Caporalato d’alta gamma: 13 marchi del lusso nel mirino

Le vetrine del lusso restano pulite. La parte sporca del made in Italy è nelle carte della Procura di Milano. Ora dentro quelle carte ci sono i nomi di tredici marchi: da Versace a Gucci, da Prada a Dolce & Gabbana, passando per Missoni, Ferragamo, Yves Saint Laurent, Givenchy, Pinko, Coccinelle, Adidas, Alexander McQueen Italia e Off-White Operating. Non come sponsor di una fashion week, ma come committenti di una filiera che, in fondo alla catena, produce sfruttamento, capannoni-dormitorio, lavoro nero e vite sacrificabili.

Mercoledì il pubblico ministero Paolo Storari, insieme ai carabinieri dell’Ispettorato del lavoro, ha bussato alle porte delle maison: ordini di consegna documenti dall’alba alla sera, uno dopo l’altro. Negli atti le griffe non compaiono come imputate, ma come nodo finale di una catena di appalti e subappalti che porta dritta agli opifici clandestini, in gran parte a gestione cinese, dove si lavora e si dorme nello stesso capannone, con le regole su sicurezza, orari, retribuzioni e contributi sistematicamente calpestate.

La fotografia che esce dalle carte non è una curiosità giudiziaria: è il rovescio del racconto ufficiale del lusso italiano. Per ogni marchio, la Procura indica i “fornitori critici” già individuati, il numero di lavoratori trovati in condizioni di sfruttamento e di bisogno, gli articoli sequestrati negli opifici: borse, cinture, accessori finiti e stoccati, pronti a tornare alla casa madre con l’etichetta del made in Italy di alta gamma. La stessa merce che, qualche mese dopo, finisce nelle boutique blindate del centro città.

A questo giro, lo strumento scelto non è ancora il commissariamento ma la “collaborazione volontaria”. Alle tredici maison viene chiesto di consegnare i propri modelli organizzativi di prevenzione, i codici etici, gli audit interni e quelli commissionati ad advisor e consulenti. Tutti quei dispositivi che da anni vengono sbandierati nelle relazioni di sostenibilità, nelle campagne sulla responsabilità sociale, nei panel sul “lusso etico”: sulla carta, dovrebbero impedire proprio lo scenario che le indagini hanno documentato. Nella pratica, non l’hanno fermato.

La formula è volutamente light: si dà tempo alle aziende per “mettere a posto” la filiera, tagliare i legami con i caporali, ristrutturare la catena di appalti e subappalti, spostare i fornitori fuori dall’area grigia. In cambio, per ora, si tengono in stand-by misure più invasive come l’amministrazione giudiziaria o il commissariamento. Ma nessuno, in procura, finge che basti cambiare qualche fornitore per trasformare un modello costruito proprio sull’abbattimento del costo del lavoro.

Questo approccio arriva dopo settimane segnate dal caso Tod’s, che ha fatto saltare l’alibi dell’“ignoranza in buona fede”. In quell’inchiesta, la società e il suo fondatore Diego Della Valle sono nel mirino non come vittime di fornitori infedeli, ma dentro l’ipotesi di una piena consapevolezza del sistema di appalti utilizzato. L’accusa non parla più solo di “agevolazione colposa” dello sfruttamento, ma di un modello di produzione in cui la dirigenza sapeva – o avrebbe dovuto sapere – che dietro certi prezzi e certi tempi di consegna c’erano condizioni di lavoro incompatibili con la legge.

Di fronte al giudice, chiamato a decidere su una possibile interdittiva pubblicitaria, Tod’s e Della Valle hanno promesso collaborazione “per la dignità di tutti i lavoratori”, annunciando rescissioni contrattuali, nuovi controlli, consulenti esterni. Ma la Procura ha già chiarito che la disponibilità a “fare pulizia” non basta se l’assetto degli appalti resta lo stesso: se non cambia il meccanismo che consente di spremere il costo del lavoro fino all’osso, sul tavolo torneranno richieste di commissariamento e interdittive più pesanti.

In realtà, Milano lavora su questo fronte da tempo. Dal marzo 2024 il Tribunale ha già applicato misure di amministrazione giudiziaria – strumenti nati per il contrasto alla criminalità organizzata – ad Alviero Martini, Armani Operation, Manufacture Dior, Valentino Bags Lab, Loro Piana. In quei casi le società non erano indagate penalmente: il tribunale ha ritenuto che, pur senza dolo, il loro modo di organizzare la produzione avesse agevolato lo sfruttamento di manodopera nelle maglie della filiera. Si è trattato di un messaggio preciso: quando la struttura degli appalti rende lo sfruttamento probabile e ripetuto, lo Stato interviene non solo sulla “mela marcia” in fondo al cesto, ma su chi gestisce il cesto.

Dentro questa traiettoria, un episodio segna lo scarto definitivo tra la favola dell’“incidente isolato” e la realtà di un sistema: la morte del ventiseienne del Bangladesh alla Crocolux, nel 2023, a Trezzano sul Naviglio. Il suo primo giorno di lavoro finisce sotto un macchinario, e la corsa all’INPS per tentare di regolarizzarlo parte solo dopo l’incidente. Crocolux non era un laboratorio qualunque: secondo quanto riferito agli inquirenti da un dirigente di Alviero Martini, era appaltatrice per numerosi marchi del lusso mondiale.

Un morto sul lavoro migrante, in un’azienda che serve diversi brand contemporaneamente, è l’immagine plastica di una cosa semplice: il cuore del problema non è un singolo fornitore “cattivo”, ma la posizione che certi fornitori occupano dentro un modello di filiera disegnato per comprimere costi e responsabilità.

Le ispezioni più recenti in Toscana, in tre opifici che lavoravano anche per Tod’s, rendono visibile questa architettura. I carabinieri trovano fino a sette livelli di subappalto: dalla casa madre al fornitore “di facciata”, e da lì a una catena di soggetti via via più piccoli, più fragili, più ricattabili. Nei capannoni vengono sequestrate borse Madbag, Zegna, Saint Laurent, Cuoieria Fiorentina, Prada. I marchi cambiano, la logica resta: chi sta in cima chiede tempi stretti e margini elevati; chi sta in mezzo scarica la compressione dei costi su chi sta sotto; chi sta in fondo fa lavorare persone in condizioni di totale vulnerabilità.

È in questa parte che gli atti dell’inchiesta smettono di assomigliare a un dibattito astratto sulla compliance e diventano un’accusa sociale. Dai documenti emerge che merce di pregio viene prodotta a poche decine di euro e rivenduta al dettaglio a diverse migliaia, con ricarichi che arrivano fino al 10.000%. Quel margine non nasce solo dal “valore del brand” e dal marketing, ma dalla differenza brutale tra quello che viene pagato al fondo della filiera e ciò che rientra nelle casse delle maison. Il lusso, in questa equazione, non è la qualità in sé: è il risultato di una redistribuzione verso l’alto del valore creato da chi cuce, assembla, incolla, taglia pelle e stoffa.

Le testimonianze raccolte dagli inquirenti in un anno e mezzo di indagini mostrano che questo schema non è confinato all’altissima gamma. Un lavoratore racconta di aver assemblato cinture per Zara, Diesel, Hugo Boss e Hugo Boss Orange, Trussardi, Versace, Tommy Hilfiger, Gucci, Gianfranco Ferré, Dolce & Gabbana, Marlboro, Marlboro Classic, Replay, Levi’s “e altre che al momento mi sfuggono”.

La stessa linea, gli stessi macchinari, la stessa mano d’opera passano dal fast fashion al lusso, a seconda del committente e della stagione. L’idea di due mondi separati – lo scaffale a basso costo da una parte, la boutique esclusiva dall’altra – si sgretola: quello che regge i conti è un’unica infrastruttura produttiva, dove l’elemento stabile è la fragilità di chi lavora.

Nemmeno le forze dell’ordine, in realtà, possono dirsi sorprese. Dal 2015, e con maggiore intensità dal 2017, i carabinieri per la tutela del lavoro segnalano ai magistrati la presenza di merce di grandi marchi dentro laboratori abusivi a gestione cinese: capannoni trasformati in dormitori, letti a fianco delle macchine da cucire, buste paga fittizie, contributi non versati, norme di sicurezza inesistenti.

Per anni queste informative si sono fermate in basso, sul piano delle sanzioni amministrative o dei procedimenti contro il singolo titolare del laboratorio. Oggi, con le inchieste coordinate da Storari, quel filo viene finalmente riavvolto fino alle vetrine delle boutique e ai consigli di amministrazione delle maison.

Il magistrato, non a caso, parla di “politica giudiziaria”: la scelta consapevole di spostare il baricentro delle responsabilità, smettendo di trattare il capannone clandestino come un problema a sé stante e collegandolo alla struttura della filiera che lo alimenta.

È un passo avanti importante, ma resta confinato al piano penale e para-penale. La domanda che resta aperta è un’altra: quanta parte del vantaggio competitivo del made in Italy – in un Paese che da decenni compete sui prezzi e non sui diritti – dipende proprio da questo lavoro invisibile?

La risposta non sta nelle brochure sulla “eccellenza italiana” o nei tavoli di settore in cui la moda chiede sostegni per energia, export, creatività. Sta nei numeri che nessuno ama citare: salari tagliati, orari dilatati, sicurezza ridotta a costo da evitare. Se si accetta che una borsa possa essere pagata poche decine di euro alla produzione e rivenduta a migliaia, è quasi inevitabile che qualcuno, da qualche parte della filiera, sia privato di diritti, salute, tempo di vita.

Le tredici maison chiamate oggi a consegnare, oltre ai documenti, un pezzo della propria narrazione hanno davanti due strade. Possono trattare questa fase come l’ennesima operazione di pulizia d’immagine: cambiare alcuni fornitori, ingaggiare nuovi advisor, rafforzare i codici etici e continuare a costruire il valore dei loro prodotti sulla distanza tra vetrina e capannone. Oppure possono riconoscere che il problema non sono le “mele marce”, ma il cesto: una filiera disegnata per rendere sostituibile chi lavora e intoccabile chi incassa.

La Procura, con la sua “light” request, mette solo un primo limite. Il resto non riguarda i tribunali, ma il senso stesso di cosa chiamiamo made in Italy. Finché il paese che si proclama “Repubblica fondata sul lavoro” continuerà a reggere pezzi fondamentali della propria economia sul lavoro che non deve essere visto, non basterà nessun audit per rendere pulite le vetrine del lusso.