In Turchia le persone LGBT+ rischiano il carcere

In un Paese che ha dichiarato il 2025 “anno della famiglia”, la bozza della riforma giudiziaria in Turchia prevede pene detentive per chi “promuove” comportamenti contrari al sesso biologico — un attacco sistematico a identità, salute e diritti.

La Turchia è sull’orlo di una svolta legislativa che colpisce non solo la comunità LGBT+, ma il principio stesso della dignità individuale. Il pacchetto è noto come “11th Judicial Package” e contiene articoli destinati a modificare il codice penale e civile in modo draconiano.

Tra le norme più gravi, compare una proposta che sancisce pene da 1 a 3 anni di carcere per chi “adotta un comportamento o un atteggiamento contrario al sesso biologico e alla morale pubblica, o che lo incoraggia, loda o promuove”. Parallelamente, un’altra disposizione mira a vietare, con sanzioni fino a 4 anni, i simbolici atti di fidanzamento o celebrazione tra persone dello stesso sesso, pur non essendo legali nel Paese.

Non è tutto: per le persone trans un emendamento vuole innalzare l’età minima per l’intervento di riassegnazione di genere da 18 a 25 anni, richiedere infertilità permanente come condizione e prevedere pesanti sanzioni per i professionisti sanitari che eseguono procedure “non conformi”.

In altre parole: l’identità diventa sospetta, il corpo diventa controllo, la salute transgender diventa zona grigia tra legale e criminale. Organizzazioni di diritti hanno lanciato l’allarme: non è solo discriminazione, è una legge che rende l’esistenza di alcune persone fonte di reato.

“LGBT protest merdiven” by Lubunya is licensed under CC BY-SA 3.0.

Lo scenario culturale che circonda queste norme è quello di uno Stato che, potenziando la retorica della “famiglia tradizionale”, definisce l’identità queer come minaccia all’ordine.

Negli ultimi anni l’azione contro i media LGBT+, le associazioni e perfino i contenuti online ha già preso slancio: blocchi di siti, sanzioni alle piattaforme di streaming, arresti di attiviste e attivisti. Ora il salto è legislativo.

La logica dell’emergenza “morale” trasforma il diritto in deterrente: non solo vietare, ma punire chi vive in modo diverso o chi ne parla. Le risate del drag queen di Istanbul, le celebrazioni di comunità invisibili, tutto rischia di essere catalogato come “propaganda” o “atteggiamento contrario” e punito.

Questo non è un cavillo tecnico: è un bivio. Da un lato c’è la protezione di chi è vulnerabile, dall’altro la normalizzazione dell’esclusione come meccanismo istituzionale. Quando un Paese stabilisce che l’esistenza di qualcuno può essere osteggiata con la forza della legge, non si limita a colpire un gruppo: mina la libertà di tutti.

E qui entra la dimensione del diritto. La Turchia ha ratificato trattati internazionali che prevedono protezione della libertà di espressione, della salute e della vita privata. Le proposte violate mancano di chiarezza, lasciano spazio all’arbitrio, e richiedono modifiche che rispettino la dignità umana — concetti che oggi non trovano posto dietro le clausole sulla “morale pubblica”.

In definitiva, la bozza che circola potrebbe essere ricordata come uno dei momenti più drammatici di arretramento dei diritti in anni recenti. Se approvata, renderà legale l’illegalità di chi è diverso. E questo, in un Paese che confina Europa e Asia, che vanta origini civili multiple, è una scelta che riguarda tutti: non solo chi rischia ora, ma chiunque pensi che “diverso” sia solo un aggettivo e non un reato.

By Lubunya – Own work, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=29098153