L’Autorità nazionale anticorruzione ha acceso un faro su un’anomalia crescente negli appalti pubblici di servizi e forniture: una quota rilevante di affidamenti diretti si concentra appena sotto i 140 mila euro, la soglia oltre la quale non è più possibile procedere senza una procedura più competitiva.
Secondo l’Anac, nel 2024 questi affidamenti “a ridosso soglia” hanno raggiunto circa 1,5 miliardi di euro, pari al 31,5% del valore complessivo degli affidamenti diretti osservati in quella fascia, rafforzando un trend già emerso negli anni precedenti.
Il fenomeno ha un nome tecnico: “effetto soglia”. In sostanza, l’Autorità osserva che molte amministrazioni tendono ad assegnare contratti con importi vicinissimi al limite che consente l’affidamento diretto, cioè la procedura più semplificata prevista dal Codice dei contratti pubblici.
Quando questa concentrazione diventa troppo marcata, il sospetto è che la soglia non funzioni più solo come regola, ma come obiettivo da non superare.
Per servizi e forniture, infatti, il Codice consente l’affidamento diretto fino a 140 mila euro. Sopra quel tetto, invece, l’amministrazione deve ricorrere a una procedura negoziata con consultazione di almeno cinque operatori economici.
È da qui che nasce l’allarme dell’Anac: una norma pensata per semplificare gli acquisti rischia di trasformarsi in un incentivo a evitare le gare, anche attraverso il frazionamento dei lotti o la compressione artificiale degli importi.
In gergo l’Autorità parla anche di “addensamenti”: troppi contratti si fermano sempre nello stesso punto, appena sotto il limite. Ed è qui che la questione smette di essere tecnica e diventa politica ed economica, perché tocca tre nodi insieme: concorrenza, trasparenza e qualità della spesa pubblica.
La soglia dei 140 mila euro doveva servire a velocizzare gli acquisti pubblici. Per l’Anac, però, rischia sempre più di diventare il prezzo della non-gara. Il punto non è solo quantitativo.
Il dato interessante è che gli importi tendono a concentrarsi proprio a ridosso del limite, cioè il confine oltre il quale l’amministrazione non può più procedere con affidamento diretto e deve passare a una procedura più competitiva.
Il sospetto dell’Autorità è chiaro: non siamo solo davanti a una semplificazione usata molto, ma a una soglia che può spingere a modellare gli appalti per restare sotto il limite.
È qui che il tecnicismo diventa una storia politica. Il nuovo Codice dei contratti consente infatti l’affidamento diretto per servizi e forniture sotto i 140 mila euro, anche senza consultare più operatori economici, purché siano scelti soggetti con esperienza documentata.
È una differenza decisiva, perché può rendere conveniente spezzare i lotti, comprimere gli importi o costruire incarichi che si fermano appena un passo prima della gara.
L’Anac usa due espressioni molto efficaci: “effetto soglia” e “addensamenti”. Tradotte: quando troppi affidamenti si fermano sempre nello stesso punto, quel limite non è più solo una regola tecnica ma diventa un obiettivo amministrativo.
Il rischio, allora, è che la semplificazione riduca la concorrenza invece di renderla più efficiente. Meno gare significa meno confronto tra offerte, meno contendibilità del mercato e più spazio alla discrezionalità delle stazioni appaltanti.
È questo il cuore del problema. L’affidamento diretto non è di per sé illegittimo: il Codice lo prevede e l’Anac stessa lo disciplina con un vademecum dedicato. Ma proprio perché si tratta di una procedura senza gara, fondata su una scelta più discrezionale, l’accumulo statistico sotto soglia diventa un segnale sensibile. Se il fenomeno è sistematico, la domanda non è più quante scorciatoie consenta la norma, ma se la norma stia disincentivando il ricorso alla gara.
Non è un allarme nuovo, ma ora i numeri sembrano dargli più peso. Già nel 2024 il presidente dell’Anac Giuseppe Busia parlava di un “marcato incremento” degli affidamenti diretti da 139 mila euro, osservando che anche in assenza di opacità o frazionamenti artificiosi gli effetti negativi restano almeno due: premiare chi è già conosciuto da chi decide e comprimere la qualità della selezione.
Nella relazione annuale al Parlamento del 2025, poi, l’Autorità ha collegato l’eccesso di frazionamento anche a rischi di sprechi e infiltrazioni criminali.
La questione, allora, non riguarda solo la correttezza formale degli affidamenti, ma la qualità stessa della spesa pubblica. Una soglia pensata per velocizzare l’azione amministrativa può finire per trasformarsi in un tetto psicologico: non il punto sotto cui comprare meglio, ma il punto sotto cui evitare di competere.
E se questo meccanismo prende piede soprattutto in mercati delicati come ingegneria, architettura, servizi legali o rifiuti urbani, il rischio è che la semplificazione smetta di essere uno strumento e diventi un modo per restringere il mercato.
La domanda politica è ormai inevitabile: il problema è la soglia dei 140 mila euro, oppure la debolezza dei controlli sul frazionamento artificioso degli appalti? In ogni caso, i numeri dell’Anac indicano che la linea di confine tra semplificare e aggirare la concorrenza si sta facendo sempre più sottile.




