.

Quando i servizi sociali o, più precisamente, l’amministrazione comunale non dispongono di risorse, alloggi o soluzioni adeguate, la risposta rischia di concentrarsi sull’emergenza.

Accoglienze provvisorie, sistemazioni precarie o trasferimenti lontani possono rendere difficile mantenere unita la famiglia e interrompere i percorsi scolastici. La povertà abitativa, da sola, non dovrebbe mai trasformarsi in una ragione per separare i bambini dai genitori.

Non basta evitare che un minore finisca in strada: occorre impedire che la perdita dell’abitazione comprometta i suoi diritti e la stabilità della famiglia.

La geografia dei diritti

La possibilità di accedere a un alloggio pubblico, a un contributo per l’affitto o a un sostegno in caso di sfratto dipende ancora in larga misura dal Comune in cui si vive.

Risorse, patrimonio abitativo, criteri di assegnazione e capacità amministrativa producono risposte molto diverse a bisogni analoghi.

Anche i fondi per l’affitto e per la morosità incolpevole hanno subito una drastica riduzione, mentre nei Comuni il costo delle abitazioni e la scarsità di alloggi pubblici prolungano l’incertezza delle famiglie.

La definizione dei livelli essenziali delle prestazioni sociali può contribuire a ridurre le disuguaglianze, ma gli standard devono essere accompagnati da finanziamenti, alloggi pubblici, personale e servizi realmente disponibili. Altrimenti restano obiettivi programmatici.

Una questione di responsabilità pubblica

La Child Guarantee non è una legge nazionale sugli sfratti, non realizza direttamente alloggi popolari e non sostituisce le politiche per il reddito, la scuola o la sanità. Non può risolvere da sola problemi strutturali accumulati in decenni.

Può però offrire una cornice per coordinare gli interventi, orientare gli investimenti e rendere più visibili le responsabilità delle istituzioni.

La domanda non è soltanto se abbia eliminato la povertà minorile, ma se abbia reso più efficace, integrato e verificabile il sistema di protezione dell’infanzia.

Per questo occorre un bilancio pubblico: che cosa è stato fatto, quali risorse sono state utilizzate, quali servizi sono effettivamente disponibili e quali diritti restano senza risposta.

Le sperimentazioni sono utili solo se vengono valutate e trasformate, quando funzionano, in politiche stabili e accessibili su scala nazionale.

Le politiche per l’infanzia non possono essere costruite soltanto attraverso piani, indicatori e procedure. Devono ascoltare chi vive le conseguenze delle disuguaglianze.

Che cosa significa non poter praticare sport perché costa troppo? Vivere con la paura di perdere casa? Frequentare una scuola fatiscente, priva di spazi e sostegni adeguati?

Le proteste studentesche si intrecciano con il carovita, la povertà e le carenze nei servizi previsti dalla Child Guarantee. È sbagliato ignorare il contesto nel quale crescono i ragazzi.

Quando le disuguaglianze educative persistono e le opportunità si restringono, la richiesta di una scuola migliore esprime anche il bisogno di futuro.

Ascoltare gli studenti significa riconoscere che le politiche rivolte ai minori devono essere sviluppate anche con loro.

Il 2030 si avvicina: serve un bilancio

La Child Guarantee ha riportato al centro dell’agenda europea il diritto dei minori vulnerabili ai servizi essenziali. Ma la sua efficacia non può essere misurata contando soltanto piani approvati, progetti avviati o risorse annunciate.

Deve essere valutata verificando se un bambino abbia davvero accesso a un nido, possa frequentare la scuola senza essere penalizzato dalla condizione economica, riceva cure adeguate, disponga di un’alimentazione sufficiente e viva in una casa sicura.

I dati Istat confermano che la povertà minorile resta un’emergenza e che le disuguaglianze territoriali sono profonde. Non basta riconoscere i progressi: occorre impedire che risultati parziali vengano scambiati per obiettivi raggiunti.

Se nel 2030 discuteremo ancora soprattutto di progetti pilota e buone pratiche locali, senza una rete stabile di servizi, dovremo riconoscere che qualcosa non ha funzionato.

La povertà minorile non è un destino inevitabile. È anche il risultato di scelte politiche, priorità di bilancio e modelli di organizzazione dei servizi.

La domanda finale è quindi inevitabile: se riconosciamo ai bambini il diritto a crescere in condizioni dignitose, perché continuiamo ad accettare che quel diritto dipenda così tanto dalle risorse della famiglia e dal luogo in cui si nasce e si vive?

È da qui che occorre ripartire per trasformare la Child Guarantee da impegno programmatico in garanzia effettiva.

Massimo Pasquini
Massimo Pasquini
Massimo Pasquini è stato a lungo segretario Nazionale dell'Unione Inquilini