Il governo la chiama misura a sostegno delle famiglie, alleggerimento delle bollette, incentivo alla sostenibilità. Il nome è rassicurante: Bonus elettrodomestici. Sembra una di quelle cose che “aiutano chi è in difficoltà”.
È esattamente qui che comincia l’imbroglio semantico. Perché se si guarda con un minimo di attenzione a come funziona davvero questo bonus, ci si accorge che è costruito in modo quasi chirurgico per escludere proprio chi è povero, o chi è sceso da poco nella zona grigia della povertà.
Il contributo copre fino al trenta per cento del prezzo di un nuovo elettrodomestico, con un tetto massimo di cento euro per famiglia, che diventano duecento solo per chi ha un ISEE sotto i 25 mila euro.
Le domande si fanno dal 18 novembre tramite un click day, su app IO o su portali online, con SPID o carta d’identità elettronica. Il denaro a disposizione è limitato, poco più di una manciata di milioni, e chi arriva tardi resta a mani vuote.
La retorica è quella solita: “aiutiamo le famiglie a sostituire vecchi elettrodomestici con modelli più efficienti, così risparmiano in bolletta e consumano meno energia”. Ma per accedere a questa presunta manna pubblica bisogna possedere una serie di requisiti che, messi uno accanto all’altro, disegnano un identikit molto preciso: non il povero, non il quasi povero, ma il ceto che ha ancora un margine di spesa e di organizzazione.
Per prima cosa bisogna avere i soldi per comprare il nuovo elettrodomestico. Non c’è nessun frigorifero, lavatrice o lavastoviglie che si paghi con cento o duecento euro. Vuol dire che la famiglia deve essere in grado di anticipare l’intero importo, affrontare una spesa da alcune centinaia di euro, e poi beneficiare dello sconto, diretto o “a rimborso”.
Chi è in povertà energetica, chi tiene il frigorifero vecchio perché non può permettersi quello nuovo, chi vive con conti in banca in rosso o con carte prepagate vuote, semplicemente questa corsa non la fa. Non ha la scarpa per partire.
Poi c’è la parte burocratica. Servono SPID o CIE, serve avere dimestichezza con l’app IO, serve sapere che il bonus esiste, e soprattutto serve collegarsi nel giorno e nell’ora giusta, perché i fondi sono “a esaurimento”.
Il meccanismo del click day è un altro filtro sociale: favorisce chi ha tempo, competenze digitali, accesso a una connessione stabile. Chi lavora su turni, chi non ha smartphone aggiornati, chi ha paura di sbagliare con i documenti online, chi ha scarsa alfabetizzazione digitale, spesso rinuncia in partenza o arriva quando il rubinetto è già chiuso.
Infine c’è la condizione della rottamazione. Per ottenere il contributo bisogna smaltire un elettrodomestico vecchio della stessa categoria, fare spazio in casa, organizzare il ritiro, spesso pagare un servizio aggiuntivo se il rivenditore non se ne occupa.

Anche qui, il presupposto è un ambiente domestico stabile, con margini logistici ed economici. Chi vive in alloggi precari, in case sovraffollate, in situazioni abitative borderline, chi magari ha un frigorifero di seconda mano regalato da un parente, non sempre ha le carte in regola per incastrarsi in questa procedura pulita e normativa.
Il risultato è che il Bonus elettrodomestici non interviene affatto sul cuore della povertà energetica, che è la combinazione letale di case inefficienti, bollette troppo alte e redditi troppo bassi per fare qualsiasi investimento di sostituzione.
Paradossalmente, l’ennesimo bonus “per tutti” finisce per funzionare meglio proprio per chi ha già una certa capacità di spesa, cioè per chi povero non è ancora, o lo è solo nelle statistiche, non nella realtà materiale di ogni giorno.
C’è un altro elemento rivelatore. Il nuovo elettrodomestico deve rispettare parametri di alta efficienza energetica e, in molti casi, deve essere prodotto in stabilimenti situati nell’Unione Europea. A parole è un buon criterio: si tutela l’ambiente e si sostiene l’industria “di casa”.
Nella pratica, però, questo significa che i prodotti idonei tendono a collocarsi nelle fasce di prezzo medio-alte. Una lavatrice europea di classe energetica avanzata costa sensibilmente più di un modello base importato da altri mercati.
Il bonus copre una parte di questo sovrapprezzo, ma il resto resta in carico alla famiglia. Di nuovo, per chi ha i soldi è uno sconto. Per chi non li ha, è un dépliant che guarda da lontano.
La distanza fra la narrazione ufficiale e la realtà si vede anche dal linguaggio politico. Si parla di sostegno ai consumatori, di aiuto alle “famiglie in difficoltà”, ma la struttura della misura è quella di un incentivo ai consumi verdi condizionato alla capacità di spesa.
È una politica industriale travestita da politica sociale. L’obiettivo implicito è far girare produzione, vendite, sostituzione di beni durevoli, con una mano pubblica che accompagna la rotazione del mercato. Che non è in sé un crimine, se dichiarato. Diventa ipocrisia quando lo si impacchetta come misura anti-povertà.
In questo schema, le persone realmente povere spariscono. Non sono interlocutori del bonus perché non possono anticipare la spesa, non possono giocare alla lotteria del click day, non hanno i requisiti materiali per presentarsi allo sportello digitale con il carrello in mano. Sono i fantasmi del provvedimento.
Anche quando l’ISEE dà qualche priorità, il problema non è solo la soglia economica nominale, ma la capacità concreta di mettere in moto l’intera procedura. Ed è esattamente lì che la povertà mostra il suo volto: non solo mancanza di reddito, ma anche di tempo, di strumenti, di fiducia nei meccanismi istituzionali.
Nel frattempo, le famiglie che non riescono più a pagare le bollette non stanno pensando a come cambiare frigorifero o lavatrice per risparmiare qualche euro al mese sul consumo. Stanno scegliendo quali stanze riscaldare e quali no, quali elettrodomestici staccare dalla presa, quali pasti sacrificare. La loro domanda non è “come posso usufruire del bonus elettrodomestici”, ma “come arrivo a fine mese con la luce ancora accesa”.
Il punto, in fondo, è semplice. Il Bonus elettrodomestici è l’ennesima misura pensata per chi è abbastanza solido da poter essere invitato a consumare meglio, non per chi è già stato espulso dal consumo. È un contributo pubblico che funziona solo se hai già i soldi per non averne davvero bisogno.
Chi resta fuori, ancora una volta, sono proprio quelli di cui tutti si riempiono la bocca quando parlano di “emergenza sociale”, tranne poi ricordare chi non lo otterrà mai e perché.



