All’ex Ilva di Taranto si muore ancora così: un grigliato che cede, un passo nel vuoto, una caduta di molti metri mentre si lavora su un nastro trasportatore.
È successo ieri, 2 marzo 2026, nell’area Agglomerato dello stabilimento (Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria). Loris Costantino, operaio dell’indotto, ditta Gea Power, era impegnato in operazioni di pulizia quando la passerella metallica ha ceduto.
Soccorso, portato in infermeria e poi al Santissima Annunziata, è morto poco dopo. La Procura ha aperto un fascicolo per omicidio colposo e l’area è stata sequestrata.
Aveva 36 anni, era un lavoratore dell’appalto. E, come spesso accade nelle morti sul lavoro, la sua biografia entra nei pezzi a margine, come una nota di colore: padre di due bambini.
“Ancora una volta”, nello stesso modo
Questo non è “un incidente”. È un meccanismo. È l’ennesima morte dentro un impianto che da anni vive in equilibrio instabile tra produzione, manutenzione, appalti e rinvii.
E c’è un elemento che rende tutto più insopportabile: la dinamica è simile a quella di un’altra morte recentissima. Il 12 gennaio 2026 è morto Claudio Salamida: anche lì, cedimento di un grigliato e caduta nel reparto Acciaieria 2. Due morti in poche settimane, con lo stesso “buco sotto i piedi”. Se una passerella cede una volta, è tragedia. Se cede due volte in un mese e mezzo, è un sistema che non regge.
Undici morti dal 2012. Oltre venti dal 2003
Qui i numeri non sono un esercizio di memoria: sono la contabilità di una fabbrica che ha trasformato la parola “sicurezza” in un rito postumo.
Dal 2012, anno del sequestro dell’area a caldo disposto dalla gip Todisco, all’ex Ilva si contano undici morti sul lavoro: precipitazioni, schiacciamenti, nastri trasportatori, uragani e gru finite in mare.
E se allarghiamo lo sguardo fino al 2003 arriviamo a 25 vittime soltanto nello stabilimento di Taranto. una sequenza lunga più di vent’anni, fatta di crolli di gru, ponteggi, esplosioni, cadute, impianti che diventano trappole.
Questa è la cornice che rende falso — o quantomeno offensivo — ogni riflesso burocratico: non si tratta di “eventi sfortunati”. È una catena.

Quanto guadagnava Loris Costantino?
C’è un dettaglio che nei resoconti spesso non compare mai, perché è più violento di qualsiasi aggettivo: quanto valeva quel turno.
Nessuna fonte pubblica lo stipendio individuale di Loris Costantino. Ma possiamo dedurre un ordine di grandezza attendibile dal fatto che lavorava per una ditta di pulizie industriali in appalto: il perimetro contrattuale tipico è il CCNL Pulizie/Multiservizi.
Nelle tabelle retributive (luglio 2025), un livello operativo di ingresso sta attorno ai 1.343 euro lordi al mese su full time (prima di variabili e maggiorazioni).
Tradotto: la morte è arrivata per pochi euro l’ora, dentro un lavoro che spesso è part-time, spezzato, con potere contrattuale minimo. In appalto, dire “no” è più difficile. E il rischio, spesso, diventa routine.
La mattanza italiana: mille morti, ogni anno
Taranto è un simbolo. Ma non è un’eccezione. Nel 2025, secondo elaborazioni su dati INAIL, i morti complessivi (lavoro + itinere) sono stati 1.093, di cui 798 in occasione di lavoro. Oltre mille vite spezzate in dodici mesi non sono più un’emergenza: sono una normalità amministrata.
Il copione è sempre lo stesso: committente, appalto, subappalto, catena di responsabilità che si diluisce; manutenzioni rinviate; verifiche annunciate dopo; scioperi proclamati dopo; cordogli dopo. E poi si riparte, finché si riparte anche con la prossima morte.
Non ha ceduto solo un grigliato
In queste ore si parlerà di perizie, verbali, livelli di usura, responsabilità tecniche. È giusto. Ma c’è un fatto politico che precede tutto: un luogo di lavoro non può essere una lotteria.
All’ex Ilva non ha ceduto solo una griglia metallica. Ha ceduto l’idea che la vita del lavoro valga più della produzione. Ha ceduto la promessa che “la sicurezza viene prima”. Ha ceduto — ancora una volta — la dignità minima di tornare a casa.
E se l’Italia vuole davvero smettere di chiamarla “fatalità”, deve fare una cosa semplice e radicale: smettere di accettare che si possa morire così. Per pochi euro.



